21 gennaio 2019


Comprendere la bugia del bambino nella famiglia separata

21 agosto, 2010 by Dott.ssa Nadia Giorgi  
Categoria: Separazione coniugale, Ultimi articoli

bugieCompito precipuo dei genitori è quello di offrire strumenti ai figli per costruire una propria identità, nel tentativo di risolvere il bisogno di coerenza, consapevolezza nei confronti della vita, relazioni significative con l’altro.
Crescere significa trasformazione in un costante gioco interattivo tra noi e la realtà. Un alternarsi di adattamento e assimilazione con il mondo, orientandosi mediante la distinzione dall’altro, differenziandosi per poter esistere. Una funzione fondamentale della mente è il ricordo che permette di possedere una storia da raccontare, intrecciando i nostri legami nell’arco temporale. Narrare la trama della propria vita in cui le figure genitoriali si stagliano epiche offrendo l’humus determinante: la fiducia nell’adulto che il piccolo utilizza per crearsi sicurezza. E’ la strada dell’autonomia e indipendenza che lentamente è indispensabile costruire con la crescita. Talvolta tuttavia, percorrendola, il bambino racconta bugie.
Troppo spesso diamo a ciò una connotazione giudicante negativa. Bugie e menzogne ci accompagnano dall’infanzia alla vecchiaia. Avvicinandosi al concetto “bugia” il tentativo è soprattutto quello di discernere la motivazione che induce il piccolo a raccontarla, offrendo un punto di vista che stimoli molteplici letture del senso della bugia del bambino.
In primis è a se stesso che il fanciullo racconta una bugia. Ad esempio quando pensa “come se fosse”, fingendo di essere qualcosa di diverso da ciò che é o crede di essere, una capacità adatta a favorire l’astrazione. E’ l’inizio dell’immaginazione, della creatività, del gioco che aiuta a conoscere se stesso e gli altri. La realtà si fonde e si confonde con l’illusione e il bambino si confonde con il prodotto della sua fantasia. La “bugia narrativa” appare quindi un’evoluzione mentale che accresce gradatamente l’autonomia e l’indipendenza. Bugie che accompagnano la nostra vita trasformandosi poi in sogni. Possiamo inoltre notare che trasgredire mediante una bugia è un atto evolutivo: scelgo contro i genitori, da solo, assumendomi responsabilità per le conseguenze, camminando sulla strada dell’autonomia. Raccontare qualche bugia é essenziale per crescere, per superare l’insicurezza o l’ansia per la propria prestazione, osando affermare di essere all’altezza di un compito particolare, impegnandosi a farcela.
Ferenczi la considera un sentimento di “onnipotenza del pensiero” con la funzione di mantenere intatte le proprie illusioni, mentre la Klein afferma che il bambino mente in concomitanza del “declinare del potere genitoriale”. Per Piaget nella mente del fanciullo, in età prescolare, non c’è distinzione tra fantasia e realtà. Appartiene a questa epoca il “pensiero magico” e l’”egocentrismo infantile”. Solo dopo i sei anni il bambino riesce a distinguere chiaramente tra il vero e il falso, sviluppando il “giudizio morale”. Talvolta permangono anche nei preadolescenti tracce di “pensiero magico infantile”. La bugia ha soprattutto il significato di “negare la realtà”. Un meccanismo di difesa che è importante analizzare per comprendere quanto esso travalichi la normalità e sconfini nel sintomatico. Il bambino può avere la necessità di crearsi un mondo finto, segreto, illusorio, del tutto estraneo al reale.
Questo può accadere perché il quotidiano lo fa soffrire; pertanto inconsapevolmente utilizza la bugia per celare il profondo malessere. Ad esempio può raccontare che il papà è morto se la figura paterna è assente dalla sua vita in conseguenza di una complessa vicenda separativa genitoriale.
Quasi sempre, in ogni tipo di struttura familiare, ai genitori risulta difficile leggere il disagio del figlio. Essi sono direttamente coinvolti nella dinamica relazionale che contribuisce in modo occulto a generare il sintomo. In qualche modo agisce la negazione e il rifiuto di riconoscere il disturbo, poiché è alquanto arduo assumere su di sé la responsabilità della sofferenza filiale.
Occorre, per riuscire in questa impresa, un’intima conoscenza di se stessi, una capacità di distinguere tra il sentire soggettivo e il sentire conseguente alla relazione emotiva, la quale produce vissuti ben diversi a seconda del colore affettivo del rapporto intrecciato.
Inoltre il punto di vista personale circa il rapporto intrecciato fa sì che entrambi i vissuti siano veri seppur contrastanti ed è impresa difficile – per il genitore – tener conto di entrambi nella comprensione del fatto.
Il rapporto genitore-figlio si gioca attraverso una rappresentazione di sentimenti che si dipanano all’interno dei due antipodi fiducia/tradimento, non solo per il bambino, ma anche per l’adulto.
Così il genitore vive l’offesa, la delusione, il dolore di sentirsi tradito sovente con la stessa intensità del figlio, anche se – teoricamente – dovrebbe essere in grado di comprendere le motivazione del comportamento infantile e non dovrebbe accadere il contrario.
Nell’attività clinica, trattando famiglie coinvolte nella vicenda separativa, si incontrano spesso incontro genitori che descrivono i propri figli etichettandoli come “bugiardi”.  Essi associano al racconto molteplici sentimenti scaturiti dalla bugia del bambino: dispiacere,delusione, sorpresa, rabbia, preoccupazione, rifiuto, allontanamento, tradimento. Tuttavia non riescono quasi mai a comprendere il motivo della bugia, a leggerne il senso.
Sottolineo che la mia attenzione alla bugia del bambino è focalizzata nell’ambito di vicissitudini della separazione familiare. Non possiamo prescindere dalla dinamica familiare generata dal conflitto, dalla discordia, all’incomunicabilità fra genitori. La dinamica è conseguente al dolore vissuto dall’uno o dall’altro coniuge per la separazione. Il trauma, determinato dalla difficoltà di sostenere la sofferenza della perdita, induce spesso l’adulto a “chiudere”. Il senso di perdita è talmente intollerabile che le persone ricorrono a meccanismi di difesa quale la negazione e la chiusura. La rabbia, la delusione, il risentimento, la disperazione, il sentirsi traditi inducono comportamenti con cui si cerca di distruggere l’altro che ha ferito.
Questi meccanismi di difesa hanno ripercussioni sui vissuti affettivi e relazionali dei figli. I bambini possono strutturare atteggiamenti di protezione, cura, verso il genitore considerato più debole e aggressività, rabbia per l’altro ritenuto più forte. Nel caso che la madre sia avvertita come parte più fragile avrà l’attenzione del figlio per non essere delusa o ferita da ulteriore dolore.
I genitori avvertono, di fronte alla scoperta della bugia, un senso di smarrimento per il crollo della reciproca fiducia. Spesso istintivamente intervengono per reprimere, punendo dopo la scoperta, trascurando di ricercare le cause che hanno indotto il figlio a raccontare le bugie. In realtà un buon genitore dovrebbe agire come il medico competente che, prima di prescrivere una terapia, si adopera per fare un’accurata diagnosi. L’efficacia della cura dipende infatti dall’individuare l’esatta causa che ha determinato il sintomo.
Infatti se non è identificata la motivazione da cui è scaturita la bugia, il genitore rischia di rinforzare la difficoltà che ha spinto il figlio a mentire. E’ necessario comprendere che la bugia ha un significato psicologico;spesso è un meccanismo di difesa di fronte a momenti difficili da sostenere da parte del bambino. Ad esempio all’interno di relazioni affettivamente importanti che la separazione genitoriale trasforma, provocando crisi per tutti i componenti.
E’ utile inserire alcune esemplificazioni per comprendere meglio quanto sopra affermato.
- Può capitare che il ragazzo prometta al papà di andare a pesca con lui la domenica.  Successivamente tornando a casa dalla mamma nota, dallo sguardo di lei, disappunto a rimanere sola quel giorno.  Accade così che neghi di essere rimasto d’accordo con il padre.
In questo caso il figlio trova alquanto difficile andare contro il dispiacere della mamma. Questo ci dice che ha bisogno del riconoscimento affettivo della figura materna e non è in grado di reggere i sentimenti negativi verso di lui.
- Un bambino racconta alla mamma che la nuova partner del papà è antipatica e lo tratta male. In realtà la madre ha diversi segnali che nella casa paterna è tranquillo e non riesce a spiegarsi perché il figlio menta.
In sottofondo può esserci il bisogno di compiacere la figura materna e mantenere con lei un’alleanza o coalizione contro il padre. E’ probabile che senta la mamma fragile di fronte alla separazione e avverta il suo dolore per il nuovo legame del papà.
- Una bambina può dire “Papà non gioca con me, non stiamo mai insieme” – sollecitando la protesta protettiva della madre contro il padre -mentre in realtà la figura paterna trascorre il suo tempo con la figlia.
E’ sempre il bisogno di compiacere il genitore (in questo caso la mamma), causato da una distorta percezione di lui, bisogno avvertito come troppo determinante nel creare sicurezza alla piccola.
“Dove hai dormito?” chiede la mamma che non vuole che il padre porti dai nonni in campagna la figlia. E la bambina “A casa di papà”.
La protezione del genitore e al contempo lo spauracchio di un conflitto, o di una tensione sofferta nei rapporti significativi, genera la bugia come difesa dalla situazione dolorosa.
- Un quindicenne che vive con la mamma può raccontarle che cenerà una sera dal padre, mentre avrà organizzato l’incontro in pizzeria con amici. Non esistendo dialogo fra genitori sarà offerta al ragazzo la possibilità di mentire in un’età in cui dovrebbe ancora esistere il necessario (per il figlio) controllo genitoriale.
Nella fase adolescenziale la bugia è una modalità “facile ed economica” per agire i desideri che contrastano con le regole dell’adulto.
E’ faticoso confrontarsi con la responsabilità e il no. L’assenza di dialogo fra genitori rende “comodo” evitare il confronto con la norma contraria alle proprie aspirazioni. Inoltre – in questo tipo di dinamica familiare – c’è un’alta probabilità di non essere scoperti, permettendo di sfuggire al senso di inevitabile responsabilità associata alla disubbidienza. “Disubbidisco assumendomi la responsabilità delle conseguenze” è una condotta che avremmo auspicarci fosse agita da ogni adolescente. Un imprescindibile atteggiamento per imparare adiventare adulti maturi.
La nostra odierna cultura (e non mi addentro in interpretazioni sociologiche) impedisce questo sano processo e incrementa l’inclinazione a raggiungere l’autonomia, edificando sulla menzogna.
L’adolescente non costruisce quindi sulla positività della disubbidienza e sul riconoscimento delle proprie capacità ed errori, ma tende ad usare la falsificazione della realtà.
I genitori come possono intervenire una volta “illuminati” intorno alle motivazioni delle bugie?
La fiducia e il tradimento sono vissuti nodali, nella relazione, sia per l’adulto che per il bambino.
Tutti i bambini hanno bisogno di coerenza e non tollerano si dica loro bugie, anche se l’adulto può raccontarsi che lo fa “a fin di bene”, nel tentativo di evitare al figlio situazione dolorose.
“De-centrarsi” empaticamente e provare a contattare le emozioni del figlio è senza dubbio fondamentale per individuare la più vantaggiosa reazione alla bugia del bambino. Una competenza che viene ad essere in linea con l’analogia suggerita: ossia il medico che, preoccupandosi di fare una buona diagnosi, riesce ad esistere come buon terapeuta.
Ritengo infatti che ad ogni bambino dovrebbe essere offerta la possibilità di incontrare – nel genitore sufficientemente buono – anche una competenza adulta “terapeutica”.

Dott.ssa Nadia Giorgi
Psicologa-Psicoterapeuta-Mediatrice Familiare