13 dicembre 2018


La valutazione delle cure genitoriali nelle situazioni a rischio: il colloquio clinico

2 novembre, 2009 by Dott.ssa Marisa Nicolini  
Categoria: Minori, Ultimi articoli

tu cosaNon è superfluo sottolineare l’importanza delle cure genitoriali che i bambini ricevono nell’infanzia come base del loro benessere emotivo e affettivo attuale e di gran parte di quello futuro.

Gli studi sull’attaccamento indicano infatti che le cure e le attenzioni ricevute dalla figura di riferimento (caregiver) nelle prime fasi di sviluppo contribuiscono a formare i cosiddetti Modelli Operativi Interni, che rimangono attivi, spesso con pochissime variazioni, in tutto l’arco della vita, influenzando le scelte – soprattutto affettive e relazionali – di ciascun individuo.

Sono dunque estremamente duraturi gli effetti prodotti dalle carenze nell’educazione e nella protezione ricevuta dai propri genitori nei momenti di bisogno (oltre che della violenza vera e propria di cui si può essere stati spettatori) e questo, a sua volta, evidenzia il rischio della continuità intergenerazionale dell’inadeguatezza genitoriale in quelle persone che hanno sofferto nell’infanzia della distorsione delle cure parentali.

Quando si possono intravedere i presupposti di una continuità del rischio genitoriale, è necessario richiedere un intervento preventivo e riparativo agli enti pubblici preposti a tutelare e a sostenere il diritto dei figli alla cura e alla protezione e il diritto dei genitori a essere sostenuti nei momenti di difficoltà (sostegno alla genitorialità).

In genere sono i Tribunali e i servizi psicosociali territoriali gli organismi deputati a prendere decisioni in questo ambito così delicato, decisioni che influenzeranno in modo permanente la vita di adulti e minori a rischio. Di fronte a queste valutazioni agli operatori sono richieste competenze tecniche e pragmatismo, ma anche tanta sensibilità, accortezza, professionalità e profonda coscienza.

Nel processo di valutazione delle cure genitoriali che precede la decisione di allontanare temporaneamente un bambino dalla sua abitazione per affidarlo ad un’altra famiglia o ad una comunità d’accoglienza o, viceversa, che consente di ritenere l’ambiente d’origine idoneo             alla crescita e sviluppo dei minori, nonostante i rischi presenti, riveste un’importanza             cruciale la capacità di condurre colloqui diagnostici per costruire la necessaria alleanza tra figli, genitori e chi è chiamato ad aiutarli, premessa indispensabile alla riuscita di ogni intervento di aiuto.

Il colloquio con i genitori “a rischio”

Il processo di valutazione delle capacità genitoriali delle famiglie sulle quali pesano forti dubbi di adeguatezza richiede da parte dei professionisti pubblici e privati chiamati ad intervenire, spesso all’interno di una Consulenza Tecnica d’Ufficio disposta dal Giudice, un utilizzo esteso dello strumento del colloquio. Il colloquio, in questi casi, può aver luogo nel corso di un incontro programmato e comunicato alla famiglia tramite invito diretto da parte del servizio stesso, può essere richiesto direttamente dal Tribunale dei minorenni che, pertanto, ne fa prescrizione alla famiglia, o con convocazione del CTU nell’ambito delle operazioni peritali.

In questi ultimi casi siamo in presenza di una consultazione coatta, che non necessariamente coincide con una iniziale partecipazione motivata da parte dei genitori, anche se non si esclude che una sincera motivazione possa intervenire in seconda battuta.

Anzi, di prassi, all’inizio i genitori si sentono sotto osservazione e giudicati e questo elicita potenti meccanismi di difesa e di negazione che devono essere ben conosciuti dagli operatori che devono lavorare, come detto, primariamente alla costruzione di una adeguata “alleanza”.

Il colloquio condotto ai fini della valutazione dell’adeguatezza genitoriale può essere preordinato dettagliatamente dall’operatore o può assumere una modalità più libera e discorsiva. Nei casi in cui sia prevista una strutturazione più alta, che coincidono generalmente con il mandato diagnostico, vengono impiegati anche strumenti di valutazione standardizzati che consentono di effettuare misurazioni specifiche del funzionamento familiare, quali:

  • il Family Environment Scale (FES) che valuta tre diverse dimensioni del funzionamento familiare: le relazioni, la crescita personale e la perpetuazione del sistema,
  • il Family Inventory of Life Events and Changes (FILE),
  • l’F-COPES che valuta le strategie di fronteggiamento adottate dalla famiglia e
  • la Parent Adolescent Communication Scale (PACS) che misura la qualità della comunicazione tra genitori e figli adolescenti.

La scelta di una conduzione libera o più rigidamente strutturata del colloquio comporta inevitabili conseguenze nelle modalità di partecipazione della famiglia stessa che può essere particolarmente motivata ad aderire alle richieste effettuate per mostrarsi compiacente nel tentativo di ridurre la negatività della valutazione percepita o, viceversa, può ancorarsi a strategie difensive che riducono ogni possibile partecipazione attiva alla situazione

proposta.

E’ necessario sottolineare, però, che gli approcci meno strutturati rischiano a loro volta di indurre una situazione ben nota ai servizi sociali ed agli psicologi, caratterizzata dal racconto all’intervistatore, da parte del genitore/i, di quello che pensa lui/lei voglia sentirsi dire.

In generale, un atteggiamento poco giudicante da parte di chi conduce il colloquio, assieme ad una esplicita e chiara dichiarazione degli obiettivi perseguiti riscuote maggiori probabilità di successo.

Al contrario, genitori troppo “stressati” dalle modalità di conduzione dei colloqui possono mettere in atto meccanismi di difesa inconsci e atteggiamenti altamente disfunzionali alla valutazione stessa, con alte possibilità di errori di I e II tipo.

Le aree del colloquio di valutazione dell’adeguatezza genitoriale

In un colloquio che si propone di valutare l’attualità delle competenze genitoriali saranno molteplici e complesse le informazioni da reperire. Segue un elenco delle principali che servono ad indirizzare l’osservatore verso le aree più significative nell’anamnesi familiare e nel colloquio con i diversi membri.

Sono aree tematiche che si adattano alle diverse strutture familiari e alle diverse condizioni sociali e culturali dei loro membri. Nell’insieme garantiscono un’accurata ricostruzione del quadro complessivo del funzionamento genitoriale, anche se, a seconda dei casi, alcune andranno approfondite in maniera più specifica.

I temi da approfondire possono essere così  sintetizzati:

a)  adattamento al ruolo di genitore,

b) la relazione con i figli,

c) influenze della famiglia,

d) l’interazione con il mondo esterno,

e) le potenzialità di cambiamento.

L’adattamento al ruolo di genitore. A seconda dell’età del figlio/a è necessario poter rispondere, nel corso del colloquio, ad alcune domande cruciali quali le seguenti:

Il genitore provvede adeguatamente alle cure fisiche essenziali alla sopravvivenza e al             benessere del proprio figlio/a?

Fornisce le cure emotive appropriate all’età?

Favorisce lo sviluppo delle dinamiche di attaccamento?

Qual è il suo atteggiamento nei confronti dei compiti che in quanto genitore gli competono? Accetta le responsabilità del proprio ruolo genitoriale o, viceversa, c’è l’aspettativa che siano i figli a dover rispondere in maniera autonoma alla propria protezione?

Sanno riconoscere i problemi laddove insorgano e vi sanno trovare risposte contingenti e adeguate?

Risulta evidente come attraverso la capacità del conduttore di trovare nel corso del colloquio una risposta a questi quesiti si possa comprendere quale sia e se si sia verificato un adattamento minimale dell’adulto o della coppia al ruolo genitoriale che possa considerarsi sufficiente a garantire al proprio figlio/a le condizioni essenziali a soddisfare le esigenze vitali di cura, e benessere. Si intendono in questo senso sia le cure necessarie a soddisfare i bisogni di nutrizione e cura, sia la natura relazionale delle cure fisiche elargite e cioè la capacità empatica di riconoscere e interpretare i bisogni dei figli in qualunque forma siano espressi e di fornire risposte contingenti adeguate e soddisfacenti.

E’ inoltre necessario sincerarsi della capacità del genitore di provvedere a fornire le cure emotive appropriate all’età dei figli in modo da rafforzare la loro autostima e la loro sicurezza nell’esplorazione di nuovi ambienti e condizioni.

Perché ciò avvenga gli adulti debbono costituirsi come idonei punti di riferimento affettivo e come partner competenti in grado di facilitare gli ostacoli rappresentati dalle nuove esperienze.

La relazione con i figli. Il colloquio con il /i genitore/i deve consentire al professionista di potersi esprimere in merito alla prevalenza dei sentimenti provati verso i propri figli. E’ innegabile infatti che ogni relazione, compresa quella genitori/figli, sia caratterizzata da una complessità e da un’alternanza di emozioni e di affetti, ma perché una relazione di questo tipo possa ancora considerarsi sufficientemente adeguata è necessario che non siano prevalenti e persistenti sentimenti di rabbia, di odio, di invidia, di biasimo, di svalutazione e/o di rifiuto e la loro traduzione in azioni di segno opposto alle caratteristiche richieste ad un ambiente protettivo.

E’ inoltre necessario accertarsi se il genitore/i è capace di provare empatia per i propri figli e se riesce quindi a mettersi nei loro panni per comprenderne disagi, bisogni, emozioni, richieste di aiuto, di affetto e di protezione.

L’empatia, laddove sia presente, consente anche di valutare quanto l’adulto si riconosca come             separato e distinto dal figlio/a e quanto sia capace di rispondere ai bisogni dell’altro senza proiettare i propri.

Quando esiste una sufficiente differenziazione tra genitore e figlio, infatti, i bisogni e le esperienze del bambino/a vengono riconosciuti, presi in considerazione e rispettati tramite l’adozione di comportamenti idonei a soddisfarli.

Le influenze della famiglia. L’ambiente familiare agisce direttamente come fonte di supporto alla diade genitore/figlio o, viceversa, come fonte di disagio e di incremento delle difficoltà relazionali in atto (si pensi al coinvolgimento dei figli nelle dispute e nelle discordie che precedono e, spesso, accompagnano, separazioni e divorzi) o indirettamente attraverso la rappresentazione e il ricordo delle proprie esperienze filiali da parte dei genitori.

Nelle situazioni a rischio, caratterizzate da nuclei profondamente e a lungo segnati da difficoltà relazionali, trasmesse di generazione in generazione, un aspetto prognostico che consente di valutare come residuale il rischio di trasmissione intergenerazionale del disagio è il livello di consapevolezza raggiunto dai genitori rispetto alle esperienze di accudimento della propria infanzia.

E’ stato infatti dimostrato che una madre e/o un padre si mostra più sensibile e             premurosa/o nei confronti del proprio figlio/a quanto più riesce a ricordare nitidamente la relazione con i propri genitori quando era bambina/o e ciò che desiderava che loro facessero quando si trovava in difficoltà o soffriva.

Quando un genitore riesce a riesaminare le proprie esperienze negative passate, riattribuendo nuovi significati e nuove interpretazioni di sé e dei propri genitori, riesce a ridurre drasticamente il rischio di riproporre con i propri figli i pattern relazionali disadattivi sperimentati nell’infanzia. Inoltre, non è da sottovalutare che la capacità di rievocare le esperienze dell’infanzia è un fattore prognostico per il trattamento di eventuali disturbi o psicopatologie concomitanti, co-fattori nella condizione di rischio in analisi.

In altre parole il colloquio con i genitori deve consentire al professionista di comprendere sia la qualità del mondo relazionale interiorizzato dal genitore, sia la sua capacità di rielaborarlo, in quanto, come è stato ribadito, non è la presenza di buone relazioni passate con i propri genitori a garantire l’attuale funzionamento positivo con i figli, ma è la capacità di ricordare e rielaborare anche quelle esperienze connotate in maniera più negativa.

Questa area tematica richiede anche l’esplorazione di quanto e come il genitore riesca a mantenere una relazione di sostegno reciproco con il partner tale da evitare o ridurre conflitti e tensioni, specialmente nel caso di separandi/divorziandi.

Gli ambienti caratterizzati da conflitti perduranti e accesi che coinvolgono direttamente il figlio o lo espongono alle minacce e alle violenze verbali e/o fisiche tra i genitori, infatti,            sottopongono a così grave minaccia il benessere emotivo del bambino/a da richiederne, a volte, il suo immediato allontanamento, o l’allontanamento del genitore disfunzionale, violento.

Inoltre è necessario comprendere quanto e come la famiglia sa rispondere alle condizioni di stress relazionale e quali sono i significati che il figlio assume agli occhi dei genitori.

Non è raro, infatti che in situazioni dove è gravemente compromesso il benessere del bambino emerge come egli rappresentasse per il genitore maltrattante l’oggetto di un conflitto irrisolto o l’espressione di un fallimento personale o quant’altro era vissuto dal genitore stesso come invalidante per l’immagine di sé e delle proprie capacità.

Infine, va valutato il contributo apportato dal figlio/a stesso/a alla relazione con i genitori. Bambini con temperamento difficile, ad esempio, sono più esposti al maltrattamneto da parte di genitori stressati o in difficoltà, così come quelli che interagiscono aggressivamente o negando i partner dei propri genitori nelle famiglie ricostituite alle quali appartengono, contribuendo a generare in quest’ultimi e nei propri genitori naturali sentimenti di impotenza, vissuti di distanza emotiva e riduzione della disponibilità ad occuparsene.

L’interazione con il mondo esterno. La valutazione del funzionamento familiare non può prescindere da un’accurata disamina delle opportunità di sostegno offerte dall’ambiente allargato in termini di risorse formali (servizi per il bambino e la famiglia) o informali (vicinato, volontari, famiglia allargata…) rese disponibili dalle reti sociali di sostegno.

Anche in questo caso la letteratura ha sottolineato con grande coerenza come i genitori socialmente isolati tendano a trascurare più degli altri i propri figli.

Sono questi i casi dove si verificano frequenze maggiori di diverse forme di abuso.

Nella valutazione del rapporto con l’esterno merita una particolare attenzione la forma assunta dalle relazioni intrattenute dalla famiglia e/o dal figlio/a con gli operatori dei servizi territoriali.

Un sentimento di profonda ostilità percepito nei confronti delle istituzioni, ad esempio, potrà indirizzare in maniera più corretta sia i possibili interventi mirati al ripristino del funzionamento familiare sia la capacità prognostica dell’operatore, così come un’eccessiva dipendenza dalle decisioni assunte dagli altri daranno utili informazioni sul livello di deresponsabilizzazione assunto.

Infine vanno valutate le potenzialità di cambiamento che consentono al professionista di comprendere quali probabilità vi sono che un aiuto terapeutico possa risultare utile per il superamento della inadeguatezza attuale.

Va infatti compreso quanto e se la famiglia sia in grado di trarre vantaggio dall’aiuto proposto o se, al contrario, la tutela del bambino imponga si scegliere un altro contesto di vita.

La capacità di avvalersi dell’aiuto offerto può essere valutata attraverso l’esplicito riconoscimento del problema e l’interesse a collaborare alla sua soluzione. Al contrario, troviamo scarse potenzialità di collaborazione e cambiamento in chi si oppone alle proposte degli operatori, a chi si ostina nella negazione dei problemi esistenti, in chi non accetta la responsabilità per il ruolo assunto nella situazione problematica, in chi nega la necessità di un aiuto esterno, in chi è incapace di vedere in altre persone delle potenziali fonti di aiuto.

Inoltre, dal colloquio effettuato il conduttore deve essere in grado di comprendere quali reazioni hanno suscitato i tentativi di aiuto precedenti per non incorrere in un analogo fallimento.

Risulta ormai chiaro che valutare l’idoneità dell’ambiente di vita familiare non consiste nel giudicare le caratteristiche del /dei genitori, ma comprendere quali sono le modalità ricorrenti di             interazione di quel nucleo in modo da capire se la crisi attualmente attraversata sia momentanea e occasionale e passibile di cambiamento attraverso un intervento mirato esterno,  o se rappresenti invece un adattamento cronico altamente disfunzionale e non sensibile alle risorse esterne accessibili.

In termini operativi si può affermare che la validità genitoriale dipende tanto dalla capacità di promuovere nel figlio nell’arco dell’infanzia quelle competenze necessarie al bambino/a per sviluppare una rappresentazione del genitore come capace di offrire sicurezza e protezione e una corrispondente immagine di sé come efficace e degno di amore, quanto dalla capacità di evitare che i figli stabiliscano nel tempo modalità di adattamento magari efficaci nel presente, ma che a lungo tempo estremamente dannose (si pensi al bambino/a che si adatta positivamente alle molestie sessuali ricevute dal genitore, ad esempio per paura di maltrattamenti fisici o di procurargli dispiacere rifiutandosi), perché tali modalità verranno ripetute in altri contesti diventando una risposta coerente ma altamente disadattiva alla relazione con adulti e coetanei.

Allo scopo di meglio comprendere la stabilità/ instabilità disadattiva del funzionamento familiare, la prospettiva sistemica, ormai consensualmente adottata da chi si occupa di famiglie,            consiglia di valutare i seguenti aspetti del sistema familiare che, integrando le aree già esposte, consentono di realizzare al meglio il compito affidato al colloquio di valutazione: il ciclo di vita familiare, la transgenerazionalità, l’evoluzione della famiglia, il genogramma, gli attaccamenti, le convinzioni e le percezioni, le attribuzioni causali e i livelli di significato del figlio per i suoi genitori.

Brevemente, l’analisi del ciclo di vita familiare consente di comprendere se la famiglia sta risolvendo in maniera adeguata i compiti evolutivi che ogni fase del ciclo di vita familiare prevede (la vigilanza e la cura dei piccoli nei primi anni, ad esempio, e la vigilanza, pur               nella concessione di più ampie autonomie in età adolescenziale).

La transgenerazionalità offre informazioni rilevanti sul peso nell’attualità di esperienze, miti e narrazioni che possono risalire anche a tre o quattro generazioni precedenti, ma che possono tuttora influenzare l’accettazione del figlio o l’attribuzione di sue caratteristiche a quelle di un avo screditato dalla famiglia stessa pervenendo ad una sua identica svalutazione.

L’evoluzione della famiglia. Nella prospettiva sistemica, ormai ampiamente condivisa, la famiglia è un sistema vivente dotata di una propria evoluzione che ne garantisce la continua adattabilità alle trasformazioni subite lungo il suo ciclo di vita (matrimonio, nascita di un figlio, emancipazione e suo allontanamento in età adulta etc.). Laddove tali trasformazioni non solo non vengono percepite, ma sono ostacolate nell’illusoria fantasia di congelare il presente possono insidiarsi forme anche gravi di disadattamento (si pensi ad esempio ad una madre che continua a imboccare il bambino anche in età in cui è richiesta una sua completa autonomia               nella nutrizione).

Gli attaccamenti. La comprensione del modello operativo di sé e della figura di attaccamento che il genitore possiede nell’attualità consente di comprendere quali sono le modalità               relazionali rivolte alla cura del proprio figlio e quali le possibili difficoltà presenti nel soddisfare i suoi bisogni.

Le convinzioni e le percezioni degli eventi familiari condivisi o meno dai membri di una famiglia forniscono utili informazioni sui diversi vissuti e sulla condivisione di storie e narrazioni che assumono la connotazione di veri e propri “miti”, in grado di spiegare eventi e differenziare la famiglia dall’esterno.

Le attribuzioni causali indicano i processi impiegati dai genitori per spiegare eventi funesti o fortunati della loro esperienza. I genitori maltrattanti tendono ad attribuire al fato, al destino, la responsabilità di ogni evento nel quale non sono stati capaci di proteggere e tutelare i loro figli così come attribuiscono a questi ultimi la responsabilità di loro azioni inadeguate (“Non ce l’ho più fatta perché è troppo cattivo”, “Non volevo picchiarlo ma mi ha esasperato”…)

I livelli di significato del figlio per i suoi genitori. Chi è il bambino agli occhi dei genitori? Quali ricordi o immagini evoca e quali sentimenti suscita? La comprensione delle risposte a queste domande ha consentito, in molti casi, di spiegare durante il colloquio le ragioni di un abuso apparentemente immotivato o di un atto aggressivo non giustificabile solo tramite l’analisi della realtà oggettuale.

Conclusioni

In conclusione si può affermare che la buona conduzione di un accurato colloquio di valutazione delle cure genitoriali, dove sia richiesta la partecipazione di tutta la famiglia, consente un accesso privilegiato e diretto al contesto interattivo nel quale i membri agiscono e si rapportano gli uni agli altri.

Ciò consente di comprendere quali sono le caratteristiche emotive e simboliche della comunicazione in atto, quali i valori condivisi, i ruoli ricoperti dai partecipanti e quali i significati che ognuno assume agli occhi dell’altro. Questo accesso alla realtà comunicativa intrafamiliare offre molte garanzie di comprensione dell’attualità di quella famiglia e, anche se si può supporre che chi è sottoposto a valutazione tenterà di mostrare un’immagine di sé il più possibile positiva occultando le parti più esposte al giudizio negativo, il compito risulterà molto difficile da sostenere nel tempo e  nel corso del colloquio/i di valutazione si potrà effettivamente assistere a ciò che è molto simile alla normale interazione familiare.

In sintesi, si potrà pervenire grazie ad un colloquio ben condotto ad una accurata valutazione di quelle che sono le capacità genitoriali attuali per poter di conseguenza attuare interventi di sostegno ai figli in difficoltà e al nucleo con interventi che possano anche prevedere percorsi separati ma integrati quali l’affidamento a terzi del figlio e un programma contemporaneo di sostegno domiciliare alla famiglia per consentirle la riacquisizione delle proprie potenzialità educative.

A tal proposito il colloquio deve riuscire a valutare il funzionamento familiare nel presente e nel suo potenziale dispiegamento futuro ed è in  questo senso che bisogna saper selezionare in anticipo e in accordo con l’orientamento teorico adottato gli elementi che peseranno maggiormente nella valutazione in modo da orientare la conversazione proprio sulle tematiche ritenute più cruciali.

Quindi tanto più vasta e solida e chiaramente orientata teoricamente è la capacità valutativa del conduttore tanto più pertinenti e solide saranno le sue valutazioni, che potranno essere             esposte in forma convincente e comprensibile nella relazione di conclusione che segue l’iter valutativo e che viene consegnata al Tribunale, ente cui spetta il giudizio e la decisione finale.

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Dott.ssa Marisa Nicolini

Psicologa-psicoterapeuta