13 dicembre 2018


Il delitto di Cogne, un Figlicidio

22 maggio, 2008 by Agata Romeo - Psicologo  
Categoria: Minori

cogne  La signora Annamaria Franzoni nella serata di ieri 21 maggio 2008 ,dopo 6 anni dall’uccisione del figlio, è stata dichiarata responsabile diretta della morte del piccolo Samuele. La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Assise d’appello di 2° grado condannandola a 16 anni di reclusione.
Se si pensa al concetto del “prendersi cura” le nostre associazioni mentali di primo acchito ci riconducono alla relazione primaria madre-figlio, alla famiglia che nell’immaginario collettivo è considerata, infatti, il luogo dedicato alla cura amorevole e alla crescita dei figli, tuttavia nella quotidianità questo non sempre accade, anzi, è proprio una rarità.
Numerosi studi dimostrano come proprio all’interno delle mura domestiche, di quel nido che dovrebbe solo offrire accudimento, si consumino il maggior numero di violenze sessuali sui minori, maltrattamenti fisici e psicologici.
Quando poi la cronaca ci pone davanti a delitti efferati come quello di Cogne si rimane allibiti e ci si interroga su come si possa verificare che una madre decida di uccidere il proprio figlio. Eppure il figlicidio è frequente, lo ritroviamo nella storia dell’uomo, negli scritti sacri, nella mitologia e anche nel comportamento animale.
E’ un gesto che denota “cattiveria”, è l’espressione della sopravvivenza, di voler risparmiare sofferenze al proprio figlio?
Molti altri sarebbero gli interrogativi da riportare e su questo scottante tema sono numerosissime le ricerche e gli scritti pubblicati. Lo studioso Rascovsky negli anni ’70 ha definito il figlicidio “una caratteristica della specie umana che si ritrova in tutti i gruppi sociali e in tutte le culture, primitive e attuali e che si traduce in varie modalità di comportamento..” al quale non è certamente attribuibile una monocausalità.
Il figlicidio è cosa diversa dall’infanticidio (art.578 c.p.) in quanto si tratta di un bambino e non di un neonato.
Dalle statistiche emerge che solo poche madri che si macchiano di omicidio del figlio siano affette da patologie psichiatriche che le rendono incapaci di intendere e di volere ma è possibile che siano donne che vivono in contesti socio-economici difficili, che abbiano delle personalità fragili o  difficoltà a contenere emozioni e/o aggressività, o, ancora, che vivano la relazione madre-figlio secondo una modalità disfunzionale. Difficile dare una ricetta aprioristica di ciò che possa indurre una madre al figlicidio, come risulta difficile stabilire quali saranno le conseguenze del delitto cioè se la madre racconterà l’accaduto menzionando i dettagli, se tenterà il suicidio o se negherà di aver compiuto il fatto.
Nel caso di Cogne Annamaria Franzoni è innocente? Ha sempre mentito? Oppure dopo aver ucciso il figlioletto la propria mente ha lavorato (consapevolmente o inconsapevolmente) al punto di convincersi che l’autore del reato era una persona diversa da se stessa?
La donna è stata condannata in primo grado a 30 anni di reclusione poiché reputata un’assassina mendace. A tal proposito non bisogna dimenticare che secondo la giurisprudenza italiana un imputato è “autorizzato” a mentire per difendersi dalle accuse. L’opinione pubblica, però, in casi come questo, in cui una madre uccide brutalmente il figlio, non tollera la non ammissione del reato, non tollera che non si ammetta la propria colpa.
Quello che ha portato alla sentenza definitiva è stato l’uso di un nuovo metodo d’indagine, l’analisi delle macchie di sangue. La nuova scienza, la BPA, era già stata usata nel famoso caso di Erika e Homar per comprendere le dinamiche del delitto. In questo caso però, la  Bloodstain Pattern Analysis, metodo definito scientifico ed attendibile, è stato utilizzato, per la prima volta in Italia, per accertare la responsabilità e quindi la colpevolezza della signora Franzoni che pare si sarebbe inginocchiata sul bambino e che, probabilmente per farlo tacere, l’abbia colpito con un’arma che non è mai stata ritrovata.
Nel corso delle indagini la donna ha rifiutato la possibilità di seguire la strada dell’infermità mentale, di sottoporsi alla visita neurologica volta ad indagare l’esclusione di sonnambulismo, e la visita psichiatrica in secondo grado.
I consulenti tecnici nominati dal giudice sono stati un medico legale Dott. Francesco Viglino (per effettuare gli esami sul cadavere del bimbo) e uno psichiatra Dott. Roberto Gianni (nominato dal GIP) che ha  definito la madre una donna pienamente capace di intendere e di volere con un disturbo isterico di personalità. E’ stata rilevata, inoltre, la presenza di narcisismo infantile, l’assenza di patologia grave e labilità emotiva certa. La Franzoni viene definita una “buona madre” ma ciò non esclude che potesse essere colpita da raptus omicida magari per far smettere il piccolo Samuele di piangere.
Si tratta quindi di una personalità isterica con crisi di ansia che sono sfociate nel delitto?
Non è chiaro se sia stata approfondita la condizione psichica della donna nel periodo precedente al delitto giacché la Franzoni, si è rifiutata di sottoporsi alla CTU psichiatrica in secondo grado. A causa di ciò gli psichiatri si sono trovati “costretti” ad analizzare i colloqui non diretti, i video dei fuori onda, le intercettazioni e le registrazioni telefoniche. Proprio per questo l’accusa ha sostenuto che non si trattasse di indagini psichiatriche (necessarie per l’accertamento della capacità di intendere e di volere) bensì di perizia psicologica.
Ciò che sul piano giudiziario certamente è importante sapere è se la donna, al momento in cui ha commesso il reato, fosse capace di intendere e di volere (per stabilire se è imputabile o meno) e se c’è la pericolosità sociale del soggetto (quindi se è un soggetto che con molte probabilità ripeterà quel genere di comportamento o no).
Il reato di figlicidio è assimilato a quello di omicidio nella giurisprudenza italiana, disciplinato dall’art. 575 c.p., per cui è prevista una pena non inferiore ad anni 21 di reclusione.
La Franzoni è stata condannata a 16 anni di reclusione poiché ha usufruito delle attenuanti a causa del disturbo isterico diagnosticato. Se avesse confessato subito la pena sarebbe stata nettamente inferiore.
Il caso verrà Rivisto? Sappiamo che l’Istituto della Revisione è previsto qualora dovessero riaffiorare nuove prove o nuovi metodi capaci di fornire maggiori certezze rispetto ad alcuni punti della vicenda. Certamente tutto questo comporterebbe la riapertura del caso alla luce di nuovi elementi.

Ad oggi, intanto, pare si sia concluso il caso Cogne, un capitolo doloroso di una vicenda familiare che ha coinvolto e sconvolto per 6 lunghi anni l’opinione pubblica.