13 dicembre 2018


Dinamiche comunicative in coppie miste

immagine-coppie-misteIn tempi recenti, l’Italia è interessata da un fenomeno che ha ormai assunto dimensioni di un certo rilievo: i matrimoni misti. La famiglia mista è un fenomeno sociale che si caratterizza per l’appartenenza dei partner a gruppi culturali diversi. Alla base dell’unione mista ci sono molteplici fattori: flussi migratori, continui scambi turistici, commerciali, comunicativi, soggiorni di studio. Ma è proprio sui flussi migratori che è opportuno concentrare l’attenzione. Esiste un legame molto forte tra immigrazione e coppia mista: senza dubbio l’immigrazione sta diventando sempre più un fatto strutturale, una componente sociale che lentamente continua a modificare gli scenari linguistici, etnici, culturali e religiosi delle nostre città e la coppia interetnica si inserisce perfettamente in questi nuovi scenari (Vittorini 2003). Uomini e donne accolti in Italia e provenienti da paesi stranieri, non si limitano a lavorare ma vivono anche dei momenti importanti di socializzazione, uno di questi può essere, appunto, una relazione sentimentale con un individuo autoctono. La nuova relazione crea così un forte elemento di stabilizzazione nel nuovo territorio. L’unione mista diventa quindi simbolo assoluto dell’integrazione dell’individuo straniero nella società ospitante. Cultura e comunicazione sono strettamente legate. Hall (1959) racchiude in una frase questo concetto: ‘culture is communication and communication is culture’. Comunichiamo in una determinata maniera perché siamo stati allevati in una determinata cultura, apprendendo delle regole e delle norme che le sono proprie, una lingua e dei simboli che ci permettono di condividere i significati nelle interazioni con altri individui del nostro stesso gruppo. Poiché tali regole e norme sono apprese nell’infanzia, siamo generalmente incoscienti di come la cultura influenzi il nostro comportamento in generale e il nostro modo di comunicare. È solo quando ci troviamo a dover interagire con individui di altre culture che ci confrontiamo con una lingua, con regole e norme di comportamento diverse, e analizziamo le nostre da una prospettiva nuova.
La crescente consapevolezza degli ostacoli che possono impedire una comunicazione efficace tra individui appartenenti a culture diverse, ha sviluppato un interesse particolare nei riguardi delle problematiche connesse alla comunicazione interculturale. Nello specifico, all’interno di una relazione di coppia, le differenze culturali non sembrano però rappresentare esclusivamente un fattore di disturbo; esse sono piuttosto una ricchezza espressiva da utilizzare.  La lingua madre, oltre a rappresentare uno degli aspetti cruciali della propria etnicità (Altan, 1995), è anche lo strumento attraverso cui l’individuo accede ai significati condivisi di una cultura e costruisce quindi la sua identità culturale (Mancini, 2006).  Come sostiene Lisa Hoecklin (1995), dobbiamo cominciare a pensare alle differenze culturali come ad una fonte di vantaggi interazionali, che producono benefici tangibili se usate in modo efficace.
Lo studio dei processi di acculturazione, permette di comprendere ciò che accade quando due culture diverse entrano in contatto. L’incontro tra le due diverse culture comporta dei cambiamenti all’interno della relazione (Sam e Berry, 1997). Il modello di acculturazione di Berry spiega efficacemente le strategie che gli individui mettono in atto quando vengono a contatto con culture differenti (Berry et al., 1989). Ogni individuo si pone lungo un continuum, relativamente a due dimensioni: la continuità culturale, cioè il mantenimento della cultura di origine, ed il contatto, cioè la ricerca di relazione con membri dell’altra cultura. Ogni individuo potrà posizionarsi tra il totale rifiuto o l’accettazione incondizionata, e darà luogo a quattro differenti strategie nelle relazioni interculturali:
1. Integrazione: questa strategia viene messa in atto da coloro che sono interessati tanto a mantenere la propria cultura d’origine, quanto ad intraprendere interazioni quotidiane e significative con i membri della cultura di accoglienza. In questo caso, mentre viene mantenuto un certo grado di identità culturale, gli individui cercano di essere membri attivi della più ampia società in cui vivono, partecipandovi attivamente.
2. Assimilazione: questa strategia è definita da una sorta di “appiattimento” sulla cultura di accoglienza e caratterizza quegli individui che non ritengono la propria origine un valore da mantenere, mentre sono interessati a conoscere ed assumere la nuova cultura, attraverso scambi frequenti e significativi con i suoi membri.
3. Separazione: questa strategia viene messa in atto da coloro che vedono come valore esclusivamente la propria origine ed evitano il contatto con i membri della cultura di accoglienza. In questo caso, la propria identità culturale di origine viene fortemente preservata, mentre è scarso l’interesse per la creazione di relazioni significative con membri della nuova cultura.
4. Marginalizzazione: questa strategia caratterizza coloro che non desiderano mantenere la propria cultura d’origine e neppure intraprendere relazioni positive con la cultura di accoglienza.
La comunicazione tra culture differenti, dunque, si presenta come integrativa di abilità e facoltà generali e non come insieme di competenze specifiche; ciò non esclude, tuttavia, che si possano acquisire conoscenze particolari che arricchiscano la relazione comunicativa stessa. In particolare, la conoscenza della lingua costituisce un modo per ”accorciare le distanze” e per dimostrare interesse e rispetto verso la nuova cultura. Il linguaggio, oltre ad essere uno strumento di comunicazione, è anche un ”sistema di rappresentazione della percezione e del pensiero” (Baraldi, 2003).
Un altro elemento di conoscenza specifica è la conoscenza non stereotipata di valori e tradizioni. Gli studi sulla comunicazione interculturale fanno poi riferimento all’essenziale conoscenza degli stili di comunicazione e delle regole di interazione (Bardone E., Rossi E.2004). La competenza specifica risiederà, pertanto, nella capacità di interpretare i modi particolari con cui stili e regole vengono espressi attraverso la comunicazione dalle singole persone.
Una comunicazione interculturale correttamente intesa si focalizzerà, quindi, sulla modalità soggettiva con cui le altre culture vengono vissute: la lingua parlata, la comunicazione non verbale, gli stili di comunicazione. Essa è centrata su una relazione ”face-to-face” tra esseri umani, ma ugualmente richiede una conoscenza approfondita dei tratti culturali dei diversi gruppi di appartenenza. Un’attenzione particolare della comunicazione in questo ambito è fornita dal linguaggio non verbale, quella che Hall (1959) chiama la ”dimensione nascosta”. Secondo questo autore, gli esseri umani sono guidati da due forme di informazioni alle quali si può accedere in due modi diversi: quello della cultura manifesta, che viene appreso tramite le parole e i numeri, e quello della cultura tacitamente acquisita, che non è verbale ma altamente situazionale e opera secondo regole che non sono consapevoli, ossia non vengono apprese nel senso comune del termine, ma vengono acquisite durante il processo di crescita o quando ci si trova in ambienti diversi. Le distorsioni e i malintesi che si creano a seguito di questa mancanza naturale di consapevolezza sono molto frequenti nell’incontro interculturale. Uno degli ostacoli della comunicazione è, ad esempio, costituito dal contesto in cui le espressioni vanno collocate per poterle interpretare correttamente. Esistono infatti culture definite ”ad alto contesto” (Balboni, 1999) dove la maggior parte delle informazioni non viene fornita in modo esplicito, bensì va desunta dal contesto, dalla gestualità o dal tono di voce.
In sintesi, la comunicazione si realizza a condizione che ci sia una comprensione, poiché esiste a prescindere dalla volontà dei soggetti (anche tacendo si comunica). La cura della comunicazione interculturale contribuisce a realizzare, unita all’empatia nelle sue molteplici dimensioni, la comprensione dell’altro. Non è però possibile immaginare una piena comprensione per l’immensa varietà di significati che noi stessi attribuiamo alla vita e alle espressioni culturali. Va, infatti, sottolineato che la comprensione dipende strettamente dal contesto, dalla situazione in cui si colloca la relazione.
La comprensione interculturale incontra – oltre ai meccanismi sociali e politici – tutta una serie di ostacoli psico-affettivi, che vanno dalla paura del “diverso” alla tentazione di vedere in esso un capro espiatorio.
LaRay Barna (2002) ha elencato gli ostacoli che a suo parere impediscono la comunicazione interculturale:
• la presunzione di essere uguali, che impedisce di vedere la diversità
• la differenza linguistica
• i fraintendimenti verbali
• i preconcetti e gli stereotipi
• la tendenza a giudicare
• la forte ansia.
A livello personale, invece, impediscono la comprensione gli automatismi affettivi, cognitivi e di comportamento derivati dall’etnocentrismo, uniti ”all’assenza di quell’investimento psicologico che il decentramento, il pieno esercizio della razionalità e l’impegno in una dinamica relazionale affettiva esigono” (LeRay Barna,2002). Comprendersi non è un ”evento naturale” ma uno sforzo che va in controtendenza con l’individualismo e la chiusura.
Per anni il mantenimento della relazione è stato concettualizzato includendo sia il mantenimento strategico che quello di routine (Stafford, 2003). Il mantenimento strategico è messo in atto da persone “con il consapevole intento di preservare o migliorare la relazione”. Il mantenimento di routine viene praticato in maniera più casuale, con minore consapevolezza, come quando un partner dice “ti amo” prima di uscire per il lavoro. Dire “ti amo” come atto abitudinario può essere ben considerata una strategia mirata a rassicurare la persona amata dopo un brutto litigio. Alla luce di questo, Stafford (2003) ha proposto che il termine comportamenti di mantenimento relazionale venisse usato al posto di strategie di mantenimento relazionale, dato che questo nuovo termine include sia il mantenimento strategico che quello di routine.
Tra i comportamenti di mantenimento considerati centrali per preservare una relazione, riscuotono notevole importanza le 5 strategie ipotizzate da Stafford e Canary (1991): positività, apertura, rassicurazione, reti sociali e condivisione di obiettivi comuni. Questo modello di mantenimento relazionale è stato recentemente esteso ed include l’evitamento e la gestione dei conflitti.
Altri ricercatori, hanno suggerito che oltre all’impegno nella comunicazione, anche l’evitamento della comunicazione è una strategia di mantenimento attuata all’interno della coppia (Baxter e Dindia, 1990). Ayres (1983) conferma che molti partner preservano la propria relazione attraverso l’evitamento piuttosto che tramite una comunicazione diretta. Questa scoperta trova conferma in Knobloch e Carpenter-Theune (2004), che hanno rilevato come evitare discussioni riguardo temi sensibili, discenda dal timore che tali discussioni possano impattare negativamente sull’immagine della persona e sul buon andamento della relazione. Nello stesso momento, tuttavia, Dailey e Palomares (2004) rilevano che l’evitamento di argomenti che possono generare conflitto.