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	<title>Psicologia Giuridica &#187; Ultimi articoli</title>
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	<description>Portale informativo sulla psicologia giuridica</description>
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		<title>Lo Psicologo tutore dei minori stranieri non accompagnati</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 20:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia, secondo la normativa vigente, un minore è incapace di esercitare i propri diritti poichè caratterizzato dalla &#8220;incapacità di agire&#8221; anche se si tratta di un quasi maggiorenne. Se poi all&#8217;anagrafica si aggiunge il fatto che il minore è uno straniero non accompagnato che quindi è in paese straniero senza la presenza di genitori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/ragazzimsna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-888" title="ragazzimsna" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/ragazzimsna-300x199.jpg" alt="ragazzimsna" width="300" height="199" /></a>In Italia, secondo la normativa vigente, un minore è incapace di esercitare i propri diritti poichè caratterizzato dalla &#8220;incapacità di agire&#8221; anche se si tratta di un quasi maggiorenne. Se poi all&#8217;anagrafica si aggiunge il fatto che il minore è uno straniero non accompagnato che quindi è in paese straniero senza la presenza di genitori, o adulti individuati giuridicamente come di lui responsabili, allora occorre si nomini un tutore. La figura del tutore infatti garantisce che il minore non venga privato dei propri diritti tramite, appunto l&#8217;istituto della tutela come stabilito dall&#8217;art. 343 del Codice Civile.</li>
</ul>
<p>E&#8217; il Giudice Tutelare che una volta informato della condizione del minore nomina un tutore in genere un avvocato o un operatore nel sociale come psicologo o assistente sociale.</p>
<p>Il Tutore giura davanti al Giudice di esercitare l&#8217;ufficio con diligenza e fedeltà ed entro dieci giorni inizia con l&#8217;inventario dei beni. Annualmente deve relazionare circa le condizioni del minore.</p>
<p>Nel caso in cui venga nominato uno psicologo in qualità di tutore di un minore straniero non accompagnato, questi non si farà carico di supportare psicologicamente il minore, nè potrà avviare un percorso terapeutico. Le &#8220;competenze&#8221; saranno solo garanzia di una presunta affidabilità del tutore. Sarebbe violare il codice deontologico e andare contro la vigente normativa prendere in carico il minore di cui si è tutore.</p>
<p>Il tutore pertanto ha il compito di prendersi cura del minore affidatogli facendo in modo di far valere tutti i propri diritti fra cui:</p>
<ul>
<li>Avviare le pratiche in Questura per il permesso di soggiorno;</li>
<li>Iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale e autorizzare i trattamenti medici che occorrono per mantenere una buona salute;</li>
<li>Provvedere al disbrigo pratiche per l&#8217;iscrizione a scuola o attività ludico-ricreative o lavorative;</li>
<li>Rappresentarlo legalmente nelle situazioni che lo richiedono;</li>
<li>Assisterlo se intende impugnare la decisione di rimpatrio;</li>
<li>Amministrare i beni, borse di studio, ecc;</li>
<li>Rappresentarlo nel caso in cui incorra in questioni penali.</li>
</ul>
<p>Qualora il tutore si renda colpevole di negligenza può essere sospeso e rimosso dall&#8217;incarico dal Giudice Tutelare. Nel caso contrario il tutore, una volta nominato, seguirà il minore fino al compimento della maggiore età. Un tutore può essere nominato contemporaneamente per più di un minore e deve essere reperibile in ogni momento, sia di giorno che di notte, poichè può capitare che si renda necessario il suo consenso in caso di improvviso ricovero in ospedale o che il minore fugga dalla comunità in cui alloggia.</p>
<p>Un incarico impegnativo che comporta svariate responsabilità, la ricompensa non è certo pecuniaria (non è previsto alcun compenso) ma è solo umanitaria, un adulto che si prodiga per un minorenne che da solo si trova in un paese che non è il proprio, dove le regole, i modi di fare e di pensare sono diversi rispetto a quelli con cui è cresciuto.</p>
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		<title>Testo Unico sull&#8217;immigrazione</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 20:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Testo Unico sull'immigrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Di seguito trovate il Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell&#8217;immigrazione e norme sulla condizione dello straniero. Decreto Legistrativo 25 luglio 1998, n.286 Indice Principi Generali Disposizioni sull&#8217;ingresso, il soggiorno e l&#8217;allontanamento dal territorio dello stato Disciplina del lavoro Diritto all&#8217;unità familiare e tutale dei minori Disposizioni in materia sanitaria nonchè di istruzione, alloggio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/bambini_msna-300x237.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-895" title="bambini_msna" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/bambini_msna-300x237.jpg" alt="bambini_msna" width="300" height="237" /></a>Di seguito trovate il <strong>Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell&#8217;immigrazione e norme sulla condizione dello straniero</strong>.<br />
Decreto Legistrativo 25 luglio 1998, n.286</p>
<p><strong>Indice</strong></p>
<div style="padding-left:20px;">
<ol style="list-style-position:inside;padding-left:20px;">
<li>Principi Generali</li>
<li>Disposizioni sull&#8217;ingresso, il soggiorno e l&#8217;allontanamento dal territorio dello stato</li>
<li>Disciplina del lavoro</li>
<li>Diritto all&#8217;unità familiare e tutale dei minori</li>
<li>Disposizioni in materia sanitaria nonchè di istruzione, alloggio, partecipazione alla vita pubblica e integrazione sociale</li>
<li>Norme finali</li>
</ol>
</div>
<p>Se desiderate maggiori informazioni sui <a href="http://www.bimbi.net/diritti-dei-bambini.html">diritti dei bambini</a>, potete approfondire sul sito Bimbi.net</p>
<div style="padding:20px;text-align:center;width:80%;background:#fafafa;margin:20px auto">
<h3>Scarica qui il <u><a href='http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/Testo-Unico-Immigrazione.pdf'>Testo Unico Immigrazione</a></u></h3>
</div>
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		<title>I minori stranieri non accompagnati</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 14:47:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla recente indagine si è rilevato che in Italia i minori stranieri non accompagnati, solo nel 2011, sono 17.823. I paesi di provenienza sono per la maggior parte Russia, altri paesi dell&#8217;Est, Africa. Secondo fonti del Ministero degli Interni sono 1.285 i minori stranieri non accompagnati nei primi tre mesi del 2011 sbarcati in Sicilia. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/locandina-film-terraferma.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-880" title="locandina-film-terraferma" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/locandina-film-terraferma-300x225.jpg" alt="locandina-film-terraferma" width="300" height="225" /></a>Dalla recente indagine si è rilevato che in Italia i minori stranieri non accompagnati, solo nel 2011, sono 17.823. I paesi di provenienza sono per la maggior parte Russia, altri paesi dell&#8217;Est, Africa. Secondo fonti del Ministero degli Interni sono 1.285 i minori stranieri non accompagnati nei primi tre mesi del 2011 sbarcati in Sicilia. Le cifre si riferiscono solo a quelli che ufficialmente sono stati accolti, molti altri fuggono dai centri di prima accoglienza per la paura del rimpatrio.</p>
<p>Il film Terraferma del 2011 diretto da Emanuele Crialese esprime i punti salienti e allo stesso tempo contraddittori di questo tema, focalizzandosi sugli sbarchi clandestini in Sicilia.</p>
<p>Per iniziare occorre porsi alcuni interrogativi:</p>
<p>1) si tratta di minori o di stranieri?</p>
<p>2) accoglienza o controllo?</p>
<p>3) inclusione o esclusione?</p>
<p>4) protezione o difesa&#8230;da chi?</p>
<p>I lavori e le tavole rotonde allestite sull&#8217;argomento sono davvero tanti ma è difficile delineare un senso comune anche se il Diritto risponde a molti di questi interrogativi. Il fatto è che la dura realtà quotidiana ci pone di fronte a problematiche non sempre facili da superare.</p>
<p>Si parla sempre, pure troppo (se si guarda alla corrispondenza con i fatti), di diritti del minore ma poi, nel concreto quotidiano, pochi o nessun progetto presuppongono il coinvolgimento diretto del minore, eppure il Diritto lo prevede!</p>
<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/abuso-sessuale-2/convenzione-internazionale-sui-diritti-dellinfanzia/">La Convenzione Internazionale sui Diritti dell&#8217;Infanzia firmata a New York nel 1989 </a>(ratificata e resa esecutiva nel 1991 con la legge n. 176) prevede che un minore straniero anche se entrato irregolarmente in Italia gode di tutti i diritti in essa menzionati. In base alla normativa vigente (Testo Unico sull&#8217;immigrazione art.19) un minore non può essere rimpatriato.</p>
<p>Ma chi è un minore straniero non accompagnato?</p>
<p>E&#8217; un minore non avente cittadinanza italiana che, non avendo presentato domanda d&#8217;asilo, si trova nello stato italiano privo di assistenza e la rappresentanza dei genitori o di altri adulti che legalmente siano riconosciuti come responsabili in base alle leggi vigenti nell&#8217;ordinamento italiano.</p>
<p>Una volta che il minore straniero non accompagnato varca il confine, viene accolto, assistito e sistemato in Comunità. Il più delle volte il primo contatto col minore avviene con le Forze dell&#8217;Ordine. Si procede all&#8217;identificazione, all&#8217;iscrizione al SSN, al permesso di soggiorno, alla nomina di un Tutore. Saranno i Servizi sociali territoriali ad occuparsi di loro e a trovare una struttura capace di accoglierli. Il comune in cui risiede il minore si farà carico delle spese dello stesso.</p>
<p>Ogni minore straniero andrebbe segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori. Il Giudice Tutelare provvede ad individuare un tutore. Entro 60 giorni dalla segnalazione il Comitato per i minori stranieri avvia le indagini nel paese d&#8217;origine. In genere si accupano di questo organizzazioni non governative come il Servizio Sociale Internazionale, l&#8217;AIBI, il VIS, ecc. A seguito delle informazioni reperite il Comitato deciderà se il minore deve essere rimpatriato o se disporre il non luogo a provvedere al rimpatrio. Il minore ha comunque diritto di presentare ricorso al Tribunale ordinario contro la decisione della Commissione.</p>
<p>Un &#8220;iter&#8221; davvero riduttivo così descritto se si pensa solo a quali variabili possono intervenire. Innanzitutto gli stranieri adulti che arrivano in Italia, specie nel corso degli sbarchi in Sicilia che hanno affollato le cronache dei telegiornali, ma anche il territorio in massa, si proclamano minorenni pur essendo evidentemente trentenni. Ciò comporta l&#8217;avvio di indagini mediche che accertino l&#8217;età presunta del soggetto, gli stranieri ricorrono a questo espediente perchè oltre a prendere tempo circa un eventuale rimpatrio, avrebbero diritto al &#8220;permesso di soggiorno per minore età&#8221;.</p>
<p>Può capitare che il minore si dichiari rifugiato politico perchè nel paese d&#8217;origine perseguitato per motivi di razza, religione, idee politiche ecc. In quest&#8217;ultimo caso va accertata la proveniena dal paese d&#8217;origine dichiarato (il più delle volte si tratta di minori senza documenti) e poi se la rischiesta d&#8217;asilo può essere accolta.</p>
<p>In ogni caso tutti i minori stranieri non accompagnati sol perchè minorenni hanno diritto al permesso di soggiorno per minore età che però non può essere convertito in permesso per studio o lavoro una volta compiuti i 18 anni ma può essere convertito in permesso di soggiorno per affidamento il quale può essere poi, a sua volta, convertito in permesso di  studio e di lavoro.</p>
<p>La domanda del permesso di soggiorno del minore straniero non accompagnato viene inoltrata dal tutore nominato per lui o dalla comunità o Ente che lo ha preso in carico.</p>
<p>I minori hanno diritto e obbligo di istruzione, assistenza sanitaria (sono iscritti al Sistema Sanitario Nazionale), di avvalersi di un interprete, sencondo la legge Bossi-Fini hanno diritto di lavorare (in genere l&#8217;età minima è 15-16 anni).</p>
<p>Una volta compiuti i 18 anni il diritto di rimanere in Italia non è automatico.</p>
<p>Come accennavo all&#8217;inizio del nostro discorso, spesso ciò che dovrebbe essere secondo le normative vigenti non sempre è attuabile nella realtà, in quanto il diritto ha dei confini raramente chiari. Si assiste, quindi, al rimpallo di responsabilità, non si sa chi deve prendersi carico di questi giovani o nella catena degli Enti ci si imbatte in &#8220;buchi&#8221; difficili da colmare.</p>
<p>A fronte di questo però ci sono anche tanti che si sforzano come i tutor di questi ragazzi che lavorano pro bono o la presenza di Save the Children che dal 2008 insieme ad OIM, Croce Rossa e UNHCR portano avanti il <a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/presidium.pdf">Progetto Presidium </a>finalizzato al potenziamento dell&#8217;accoglienza, alla tutela dei diritti e al supporto dei minori,  che sbarcano in Sicilia.</p>
<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/Scheda%20Programma%20nazionale%20di%20protezione%20MSNA%20II%20fase.pdf">Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e l&#8217;ANCI </a>promuovono e realizzano, con la partecipazione di alcuni comuni italiani un sistema nazionale di presa in carico e integrazione dei minori stranieri in Italia.</p>
<p>C&#8217;è molto da fare ma crediamo che l&#8217;impegno e il coinvolgimento di aiuti validi riusciranno a rendere migliore la vita di questi giovani adolescenti che lasciano tristi realtà alla ricerca di un mondo migliore.</p>
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		<title>Contributo della psicologia forense nella valutazione della capacita’ d’intendere e di volere (art. 85 c.p)</title>
		<link>http://www.psicologiagiuridica.net/psicologia-giuridica-e-societa/valutazione-della-capacita-intendere-e-volere/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 18:15:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Alessandra Faino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia Giuridica e Società]]></category>
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		<category><![CDATA[art. 85 c.p]]></category>
		<category><![CDATA[diagnosi personalità]]></category>
		<category><![CDATA[perizia psichiatrica]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia forense]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
		<category><![CDATA[valutazione della capacita’ d’intendere e di volere]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tema della capacità d’intendere e di volere legata ai disturbi psichici è uno dei punti più problematici della criminologia e della psichiatria forense. A partire dal principio che la legge afferma che nessuno può essere punito per un reato se non è imputabile, ossia capace d’intendere e di volere, viene spontaneo chiedersi chi sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/11/giustizia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-858" title="giustizia" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/11/giustizia-267x300.jpg" alt="giustizia" width="267" height="300" /></a>Il tema della <strong>capacità d’intendere e di volere </strong>legata ai disturbi psichici è uno dei punti più problematici della criminologia e della psichiatria forense. A partire dal principio che la legge afferma che nessuno può essere punito per un reato se non è imputabile, ossia capace d’intendere e di volere, viene spontaneo chiedersi chi sia davvero in grado di decidere quando un soggetto debba essere punito e quando invece debba essere curato. Negli ultimi anni il codice penale ha subito delle modifiche, nel senso che tra le malattie incidenti sulle capacità intenzionali e volitive del soggetto non ci sono più solo le psicopatie, le nevrosi, i disturbi dell’affettività, ma sono compresi i disturbi di personalità che anche se non sempre inquadrabili  nel novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto d’infermità purché siano di consistenza tale da incidere sulle suddette capacità, e a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per il quale il fatto sia ritenuto casualmente determinato dal disturbo mentale (sentenza 9163 del 25 gennaio 2005). Non assumono rilievo le anomalie caratteriali o gli stati emotivi e passionali.<br />
La giurisprudenza si è molto avvicinata al paradigma della scienza psichiatrica che tiene conto delle variabili psicologiche, sociali e relazionali, e non solo biologiche che originano e condizionano l’infermità mentale. Un tema delicato non riguarda solo il rapporto tra giurisprudenza e scienza psichiatrica, ma anche tra quest’ultima e la psicologia. Infatti quando si parla di perizia ci si riferisce esclusivamente a quella psichiatrica, ma nella prassi è necessaria un’integrazione tra queste due discipline, poiché in modo diverso ma complementare permettono un’analisi più dettagliata della personalità di un individuo e delle probabili condotte criminose.<br />
<strong>La perizia psichiatrica </strong>è solitamente di tipo nosologico e psicopatologico ed è effettuata attraverso un colloquio clinico e anamnestico eventualmente integrato dalla somministrazione di scale di rilevazione della sintomatologia psichiatrica. L’obiettivo è quello di definire una diagnosi psichiatrica spesso secondo i criteri nosografici delle classificazioni internazionali del DSM-IV o dell’ICD-10. <strong>La diagnosi psicologica</strong> può essere invece di tipo più ampio: oltre che alla rilevazione di sintomatologia psicopatologica, infatti la psicodiagnosi può essere riferita  anche alla valutazione di atteggiamenti, modalità relazionali, livello e tipologia di competenze cognitive, strutture di personalità etc. Il magistrato non chiede al perito di spiegare il reato quanto piuttosto di affermare se il soggetto presenta disturbi psicopatologici tali per cui la sua condotta non deve essere intesa come espressione di criminalità ma di malattia mentale.<br />
Il sistema giuridico riduce le dimensioni dell’essere umano ad una dicotomia e non tiene conto del complesso delle funzioni psichiche tra loro inscindibili e di tutte le dimensioni che attengono ai meccanismi dell’inconscio. Non ogni malattia in senso clinico ha valore di malattia in senso forense, come vi possono essere situazioni clinicamente non rilevanti o non classificate che in ambito forense assumono valore di malattia. Nell’ambito della <strong>psichiatria forense </strong>costituiscono vizio di mente solo quei disturbi che causano alterazioni patologiche delle funzioni dell’io.<br />
<strong>Le teorie psicologiche</strong> rendono conto delle molteplici ragioni legate all’ambiente, ai rapporti fra gruppi e alle loro reazioni che favoriscono le scelte criminose di molti individui ma non possono spiegare la variabilità del comportamento individuale dinanzi ad analoghi fattori socio-ambientali, poiché essa è da ricondurre alle diverse caratteristiche psicologiche e biologiche di ogni individuo. È necessario utilizzare un approccio integrato che miri ad evidenziare quali sono i fattori che rendono ogni persona un’entità unica ed irripetibile, così che differiscono per ogni soggetto anche le risposte ai fattori criminogenetici insiti nella società, fattori che rappresentano componenti di vulnerabilità individuale nei confronti delle scelte criminose. Lo studio delle componenti di vulnerabilità può essere condotto:<br />
-    Attraverso lo studio delle teorie psicologiche della personalità<br />
-    In una prospettiva biologica<br />
-    In una prospettiva clinica.<br />
Nel considerare le correlazioni fra individuo e ambiente va sottolineato che esiste in ogni tipo di comportamento una loro costante integrazione. L’aspetto più caratteristico di questa correlazione è rappresentato dal rapporto inversamente proporzionale fra le componenti di vulnerabilità individuale e i fattori ambientali: quanto più criminogenetici  sono questi ultimi tanto rilevanti sono le componenti della personalità che rendono l’individuo più incline alla condotta criminosa o deviante, tanto meno significativi risultano le carenze, le sollecitazioni e in generale i fattori criminogeni legati alla società. Per molti anni psichiatri e psicologi hanno discusso sul perché alcune persone divenissero aggressive e violente. La prima interpretazione soddisfacente sul comportamento aggressivo e violento si deve a <strong>Freud</strong>, secondo cui:<br />
-    la personalità è il risultato dell’esperienza sociale<br />
-    sono importanti le esperienze della prima infanzia e dei conflitti tra i bisogni dell’individuo e le richieste della società;<br />
-    la personalità si distingue in tre parti spesso in conflitto tra loro.<br />
Secondo <strong>Alexander e Staub</strong> (1929) la condotta criminosa è l’effetto di molteplici modalità dello svincolo dal controllo del super-io. Essi identificano diverse condizioni nelle quali il controllo dell’istanza superiore si riduce fino ad abolirsi completamente e descrivono tre tipi di delinquenza:<br />
-    ACCIDENTALE<br />
-    CRONICA<br />
-    PER SENSO DI COLPA.<br />
Tali interpretazioni comportano il rischio di fornire una lettura della condotta criminosa che finisce per deresponsabilizzare il delinquente, la quale viene percepito come costretto a delinquere da forze da lui non governabili. Infatti la psicanalisi con l’eccessivo indulgere nella ricerca di interpretazioni psicodinamiche può comportare il rischio di intendere ogni persona come un soggetto  in qualche modo psicologicamente disturbato, col risultato di patologizzare la delinquenza, tenendo conto che le inconsce dinamiche ipotizzate in chiave psicanalitica rischiano di far perdere di vista la quotidiana realtà.</p>
<p><strong>La responsabilità individuale</strong> deve tener conto della personalità del reo ma senza sconfinare nella cosi detta “responsabilità per il modo di essere del reo”. Occorre distinguere tra TRATTI, quali modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, e DISTURBI DI PERSONALITA, i quali si costituiscono quando i tratti sono rigidi e non adattivi e causano una compromissione del funzionamento sociale o lavorativo, oppure una sofferenza soggettiva.<br />
È  importante dunque un incrocio tra psichiatria e psicologia, ma occorre soffermarsi su un singolo approccio o un’unica chiave di lettura; è tanto più opportuno utilizzare diversi approcci, integrare diversi strumenti ed essere il più oggettivi possibile perché ogni persona è unica com’è unico il mondo interno e la percezione che ne abbiamo di ognuno di noi.  Rimane però il problema che la legge vieta l’esame scientifico della personalità dell’imputato, affermando che non sono ammesse perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità del reo, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato, ed in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche; la valutazione della personalità viene compiuta dal giudice stesso, mentre la perizia psichiatrica è ammessa solo nel caso di sospetto di esistenza di un’infermità di mente. Come si giustifica tale diffidenza?</p>
<p style="text-align: right;"><strong><strong>Dott.ssa Alessandra Faino</strong></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><strong>Psicologo</strong></strong></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><strong><strong><br />
</strong></strong></p>
<p>BIBLIOGRAFIA:<br />
1.    -Abazia L., Sapia C., Chef M.G., La perizia psicologica, Liquori ed. Napoli,<br />
2002<br />
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di criminologia, medicina criminologica e psichiatria forense, vol. XIII,<br />
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5.    -Cesa Bianchi M., Psicologia generale e psicologia giuridica, Contributi di<br />
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8.    -De Leo G., Patrizia P., De Gregorio  E., L’analisi dell’azione deviante, il<br />
Mulino ,Bologna, 2004<br />
9.    -De Leo G., La psicologia clinica in campo giudiziario e penitenziario:<br />
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10.    -Del Miglio C., “Manuale di psicologia generale”, Ed. Borla, Roma, 1998.<br />
11.    -Di Nuovo S.,Xibilia A., “L’esame psicologico in campo giudiziario”,<br />
Bonanno, Roma 2007;<br />
12.    -Fonari U., Trattato di psichiatria forense, U.T.E.T, Torino, 2004<br />
13.    -Frati, F. (2002) – La psicologia penitenziaria e criminologia, sul n.1 di<br />
Gennaio 2002 del “Bollettino d’informazione dell’Ordine degli Psicologi<br />
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14.    -Frati, F. (2002) &#8211; La deontologia come parametro di qualità nell’esercizio<br />
della professione di psicologo”, sul n. 3 – Anno VII – Giugno 2002 del<br />
“Bollettino d’informazione dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna”<br />
15.    -Gulotta G., e coll., Elementi di psicologia giuridica e di diritto psicologico<br />
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16.    -Magrin M.E., Guida al lavoro peritale, Giuffrè ed., Milano 2000<br />
17.    -Mantovani F., Il problema della criminalità, Cedam, Padova, 1984.<br />
18.    -Marotta, G., Bueno Arus, F., Le basi giuridiche del trattamento penale, in F.<br />
Ferracuti, Trattato di criminologia, medicina criminologica e psichiatri<br />
forense, vol.XI, Carcere e trattamento, Giuffrè, Milano, 1989.<br />
19.    -Mastronardi V., “Manuale per operatori criminologici e psicopatologi<br />
20.    forensi”, Giuffrè ed. , Milano, 1996.<br />
21.    -Ponti G., “Compendio di criminologia”, Cortina Editore, Milano, 1990<br />
22.    -Recrosio, L. (2001) -  “Aspetti deontologici dell’intervento  dello Psicologo in Psicologia giuridica”, relazione presentata al Convegno “Psicologia  e<br />
23.    Giustizia:ruoli, funzioni, competenze  dello Psicologo in campo giudiziario e<br />
penitenziario“organizzato dall’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia   Giulia a Trieste il 17 febbraio 2001,-Sarchielli, G. e Frati, F. (2002) .</p>
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		<title>Comprendere la bugia del bambino nella famiglia separata</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 18:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Nadia Giorgi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Separazione coniugale]]></category>
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		<description><![CDATA[Compito precipuo dei genitori è quello di offrire strumenti ai figli per costruire una propria identità, nel tentativo di risolvere il bisogno di coerenza, consapevolezza nei confronti della vita, relazioni significative con l’altro. Crescere significa trasformazione in un costante gioco interattivo tra noi e la realtà. Un alternarsi di adattamento e assimilazione con il mondo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/08/bugie.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-816" title="bugie" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/08/bugie.jpg" alt="bugie" width="221" height="221" /></a>Compito precipuo dei genitori è quello di offrire strumenti ai figli per costruire una propria identità, nel tentativo di risolvere il bisogno di coerenza, consapevolezza nei confronti della vita, relazioni significative con l’altro.<br />
Crescere significa trasformazione in un costante gioco interattivo tra noi e la realtà. Un alternarsi di adattamento e assimilazione con il mondo, orientandosi mediante la distinzione dall’altro, differenziandosi per poter esistere. Una funzione fondamentale della mente è il ricordo che permette di possedere una storia da raccontare, intrecciando i nostri legami nell’arco temporale. Narrare la trama della propria vita in cui le figure genitoriali si stagliano epiche offrendo l’humus determinante: la fiducia nell’adulto che il piccolo utilizza per crearsi sicurezza. E’ la strada dell’autonomia e indipendenza che lentamente è indispensabile costruire con la crescita. Talvolta tuttavia, percorrendola, il bambino racconta bugie.<br />
Troppo spesso diamo a ciò una connotazione giudicante negativa. Bugie e menzogne ci accompagnano dall’infanzia alla vecchiaia. Avvicinandosi al concetto “bugia” il tentativo è soprattutto quello di discernere la motivazione che induce il piccolo a raccontarla, offrendo un punto di vista che stimoli molteplici letture del senso della bugia del bambino.<br />
In primis è a se stesso che il fanciullo racconta una bugia. Ad esempio quando pensa &#8220;come se fosse&#8221;, fingendo di essere qualcosa di diverso da ciò che é o crede di essere, una capacità adatta a favorire l’astrazione. E’ l’inizio dell’immaginazione, della creatività, del gioco che aiuta a conoscere se stesso e gli altri. La realtà si fonde e si confonde con l’illusione e il bambino si confonde con il prodotto della sua fantasia. La “bugia narrativa” appare quindi un’evoluzione mentale che accresce gradatamente l’autonomia e l’indipendenza. Bugie che accompagnano la nostra vita trasformandosi poi in sogni. Possiamo inoltre notare che trasgredire mediante una bugia è un atto evolutivo: scelgo contro i genitori, da solo, assumendomi responsabilità per le conseguenze, camminando sulla strada dell’autonomia. Raccontare qualche bugia é essenziale per crescere, per superare l’insicurezza o l’ansia per la propria prestazione, osando affermare di essere all’altezza di un compito particolare, impegnandosi a farcela.<br />
Ferenczi la considera un sentimento di &#8220;onnipotenza del pensiero&#8221; con la funzione di mantenere intatte le proprie illusioni, mentre la Klein afferma che il bambino mente in concomitanza del &#8220;declinare del potere genitoriale&#8221;. Per Piaget nella mente del fanciullo, in età prescolare, non c&#8217;è distinzione tra fantasia e realtà. Appartiene a questa epoca il &#8220;pensiero magico&#8221; e l’&#8221;egocentrismo infantile&#8221;. Solo dopo i sei anni il bambino riesce a distinguere chiaramente tra il vero e il falso, sviluppando il &#8220;giudizio morale&#8221;. Talvolta permangono anche nei preadolescenti tracce di &#8220;pensiero magico infantile&#8221;. La bugia ha soprattutto il significato di &#8220;negare la realtà&#8221;. Un meccanismo di difesa che è importante analizzare per comprendere quanto esso travalichi la normalità e sconfini nel sintomatico. Il bambino può avere la necessità di crearsi un mondo finto, segreto, illusorio, del tutto estraneo al reale.<br />
Questo può accadere perché il quotidiano lo fa soffrire; pertanto inconsapevolmente utilizza la bugia per celare il profondo malessere. Ad esempio può raccontare che il papà è morto se la figura paterna è assente dalla sua vita in conseguenza di una complessa vicenda separativa genitoriale.<br />
Quasi sempre, in ogni tipo di struttura familiare, ai genitori risulta difficile leggere il disagio del figlio. Essi sono direttamente coinvolti nella dinamica relazionale che contribuisce in modo occulto a generare il sintomo. In qualche modo agisce la negazione e il rifiuto di riconoscere il disturbo, poiché è alquanto arduo assumere su di sé la responsabilità della sofferenza filiale.<br />
Occorre, per riuscire in questa impresa, un’intima conoscenza di se stessi, una capacità di distinguere tra il sentire soggettivo e il sentire conseguente alla relazione emotiva, la quale produce vissuti ben diversi a seconda del colore affettivo del rapporto intrecciato.<br />
Inoltre il punto di vista personale circa il rapporto intrecciato fa sì che entrambi i vissuti siano veri seppur contrastanti ed è impresa difficile – per il genitore &#8211; tener conto di entrambi nella comprensione del fatto.<br />
Il rapporto genitore-figlio si gioca attraverso una rappresentazione di sentimenti che si dipanano all’interno dei due antipodi fiducia/tradimento, non solo per il bambino, ma anche per l’adulto.<br />
Così il genitore vive l’offesa, la delusione, il dolore di sentirsi tradito sovente con la stessa intensità del figlio, anche se &#8211; teoricamente &#8211; dovrebbe essere in grado di comprendere le motivazione del comportamento infantile e non dovrebbe accadere il contrario.<br />
Nell’attività clinica, trattando famiglie coinvolte nella vicenda separativa, si incontrano spesso incontro genitori che descrivono i propri figli etichettandoli come &#8220;bugiardi&#8221;.  Essi associano al racconto molteplici sentimenti scaturiti dalla bugia del bambino: dispiacere,delusione, sorpresa, rabbia, preoccupazione, rifiuto, allontanamento, tradimento. Tuttavia non riescono quasi mai a comprendere il motivo della bugia, a leggerne il senso.<br />
Sottolineo che la mia attenzione alla bugia del bambino è focalizzata nell’ambito di vicissitudini della separazione familiare. Non possiamo prescindere dalla dinamica familiare generata dal conflitto, dalla discordia, all’incomunicabilità fra genitori. La dinamica è conseguente al dolore vissuto dall’uno o dall’altro coniuge per la separazione. Il trauma, determinato dalla difficoltà di sostenere la sofferenza della perdita, induce spesso l’adulto a “chiudere”. Il senso di perdita è talmente intollerabile che le persone ricorrono a meccanismi di difesa quale la negazione e la chiusura. La rabbia, la delusione, il risentimento, la disperazione, il sentirsi traditi inducono comportamenti con cui si cerca di distruggere l’altro che ha ferito.<br />
Questi meccanismi di difesa hanno ripercussioni sui vissuti affettivi e relazionali dei figli. I bambini possono strutturare atteggiamenti di protezione, cura, verso il genitore considerato più debole e aggressività, rabbia per l’altro ritenuto più forte. Nel caso che la madre sia avvertita come parte più fragile avrà l’attenzione del figlio per non essere delusa o ferita da ulteriore dolore.<br />
I genitori avvertono, di fronte alla scoperta della bugia, un senso di smarrimento per il crollo della reciproca fiducia. Spesso istintivamente intervengono per reprimere, punendo dopo la scoperta, trascurando di ricercare le cause che hanno indotto il figlio a raccontare le bugie. In realtà un buon genitore dovrebbe agire come il medico competente che, prima di prescrivere una terapia, si adopera per fare un’accurata diagnosi. L’efficacia della cura dipende infatti dall’individuare l’esatta causa che ha determinato il sintomo.<br />
Infatti se non è identificata la motivazione da cui è scaturita la bugia, il genitore rischia di rinforzare la difficoltà che ha spinto il figlio a mentire. E’ necessario comprendere che la bugia ha un significato psicologico;spesso è un meccanismo di difesa di fronte a momenti difficili da sostenere da parte del bambino. Ad esempio all’interno di relazioni affettivamente importanti che la separazione genitoriale trasforma, provocando crisi per tutti i componenti.<br />
E’ utile inserire alcune esemplificazioni per comprendere meglio quanto sopra affermato.<br />
- Può capitare che il ragazzo prometta al papà di andare a pesca con lui la domenica.  Successivamente tornando a casa dalla mamma nota, dallo sguardo di lei, disappunto a rimanere sola quel giorno.  Accade così che neghi di essere rimasto d’accordo con il padre.<br />
In questo caso il figlio trova alquanto difficile andare contro il dispiacere della mamma. Questo ci dice che ha bisogno del riconoscimento affettivo della figura materna e non è in grado di reggere i sentimenti negativi verso di lui.<br />
- Un bambino racconta alla mamma che la nuova partner del papà è antipatica e lo tratta male. In realtà la madre ha diversi segnali che nella casa paterna è tranquillo e non riesce a spiegarsi perché il figlio menta.<br />
In sottofondo può esserci il bisogno di compiacere la figura materna e mantenere con lei un’alleanza o coalizione contro il padre. E’ probabile che senta la mamma fragile di fronte alla separazione e avverta il suo dolore per il nuovo legame del papà.<br />
- Una bambina può dire “Papà non gioca con me, non stiamo mai insieme” &#8211; sollecitando la protesta protettiva della madre contro il padre -mentre in realtà la figura paterna trascorre il suo tempo con la figlia.<br />
E’ sempre il bisogno di compiacere il genitore (in questo caso la mamma), causato da una distorta percezione di lui, bisogno avvertito come troppo determinante nel creare sicurezza alla piccola.<br />
“Dove hai dormito?” chiede la mamma che non vuole che il padre porti dai nonni in campagna la figlia. E la bambina “A casa di papà”.<br />
La protezione del genitore e al contempo lo spauracchio di un conflitto, o di una tensione sofferta nei rapporti significativi, genera la bugia come difesa dalla situazione dolorosa.<br />
- Un quindicenne che vive con la mamma può raccontarle che cenerà una sera dal padre, mentre avrà organizzato l’incontro in pizzeria con amici. Non esistendo dialogo fra genitori sarà offerta al ragazzo la possibilità di mentire in un’età in cui dovrebbe ancora esistere il necessario (per il figlio) controllo genitoriale.<br />
Nella fase adolescenziale la bugia è una modalità “facile ed economica” per agire i desideri che contrastano con le regole dell’adulto.<br />
E’ faticoso confrontarsi con la responsabilità e il no. L’assenza di dialogo fra genitori rende “comodo” evitare il confronto con la norma contraria alle proprie aspirazioni. Inoltre – in questo tipo di dinamica familiare &#8211; c’è un’alta probabilità di non essere scoperti, permettendo di sfuggire al senso di inevitabile responsabilità associata alla disubbidienza. “Disubbidisco assumendomi la responsabilità delle conseguenze” è una condotta che avremmo auspicarci fosse agita da ogni adolescente. Un imprescindibile atteggiamento per imparare adiventare adulti maturi.<br />
La nostra odierna cultura (e non mi addentro in interpretazioni sociologiche) impedisce questo sano processo e incrementa l’inclinazione a raggiungere l’autonomia, edificando sulla menzogna.<br />
L’adolescente non costruisce quindi sulla positività della disubbidienza e sul riconoscimento delle proprie capacità ed errori, ma tende ad usare la falsificazione della realtà.<br />
I genitori come possono intervenire una volta “illuminati” intorno alle motivazioni delle bugie?<br />
La fiducia e il tradimento sono vissuti nodali, nella relazione, sia per l’adulto che per il bambino.<br />
Tutti i bambini hanno bisogno di coerenza e non tollerano si dica loro bugie, anche se l’adulto può raccontarsi che lo fa “a fin di bene”, nel tentativo di evitare al figlio situazione dolorose.<br />
“De-centrarsi” empaticamente e provare a contattare le emozioni del figlio è senza dubbio fondamentale per individuare la più vantaggiosa reazione alla bugia del bambino. Una competenza che viene ad essere in linea con l’analogia suggerita: ossia il medico che, preoccupandosi di fare una buona diagnosi, riesce ad esistere come buon terapeuta.<br />
Ritengo infatti che ad ogni bambino dovrebbe essere offerta la possibilità di incontrare &#8211; nel genitore sufficientemente buono &#8211; anche una competenza adulta “terapeutica”.</p>
<p style="text-align: right;">Dott.ssa Nadia Giorgi<br />
Psicologa-Psicoterapeuta-Mediatrice Familiare</p>
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		<title>Come intervenire sui bambini colpiti dalla P.A.S.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 19:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Separazione coniugale]]></category>
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		<category><![CDATA[P.A.S.]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
		<category><![CDATA[separazione conflitto genitoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[La Parental Alienation Syndrome o P.A.S., sindrome da alienazione genitoriale, o parentale, è una patologia psicologica che ormai colpisce più di un terzo dei fanciulli italiani, figli di genitori separati o divorziati e li segue talvolta per tutta l’esistenza; intanto si cerca di intervenire con accorgimenti psicologici sui comportamenti degli adulti per eliminare i suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/PAS.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-807" title="PAS" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/PAS-242x300.jpg" alt="PAS" width="242" height="300" /></a>La Parental Alienation Syndrome o P.A.S., sindrome da alienazione genitoriale, o parentale, è una patologia psicologica che ormai colpisce più di un terzo dei fanciulli italiani, figli di genitori separati o divorziati e li segue talvolta per tutta l’esistenza; intanto si cerca di intervenire con accorgimenti psicologici sui comportamenti degli adulti per eliminare i suoi effetti più inquietanti.</p>
<p><strong>Le caratteristiche:</strong></p>
<p>La P.A.S. è chiaramente osservabile nei figli dei soggetti separati o divorziati già dal terzo anno di vita, perché tra l’altro già a questa età si manifesta con mutamenti di:</p>
<p>1. abitudini, (modi di dormire, alimentarsi, abbigliarsi);</p>
<p>2. carattere, (timidezza, chiusura, incertezza, paura, esibizionismo, reattività, sfida del rischio);</p>
<p>3. comportamenti (modi di reagire alle gratificazioni, alle sconfitte ed alle sollecitazioni della vita di relazione);</p>
<p>4. rendimento, (disturbi del rendimento scolastico e lavorativo);</p>
<p>5. motivazioni, (incostanza motivazionale ed incertezza degli obiettivi).</p>
<p><strong>I danni psicologici derivanti dalla compromissione della fantasia e delle motivazioni:</strong></p>
<p>I figli dei divorziati, dopo la “perdita” di uno dei genitori per effetto dell’allontanamento causato dal divorzio, contraggono la Parental Alienation Syndrome a causa di un “vissuto negativo”, cioè attraverso un percorso costellato di delusioni e sofferenze simile ad un piccolo calvario giornaliero che copre con la massima intensità tutto il periodo dell’età evolutiva, (all’incirca fino al 25° anno), poi si attenua, ma comunque dopo aver segnato il carattere ed aver lasciato effetti duraturi sulle motivazioni individuali riguardanti il lavoro, la famiglia e la società.</p>
<p><strong>Il vissuto negativo dei figli dei divorziati durante l’età evolutiva: </strong></p>
<p>Il piccolo calvario percorso dai figli dei divorziati (Parental Alienation Syndrome) inizia a far data dalla presa di coscienza dell’allontanamento di un genitore dalla famiglia, non tanto in senso fisico (infatti i figli ben sopportano i genitori impegnati in lavori lontani da casa) ma in senso psicologico- relazionale, cioè quando l’allontanamento significa bisticcio, incomprensione, intolleranza, freddezza, disaccordo, indifferenza, mancanza di dialogo. A tal punto il bambino, appena percepisce l’avvenuta separazione dei genitori, è preso da due fuochi (pressioni psicologiche): uno esterno ed uno interno.</p>
<p><strong>Un “fuoco esterno” attanaglia i figli dei divorziati ed alimenta la Parental Alienation Syndrome:</strong></p>
<p>Il fuoco esterno è prodotto dal genitore rimasto col figlio da allevare. Egli, nel migliore dei casi, senza polemizzare dice o fa capire al figlio che dopo la separazione od il divorzio la situazione è cambiata in tutti i sensi: sul piano affettivo, sul piano economico, sul piano abitativo, sul piano progettuale, sul piano degli interessi personali, sul piano relazionale. Contribuiscono a produrre disturbo, incertezza ed angoscia anche i discorsi e le puntualizzazioni di amici e parenti che “toccano”, volontariamente od involontariamente, l’argomento “separazione” in presenza del figlio o della figlia dei genitori separati. Talvolta il genitore separato parla col figlio ricorrendo a perifrasi del tipo: io non ho niente da perdere e non o niente a che vedere con te e con tuo padre (o con te e con tua madre) prefigurando una deresponsabilizzazione contornata di criminalità piuttosto che di chiara imbecillità ed azzardo. Ancor più arrecano sofferenze psichiche, ed anche fisiche in qualche caso, i “cerimoniali” socio-legali obbliganti il figlio o la figlia agli incontri con il genitore separato, l’assistente sociale, e via dicendo. La situazione diventa più negativa e pesante durante le cerimonie familiari, le feste e le vacanze perché maggiormente si notano le differenze nei comportamenti dei genitori separati.</p>
<p><strong>Un “fuoco interno” disturba la mente dei figli dei divorziati già dalla prima percezione della separazione o del divorzio.</strong></p>
<p>Il bambino quando fa i capricci, commette qualche piccolo errore, provoca contrattempi o si rifiuta di eseguire indicazioni, sente dire dalla madre o dal padre, magari stanchi, rammaricati od alquanto esauriti: &lt;&lt; .. guarda, figlio mio, io sono stanca/o, se continui a non ubbidirmi, un giorno farò come ha fatto tuo/a padre/madre, ti lascio e me ne vado anch’io&gt;&gt;. Il bambino nota anche, dopo il divorzio, (prima non vi faceva caso) tutti gli incontri, anche se fugaci ed occasionali, di strada o d’ufficio, della madre con altri uomini e del padre con altre donne, prefigurandosi un tradimento affettivo ed una sostituzione di fatto che annulli brutalmente e totalmente l’altro genitore. Nasce nel bambino un senso di colpa che lo induce a credere di essere forse egli stesso la causa della separazione o del divorzio.</p>
<p><strong>Come allentare la Parental Alienation Syndrome</strong></p>
<p>Oggi si spera di ottenere buoni risultati nei confronti dei figli dei divorziati affetti da P.A.S. migliorando le condizioni vitali e l’integrazione sociale attraverso lo studio, e le vacanze organizzate. Ma sul piano più propriamente clinico bisogna agire molto, mediante interventi psicologici e culturali, rivolti ai genitori separati, partendo col dire di non rappresentare, in nessun caso ed in nessun modo – mai -, neppure minimamente -, con discorsi, immagini o prove, le manchevolezze del genitore allontanato. Bisogna convincere i genitori, gli zii e i nonni a non commettere l’errore di disprezzare o discreditare il coniuge allontanato, davanti ai figli, al fine di evitare la produzione di un danno grave e duraturo che si abbatterebbe rovinosamente e principalmente sul loro equilibrio mentale e sulla loro futura riuscita socio-familiare e lavorativa.</p>
<p style="text-align: right;">Prof. Gennaro Iasevoli</p>
<p style="text-align: right;">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p style="text-align: right;">Facoltà di giurisprudenza – Università Parthenope –  Napoli</p>
<p style="text-align: right;">http://www.giurisprudenza.uniparthenope.it/siti_docenti/SitoDocentiStandard/default.asp?sito=giasevoli</p>
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		<title>La Sindrome di Munchausen per procura: quando l&#8217;amore della madre fa male</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 18:49:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa P. Popolla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La Sindrome di Munchausen]]></category>
		<category><![CDATA[La Sindrome di Munchausen per procura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
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		<description><![CDATA[Tra le forme di maltrattamento e abuso all&#8217;infanzia vorremmo dedicare particolare attenzione alla patologia delle cure, che comprende: - incuria, quando le cure fisiche sono insufficienti; - discuria, quando le cure fisiche sono fornite in modo distorto rispetto all&#8217;età e alle problematiche del bambino; - ipercura, quando le cure sono fornite in modo eccessivo. L&#8217;incuria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/sindrome-di-m.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-801" title="sindrome di m" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/sindrome-di-m-300x264.jpg" alt="sindrome di m" width="300" height="264" /></a> Tra le forme di maltrattamento e abuso all&#8217;infanzia vorremmo dedicare particolare attenzione alla patologia delle cure, che comprende:</p>
<p>- incuria, quando le cure fisiche sono insufficienti;</p>
<p>- discuria, quando le cure fisiche sono fornite in modo distorto rispetto all&#8217;età e alle problematiche del bambino;</p>
<p>- ipercura, quando le cure sono fornite in modo eccessivo.</p>
<p><strong>L&#8217;incuria</strong> può essere fisica o psicologica e si manifesta quando i caregiver che si occupano del bambino non gli forniscono le cure adeguate di cui lui necessita: nutrizione, vestiario, cure mediche, protezione dai pericoli, attenzione ai bisogni emotivi ed affettivi, ecc. Le conseguenze sul bambino di tale forma di maltrattamento possono essere: ritardo psicomotorio e nello sviluppo del linguaggio, iperattività e pseudo-insufficienza mentale. <strong>La discuria</strong> si manifesta quando le cure vengono fornite in modo distorto e non appropriato al momento evolutivo del bambino; essa si caratterizza da richieste, da parte dei genitori, di acquisizioni precoci o di prestazioni non congrue all&#8217;età del bambino, oppure, al contrario, si manifestano modalità di accudimento proprie di fasi di sviluppo precedenti, iperprotettività, attenzioni eccessive da parte di un genitore, soprattutto la madre, per poter soddisfare il desiderio di mantenere una fusionalità con il proprio figlio. Le conseguenze della discuria possono essere: acquisizione precoce o tardiva nello sviluppo psicomotorio, nel linguaggio, comportamento adultomorfo o immaturo, disturbi nell&#8217;acquisizione dell&#8217;autonomia.<br />
<strong>L&#8217;ipercura</strong> si manifesta quando le cure sono eccessive, quando, cioè, vi è una persistente medicalizzazione. Nella categoria dell&#8217;ipercura vengono comprese alcune forme cliniche che sono:</p>
<p>- <strong>Sindrome di Munchausen</strong> per procura (MsbP), ove un genitore, quasi sempre la madre, induce un&#8217;apparente malattia nel figlio;</p>
<p><strong>- Abuso chimico</strong> (chemical abuse), caratterizzato da una &#8220;&#8230;anomala ed aberrante somministrazione di sostanze farmacologiche e chimiche al bambino&#8230;&#8221;. Generalmente le sostanze somministrate, che &#8220;&#8230;.diventano nocive per la loro quantità, sono acqua, sale da cucina, diuretici, lassativi, anticoagulanti, psicofarmaci&#8230;..&#8221;<br />
La sindrome, nella sua fase acuta, &#8220;&#8230; va sospettata quando ci si trova di fronte a sintomi non spiegabili e quando la sintomatologia insorge ogniqualvolta la madre ha un contatto con il bambino&#8230;.&#8221;. Elemento diagnostico fondamentale è l&#8217;atteggiamento tranquillo della madre che contrasta enormemente la gravità del quadro sintomatologico del bambino.</p>
<p>- <strong>Medical shopping per procura</strong>, in cui i genitori, ansiosi ed eccessivamente preoccupati per la salute del proprio figlio, si rivolgono a numerosi medici per avere delle rassicurazioni. Spesso tale forma clinica si manifesta quando i bambini hanno sofferto nei primi anni di vita di gravi malattie, pertanto, lievi patologie nel figlio vengono percepite dai genitori come una grave minaccia per la vita del bambino; generalmente, in tali casi, il disturbo materno è di tipo nevrotico-ipocondriaco e le ansie vengono proiettate sul bambino, per cui la madre ha sempre bisogno di essere rassicurata.</p>
<p><strong>La Sindrome di Munchausen per procura</strong>, inserita come abbiamo visto, nella patologia delle cure, assume grande importanza in ambito della pediatria, della psicopatologia e della giurisprudenza, sia per le difficoltà di riconoscimento che per le gravissime conseguenze che ha sul bambino che ne è vittima. Tale sindrome, seppure individuata ormai da una trentina di anni, sembra essere ancora poco conosciuta.</p>
<p><strong>La definizione Sindrome di Munchausen</strong>, trae origine, nella sua definizione, dal protagonista della storia del barone di Munchausen che, dopo aver combattuto nell&#8217;esercito russo contro i turchi, si ritirò in un castello dove intratteneva i suoi ospiti raccontando delle storie inverosimili; da queste invenzioni prende riferimento la sindrome, caratterizzata, nell&#8217;adulto che la presenta, da un&#8217;esagerazione o invenzione dei sintomi, che richiedono un continuo consulto medico. Le persone che presentano tale sindrome, arrivano a sottoporsi ad accertamenti ed esami clinici anche molto invasivi, e persino ad interventi chirurgici. Tale sindrome, con caratteristiche sicuramente deliranti, viene inserita nel DSM-IV-TR nella categoria dei &#8220;Disturbi Fittizi con Segni e Sintomi fisici predominanti&#8221;.<br />
I Disturbi Fittizi sono caratterizzati da:</p>
<p>A. Produzione o simulazione intenzionali di segni o sintomi fisici o psichici.</p>
<p>B. La motivazione di tale comportamento è di assumere il ruolo di malato.</p>
<p>C. Sono assenti incentivi esterni per tale comportamento (per es. un vantaggio economico, l&#8217;evitamento di responsabilità legali, o il miglioramento del proprio benessere fisico, come nella simulazione).</p>
<p>Appare evidente come i pazienti che presentano tale sindrome siano disposti a subire trattamenti dolorosi pur di ricevere l&#8217;attenzione che si da alle persone realmente malate.<br />
Nella sindrome di Munchausen per procura, invece, è un genitore, quasi sempre la madre, che induce un&#8217;apparente malattia nel figlio; queste madri hanno un&#8217;errata convinzione sulla salute del proprio figlio, tanto da avere un bisogno coatto di vederlo malato, allo scopo di attirare l&#8217;attenzione su sé stesse, sentendosi &#8220;così&#8230;.particolarmente e realmente utili e proiettando sul figlio le proprie insoddisfazioni e problematiche più profonde&#8230;&#8221;. Essa viene considerata una variante della Sindrome di Munchausen, osservabile in ambito pediatrico.<br />
Appare subito evidente come tale sindrome sia una grave forma di abuso perpetrata ai danni di un bambino da parte del caregiver che si spinge sino a simulare (&#8220;forma passiva&#8221;) o procurare (&#8220;forma attiva&#8221;) sintomi o vere e proprie malattie per potersi occupare in maniera ossessiva del figlio, sottoponendolo ad accertamenti, interventi anche molto invasivi, per poter spiegare patologie che sono incongruenti sia con il quadro clinico atteso che con gli esiti degli esami oggettivi. Il pediatra inglese Roy Meadow, nel 1977, introdusse il termine Sindrome di Munchausen per procura, descrivendo dei casi in cui inventavano sintomi che i propri figli non avevano, procuravano loro dei disturbi, li sottoponevano ad una serie di accertamenti ed esami diagnostici invasivi, ad interventi che potevano mettere in serio pericolo l&#8217;incolumità del figlio, in alcuni casi sino a procurarne la morte.</p>
<p><strong>La diagnosi di MsbP </strong>è una diagnosi pediatrica di difficile individuazione, poichè viene &#8220;&#8230;.inficiata dall&#8217;inganno messo in atto dal caregiver nei confronti dei sanitari che tendono in buona fede a colludere con esso&#8230;&#8221;. Essa è complessa anche perchè spesso i sintomi presentati dalle vittime non sono ascrivibili a nessuna malattia conosciuta, per cui i sanitari sono indotti ad approfondire il caso con ulteriori esami ed accertamenti; non ultimo, è difficile poter sospettare che una madre possa spingersi fino a tanto, poichè essa appare sempre molto premurosa nei confronti del figlio-vittima, e costantemente presente nel prendersene cura.<br />
Un elemento fondamentale per la diagnosi, pur necessitando di criteri di esclusione o inclusione obiettivi, resta l&#8217;osservazione del caregiver che accudisce il bambino. Il DSM-IV-TR inserisce la Sindrome di Munchausen per procura nei disturbi comportamentali ed è definita come un &#8220;disturbo fittizio con segni e sintomi fisici predominanti&#8221;, ove la caratteristica principale è la produzione o simulazione intenzionale di segni o sintomi fisici o psichici in un&#8217;altra persona che è affidata alle cure del soggetto.<br />
Molti Autori sono concordi nel rilevare, nel perpetratore, che in genere risulta essere la madre, un disturbo psichiatrico ascrivibile al quadro depressivo, oppure una personalità isterica o borderline, con un atteggiamento estremamente distaccato nei confronti del partner padre del minore.<br />
<strong>Karlin (1995) distingue tre tipologie di madri che inducono la MsbP</strong>:</p>
<p><strong>help seekers</strong>: donne che, attraverso la preoccupazione per la salute del figlio esprimono ansia e depressione e, soprattutto la loro incapacità di prendersi cura del minore. A tale condizione, spesso sono associati conflitti coniugali, gravidanze inattese e madri sole;</p>
<p><strong>active inducers</strong>: donne che inducono nei figli malattie con metodi drammatici; sono in genere ansiose e depresse e utilizzano modalità difensive quali la negazione, la dissociazione degli affetti e la proiezione paranoidea; tendono a controllare i medici che si occupano del figlio e desiderano apparire come madri perfette nei confronti del bambino;</p>
<p><strong>doctors addicts</strong>: donne ossessionate dal bisogno di ottenere cure mediche per malattie inesistenti del proprio figlio; non accettano che non esiste una malattia, sono sospettose e diffidenti.</p>
<p>Merzagora Betsos (2003) propone degli indicatori utili a rivelare la presenza di un abuso da simulazione o perpetrazione di sintomi:<br />
- relativi all&#8217;osservazione medica: presenza di segni o sintomi bizzarri che non corrispondono ad alcuna malattia conosciuta o che risultano incongrui rispetto a patologie note, i trattamenti non hanno efficacia, i segni e i sintomi compaiono solo quando il bambino è da solo con i genitori, nella famiglia vi sono precedenti di malattie insolite o di morti strane;<br />
- relativi all&#8217;osservazione del perpetratore: il genitore esibisce delle conoscenze di medicina, ha un comportamento eccessivamente controllato rispetto alla gravità del quadro del figlio, stabilisce relazioni cordiali e strette col personale medico, non lascia mai da solo il bambino durante la degenza in ospedale.</p>
<p><strong>I danni</strong> riportati dai bambini vittime di tali sindromi sono molteplici, sia fisici che psicologici (danni ad organi interni, incubi notturni, difficoltà nell&#8217;apprendimento, assenza di relazioni sociali, sindrome ipercinetica, perdita della capacità di riconoscere le sensazioni interne del proprio corpo).<br />
Le madri che procurano la MsbP risultano affette da una patologia ipocondriaca molto grave e proiettano sul figlio la parte deteriorata del proprio sé.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Dott.ssa Paola Popolla</strong><br />
Psicologa, Psicoterapeuta<br />
Giudice Onorario Tribunale dei Minorenni di Roma</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Giuseppina Colangeli </strong></p>
<p style="text-align: right;">Psicologa &#8211; Psicoterapeuta</p>
<p style="text-align: left;">BIBLIOGRAFIA</p>
<p style="text-align: left;">American Psychiatric Association: &#8220;DSM-IV-TR, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali&#8221;, Masson, Milano, 2006.<br />
Ammaniti M.: &#8220;Manuale di psicopatologia dell&#8217;infanzia&#8221;, Raffaello Cortina, Milano, 2001.<br />
Anzieu D.: &#8220;L&#8217;io-pelle&#8221;, Borla, Roma, 1987.<br />
Fornari U.: &#8220;Trattato di Psichiatria Forense&#8221;. UTET, Torino, 2008.<br />
Franzini L.R., Grossberg J.M.: &#8220;Comportamenti bizzarri&#8221;. Astrolabio,&#8230;,1996<br />
Karlin N.J.: &#8220;Munchausen sindrome by proxy&#8221;. In Brattleboro Retreat Psychiatry Review, 4, 1,1995.<br />
Malacrea M., Lorenzini L.: &#8220;Bambini abusati&#8221;. Raffaello Cortina, Milano, 2002.<br />
Merzagora Betsos I.: &#8220;Demoni del focolare: Mogli e madri che uccidono&#8221;. Centro Scientifico Editore, &#8230;, 2003<br />
Montecchi F.: &#8220;Prevenzione, rilevamento e trattamento dell&#8217;abuso all&#8217;infanzia&#8221;. Borla, Roma, 1991.<br />
Montecchi F.: &#8220;Gli abusi all&#8217;infanzia: dalla ricerca all&#8217;intervento clinico&#8221;, NIS, Roma, 1994.<br />
Montecchi F.: &#8220;Abuso sui bambini: l&#8217;intervento a scuola&#8221;, Franco Angeli, Milano, 2002.<br />
Pancheri P., Cassano G.B.: &#8220;Trattato italiano di psichiatria&#8221;, Masson, Milano, 1992.<br />
Perusia G.: &#8220;La famiglia distruttiva. Sindrome di Munchausen per procura&#8221;, Centro Scientifico Editore, 2007.<br />
Rosenberg D.: &#8220;Dalla menzogna all&#8217;omicidio. Lo spettro della Sindrome di Munchausen per procura&#8221;, in La Sindrome di Munchausen per procura, Centro Scientifico Editore, Milano, 1996.</p>
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		<title>Il bambino maltrattato e abusato: conseguenze a breve, medio e lungo termine</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 10:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa P. Popolla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abuso sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[abusato]]></category>
		<category><![CDATA[abuso sui minori]]></category>
		<category><![CDATA[bambino  maltrattato]]></category>
		<category><![CDATA[conseguenze]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/06/pedofilia.jpg"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/06/pedofilia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-773" title="pedofilia" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/06/pedofilia-300x192.jpg" alt="pedofilia" width="300" height="192" /></a>La cronaca ci mostra negli ultimi tempi episodi gravi ed eclatanti di violenza ai danni dei minori, che nelle situazioni peggiori,  terminano con la morte degli stessi. Tali episodi sembrano senza apparente motivazione se non  la follia, e,  oltre ad impressionare, spesso turbano la nostra emotività.<br />
Ciò che  emerge è un fenomeno  vasto, complesso e articolato che riguarda  la violenza sui minori:  violenza fisica, morale, psicologica e sessuale.<br />
Il nostro intento è quello di introdurre una riflessione sul tema del maltrattamento e  dell’abuso sui minori e sulle difficoltà di una corretta  valutazione e  diagnosi.<br />
Per poter meglio inquadrare e descrivere il fenomeno dell&#8217;abuso è opportuno proporre una descrizione delle varie forme di abuso riconducibili al temine inglese &#8220;child abuse&#8221;. Esso comprende tutte le forme di abuso che un bambino può subire e che sono riassumibili in:<br />
- maltrattamento (fisico e psicologico);<br />
- patologia delle cure (incuria, discuria, ipercuria);<br />
- abuso sessuale (intrafamiliare, extrafamiliare).<br />
Tale classificazione ha sicuramente un carattere didattico ed esplicativo e la realtà che ci troviamo ad affrontare è sicuramente  più articolata e polimorfa.<br />
Montecchi  parla di &#8220;caratteristiche generali&#8221; che sono valide in tutte le forme di abuso:<br />
- l&#8217;abuso può avvenire sia all&#8217;interno che all&#8217;esterno della famiglia;<br />
- tende ad essere tenuto nascosto e negato;<br />
- è difficilmente rilevabile con sufficiente certezza;<br />
- le condizioni di abuso incidono su: sviluppo della personalità, relazioni con la famiglia, relazioni al di fuori della famiglia, relazioni con i coetanei;<br />
- tende ad aggravarsi nel tempo e non ha una risoluzione spontanea.<br />
Si è concordi nel ritenere che tutte le forme di abuso incidano sullo sviluppo fisico, psicologico, emotivo, comportamentale e relazionale del minore, condizionando l&#8217;assetto totale dell&#8217;intera personalità in fieri.<br />
Ogni forma di violenza ai danni di un minore, costituisce sempre un attacco confusivo che destabilizza la personalità in via di sviluppo, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita dell&#8217;individuo: il bambino abusato è prima di tutto violato nella psiche.<br />
Riteniamo opportuno, a scopo chiarificativo, riportare diverse definizioni di &#8220;maltrattamento&#8221; sui minori:<br />
Il National Center of Child Abuse and Neglect (1981) lo definisce: &#8221; quella situazione in cui, attraverso atti intenzionali o disattenzione grave nei riguardi dei bisogni di base del bambino, il comportamento di un genitore (o di un suo sostituto, o di un altro adulto che si occupa di lui), abbia causato danni o menomazioni che potevano essere previsti o evitati, o abbia contribuito materialmente al prolungamento o al peggioramento di un danno o di una menomazione esistente&#8221;.<br />
La definizione formulata dall&#8217;OMS nel 1999 così riporta: &#8220;per maltrattamento all&#8217;infanzia si intendono tutte le forme di cattiva cura fisica e affettiva, di abusi sessuali, di trascuratezza o di trattamento trascurante, di sfruttamento commerciale o altre, che comportano un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino, la sua sopravvivenza, il suo sviluppo o la sua dignità nel contesto di una relazione di responsabilità, di fiducia o di potere&#8221;.<br />
La caratteristica fondamentale dell&#8217;abuso sessuale è rappresentata dalla condizione in cui si trova il minore, sopraffatto da un adulto che ne invade prepotentemente il corpo e la psiche, impedendogli così di scegliere e/o comprendere ciò che gli sta accadendo.<br />
Tale dinamica relazionale genera nel minore dolore, confusione, vergogna.<br />
Finkelhor, parlando di abusi sessuali, si riferisce ad attività sessuali che implicano la stimolazione sessuale di un minore  e possono comprendere presenza o assenza di contatto fisico.<br />
Rientrano, pertanto, in quest’accezione gli episodi di pedofilia, incesto, esibizionismo, abuso rituale, molestie verbali, sfruttamento sessuale.<br />
Il IV Seminario Criminologico del Consiglio d&#8217;Europa nel 1978 definisce gli abusi sessuali sui minori come &#8220;gli atti e le carenze che turbano gravemente i bambini e le bambine, attentando alla loro integrità corporea, al suo sviluppo fisico, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o lesioni di ordine fisico e/o psicologico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino&#8221;.<br />
Occorre sottolineare che, &#8220;&#8230; mentre le definizioni giuridiche dell&#8217;abuso tendono ad evidenziare criteri ed evidenze che servono a provare o meno un comportamento abusivo&#8230;&#8221;, le definizioni di tipo clinico rilevano le conseguenze psicologiche e psicopatologiche che si hanno nei bambini vittime di comportamenti abusanti.<br />
 Gli Autori sono concordi nel ritenere che tutte le forme di maltrattamento e abuso ai danni di un minore abbiano delle gravissime conseguenze. Felicity De Zulueta ha dimostrato che il trauma rappresenta per la vittima, specie se questa è piccola, una frustrazione alla necessità di controllo sulla realtà esterna che costituisce un bisogno fondamentale per l&#8217;essere umano. Il maltrattamento e/o l&#8217;abuso distruggono, nel bambino che ne è vittima, la possibilità di dare un senso positivo alla propria esperienza, l&#8217;autostima ed il senso positivo di un sè coeso.  Tra le caratteristiche emotive e psicologiche che si riscontrano nei bambini maltrattati e/o abusati  abbiamo frequentemente: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi,  rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto  diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con bambini più piccoli con la modalità del gioco violento.<br />
Per questi bambini l’aggressività rischia di diventare l’unica via di comunicazione percorribile e, man mano che crescono, tali bambini  finiscono per considerare normale tale modello di comunicazione.<br />
L’abuso sui bambini rappresenta un fattore di rischio aspecifico per l&#8217;insorgenza di molteplici difficoltà psicologiche che si riscontrano soprattutto nello sviluppo di una bassa autostima, in modalità di attaccamento disfunzionali , nell&#8217; incapacità di regolare gli affetti  e, spesso, in una  organizzazione cosiddetta del &#8220;falso sé&#8221;.<br />
Sono stati, inoltre, individuati, quali effetti &#8220;dannosi&#8221; dei maltrattamenti sul bambino prima e sull&#8217;adolescente in seguito, anche: problemi nell&#8217;accrescimento fisico, difficoltà nell&#8217;apprendimento del linguaggio, deficit intellettivi, insuccessi scolastici, fughe da casa, uso e spaccio di stupefacenti,  reati anche in associazione con la criminalità organizzata, condotte auto ed etero distruttive, tentati suicidi.<br />
Assistiamo spesso, in numerosi bambini vittime di abusi e maltrattamenti, lo sviluppo del Disturbo Post Traumatico da Stress ( PTSD): nel DSM IV-R viene sottolineata, nell&#8217;insorgenza di tale disturbo, l&#8217;importanza di un evento che minaccia la vita o l&#8217;integrità fisica della persona, la gravità dell&#8217;evento, la sensazione di orrore e di essere inerme di fronte allo stesso. I sintomi caratteristici del PTSD sono: rivivere continuamente l&#8217;evento traumatico, ( il minore può presentare ricordi intrusivi del trauma che gli generano ansia, panico, disagio psichico), tentativi di evitamento degli stimoli legati all&#8217;abuso ( ciò può comportare amnesie ed incapacità nel ricordare elementi importanti legati all&#8217;esperienza traumatica), aumento dell&#8217;ansia e dell&#8217;eccitazione accompagnate da esagerate risposte di allarme, irritabilità e difficoltà nella concentrazione soprattutto a scuola.<br />
Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poichè il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all&#8217;interno del suo ambiente familiare.<br />
Ogni esperienza di maltrattamento può generare nella vittima delle interpretazioni distorte al fine di salvaguardare l&#8217;attaccamento con l&#8217;abusante, soprattutto se questo è un genitore, per cui il bambino arriva ad attribuire la colpa dell&#8217;accaduto o ad altre persone o addirittura ad autoaccusarsi. <br />
Rispetto alle condizioni che favoriscono la violenza e/o il maltrattamento sui minori, definiti da diversi Autori i cosiddetti &#8220;fattori di rischio&#8221;, possono costituire elemento significativo fattori inerenti a un genitore  (presenza di disturbi psichiatrici, presenza di malattie gravi, abuso di sostanze) , o alla famiglia (condizioni di indigenza, ragazze madri, separazioni, abbandoni, lutti) , e/o al contesto sociale (emigrazione, adattamento scolastico) e fattori inerenti al bambino (malattie croniche, handicap, pianto, disturbi del sonno, problemi alimentari, ipercinesia o inibizione, bambini adottati).<br />
E’ compito di ogni figura professionale che  viene in contatto con i bambini e adolescenti e con le loro  famiglie, avere delle competenze ben precise per poter individuare nei loro comportamenti i segnali e i sintomi di disagio che possono rivelare delle situazioni a rischio. I professionisti dell&#8217;infanzia possono trovarsi a contatto sia con la rivelazione di esperienze traumatiche da parte del minore, sia con delle espressioni di un disagio, sia con la presenza di sintomi psicologici, psicosomatici e/o comportamentali che rappresentano degli indicatori di rischio. I segnali del maltrattamento e dell&#8217;abuso sessuale ai danni del minore sono diversi tra loro e non sempre la loro rilevazione è di facile lettura. Per poter attuare qualsiasi intervento di aiuto al minore è fondamentale saper individuare dei &#8220;segnali&#8221; (fisici, psicologici, comportamentali) che inducono il sospetto che il soggetto in questione sia vittima di una qualche forma di maltrattamento o comportamento dannoso per la sua incolumità psichica e fisica. Occorre sempre tener presente che ogni segnale non va mai considerato isolato dal contesto in cui il minore è inserito e che è fondamentale una valutazione complessiva della situazione per poter formulare ipotesi di maltrattamenti e/o abusi.</p>
<p style="text-align: right;">Paola Popolla (Psicologa -  Psicoterapeuta, Giudice Onorario al Tribunale dei Minorenni di Roma)<br />
Giuseppina Colangeli (Psicologa &#8211; Psicoterapeuta)</p>
<p>BIBLIOGRAFIA</p>
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<p>De Zulueta F.: &#8220;dal dolore alla violenza&#8221;. Raffaello Cortina, Milano, 1999.<br />
 <br />
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<p>Strano M.: &#8220;Abusi sui minori: Manuale investigativo&#8221;, Nuovo Studio Tecna, Roma, 2006.</p>
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		<title>Linee guida di psicologia giuridica volte ad arrestare il bullismo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 12:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bullismo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bulli.jpg"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bullismo.bmp"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bullismo.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-750" title="bullismo" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bullismo.bmp" alt="bullismo" /></a>L’osservazione scientifica degli atti di bullismo, dopo molteplici studi, si sposta nuovamente sulla famiglia e sulla scuola, ma con un nuovo tipo di approccio epistemologico che implica la valutazione della “percezione infantile” della realtà.<br />
Le percezioni errate che il fanciullo ha della famiglia e della scuola sarebbero la causa scatenante del bullismo.<br />
Poiché si è notato che le conclusioni del mondo scientifico, in generale, dopo anni di osservazioni non colpevolizzano gli autori degli atti di bullismo e nemmeno la famiglia e la scuola, si impongono nuove ricerche e credo che non siano del tutto superflue indagini mirate sulle modalità, abitudini e “distorsioni percettive” dei bulli.<br />
Infatti avviene che anche le buone famiglie e le buone scuole finiscono per apparire, a causa di alcuni particolari secondari, inadeguate alla “percezione infantile” del bullo, che pertanto le ripudia nella loro immagine totale e reagisce colpendo chiunque ovunque si trovi.<br />
Partendo da questa ipotesi “patogenetica della percezione” del bullo, credo sia utile pensare concretamente ad un intervento medico-psico-pedagogico atto a prevenire e debellare completamente il fenomeno, ricorrendo ad un semplice procedimento che si sviluppa in tre fasi.<br />
Procedo, quindi, nell’ esemplificare le modalità per “rilevare” nei bambini, ragazzi e adolescenti, i sintomi del nascente bullismo e delle condotte volgari, prevaricanti e criminali, affinché ogni insegnante infatti possa agevolmente dedicarsi ad una attenta e scrupolosa osservazione di “particolari sintomi” della condotta dell’alunno a lui affidato dalla famiglia e contribuire a prevenire e debellare completamente il bullismo, seguendo un procedimento, che si sviluppa in tre momenti:<br />
1. individuazione dei bulli,<br />
2. esame delle loro insoddisfazioni ed esigenze,<br />
3. interventi emendativi o terapeutici, secondo i casi.</p>
<p>a) Riconoscere i bulli.</p>
<p>Osservazione di “particolari sintomi” della condotta degli alunni (annotazione, con discrezione deontologica e trasmissione dei dati da sottoporre al vaglio del dirigente scolastico e del consiglio di classe di particolari sintomatologie comportamentali e tendenze di ragazzi che manifestano atti di bullismo marcato):</p>
<p>o poca attenzione in classe,<br />
o incapacità di ordine personale riguardo al corredo degli attrezzi,<br />
o indugio nei bagni,<br />
o difficoltà nella ripetizione di semplici spiegazioni ricevute,<br />
o largo uso di bugie e di giustifiche fantasiose,<br />
o linguaggio scurrile e truculento,<br />
o minacce, persecuzioni, scritte offensive, telefonate anonime, denigrazioni, raffigurazioni oscene ed aggressioni fisiche,<br />
o sottrazione di compiti e di oggetti,<br />
o lacerazione ed asportazione di pagine dai libri e dai quaderni,<br />
o lancio e distruzione di matite, cancellini, righelli, palle di carta, gomme da masticare,<br />
o comunicazione con lancio di richiami, con fischi da pastore di pecore, con colpi di tosse e rumori da percussione,<br />
o abbigliamento con scritte o monili poco pertinenti al ruolo svolto,<br />
o vandalizzazione di effetti personali, abbigliamento, suppellettili ed ambienti di studio,<br />
o spintonamenti, blocco, sequestro fisico, abuso dei compagni,<br />
o porto di oggetti pericolosi e proibiti atti a colpire,<br />
o torsione laterale alternata, continuata, della testa e del busto, durante la lezione, per richiamare altri svogliati ad osservarli,<br />
o gioco con la sedia (dondolio), con il banco, spostamento parossistico della cartella e della dotazione personale di pennarelli,<br />
o andamento motorio trotterellante, penzolante, con gambe divaricate o a “rana”, con le braccia allargate in maniera irregolare, (impegno esibizionistico con l’incedere nella parte centrale dei corridoio o con strofinio delle mani o del corpo presso le pareti).</p>
<p>b) Esaminare le insoddisfazioni e le esigenze dei bulli &#8211; (indagini mirate sulle modalità, abitudini e “distorsioni percettive” dei bulli).</p>
<p>Applicando i dettami della “psicologia evolutiva” (con l’ausilio di colloqui psicologici “protetti”, realizzati da specialisti) si individuano caso per caso le “richieste complessive” e le “aspettative” che l’alunno ha nei confronti della scuola e della famiglia e si provvede a soddisfarle con l’offerta didattica e formativa mirata, in piena serenità ed armonia. (Insoddisfazione della vita familiare per povertà, per disgregazione, per sofferenze, per sparizione di congiunti) – (insoddisfazione scolastica per carenza di stimoli nuovi, interessanti ed accattivanti – rifiuto del docente eventualmente incapace).</p>
<p>c) Agire con interventi emendativi e terapeutici, secondo i casi di bullismo.</p>
<p>Dall’approccio scientifico summenzionato emerge un metodo per la risoluzione positiva del bullismo la cui efficacia è direttamente proporzionata alle capacità didattiche personali del docente (preparato per l’intervento) e delle altre componenti scolastiche nel decriptare tali sintomatologie comportamentali esplicitate.<br />
I sintomi rilevati sono preziosi in quanto aiutano a capire la insoddisfazione, la “richiesta complessiva” e le “aspettative” dell’alunno nei confronti della scuola e della famiglia. (Aggiornamento dell’offerta formativa, collaborazione con le famiglie e con gli assistenti sociali).<br />
In determinati casi patologici, i sintomi non servono soltanto a determinare un profilo attinente al bullismo, ma sono necessari per individuare la presenza di patologie posturali e motorie o carenze e disordini attentivi-psico-attitudinali, da evidenziare nella eventuale diagnosi funzionale e nei successivi controlli auxolicici dello sviluppo. (Interventi delle ASL).<br />
&lt;&lt;&gt;&gt;</p>
<p>Trattasi di semplici procedure basilari, rapide ed efficaci per risolvere il bullismo (anche se si guardi come alla punta dell’iceberg di un’educazione errata), e per evitare anche l’instaurarsi dell’angosciante timore di atti delinquenziali e perversi tra le scolaresche bene ordinate.<br />
&lt;&lt;&gt;&gt;<br />
In conclusione, propongo ciò, senza aggiungere, altre pagine di parole superflue, di vecchio stampo psico-pedagogico, considerando per un attimo la possibilità di errori significativi commessi nel recente passato, ed abituandomi anche all’idea, emersa dalla critica pedagogica, secondo la quale il bullismo non trarrebbe origine dalla natura del bambino, ma sarebbe il risultato di erronee scelte metodologiche del secondo ‘900 italiano, che, dopo tutto, sono state descritte e propagandate negli anni settanta con nomi accattivanti ( = studio per problemi”, “bando al paternalismo”, “teoria dei sistemi”). Tali teorie, fortemente innovative hanno caratterizzato un diverso rapporto docente-studente ed in pratica hanno soppiantato, a partire dagli anni settanta, principalmente nella scuola statale, la pedagogia preventiva ed emendativa. Negli ultimi 50 anni, in molte realtà scolastiche, sono stati ignorati o sottaciuti i pregi della pedagogia preventiva, del metodo emendativo e dell’emulazione dei “grandi personaggi”, sebbene abbiano permesso in passato, di recuperare generazioni di ragazzi difficili, potenziandone l’io personale e responsabilizzandoli, con costante successo, anche in condizioni sociali di povertà e di arretratezza.</p>
<p style="text-align: right;">Prof. Gennaro Iasevoli</p>
<p style="text-align: right;">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p style="text-align: right;">Facoltà di giurisprudenza – Università Parthenope –  Napoli</p>
<p style="text-align: right;">http://www.giurisprudenza.uniparthenope.it/siti_docenti/SitoDocentiStandard/default.asp?sito=giasevoli</p>
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		<title>Un metodo psicologico per curare l’autismo: il gioco della imitazione guidata</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 16:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia Giuridica e Clinica]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo, grazie alla costante collaborazione del Prof. G. Iasevoli, docente di psicologia giuridica presso l&#8217;Università Parthenope di Napoli, un articolo centrato sull&#8217;autismo e su uno dei metodi psicologici utilizzati per curarlo, per non dimenticare quanto sia importante, per uno psicologo che opera nel settore della psicologia giuridica, l&#8217;aspetto clinico di una patologia. La dimensione forense [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/03/autismo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-724" title="autismo" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/03/autismo-150x150.jpg" alt="autismo" width="150" height="150" /></a><em>Pubblichiamo, grazie alla costante collaborazione del Prof. G. Iasevoli, docente di psicologia giuridica presso l&#8217;Università Parthenope di Napoli, un articolo centrato sull&#8217;autismo e su uno dei metodi psicologici utilizzati per curarlo, per non dimenticare quanto sia importante, per uno psicologo che opera nel settore della psicologia giuridica, l&#8217;aspetto clinico di una patologia. La dimensione forense ha molti aspetti che non coincidono con la sfera Psy ed è questo che rende peculiare il lavoro dello psicologo nominato perito/consulente tuttavia il diritto con la clinica, seppur diversi, si intersecano e noi che ci informiamo spetta il compito di non fermarci mai.</em></p>
<p><em>                                                                                                                                            Dott. ssa Agata Romeo</em></p>
<p>L’autismo, quale disordine pervasivo dello sviluppo (PDD &#8211; pervasive development disorder -), è stato studiato ed affrontato clinicamente nella prima metà del ‘900. E’ menzionato tra i disturbi psico-fisici nel DSM-4 e prende il nome dalla tendenza del soggetto ad essere “autonomo” in maniera estrema (cioè senza rivolgere sufficiente interesse a quello che avviene al di fuori della propria persona).<br />
La presenza di alterazioni funzionali dei neuromediatori, di alterazioni strutturali intracraniche del sistema nervoso centrale e di un quadro psicologico che presenta ritardi di varia natura, causano una vistosa difficoltà nell’integrazione familiare e sociale.<br />
Il PDD, quale disturbo autistico, pervasivo, disintegrativo dello sviluppo non altrimenti specificato, include il disturbo di Asperger, il disturbo di Rett e la sindrome di Tourette.<br />
La definizione di sindrome AS (disturbo di Asperger) rappresenta un autismo più lieve con minore ritardo nello sviluppo del linguaggio (PDD-NOS atipico o non specificato), mentre la sindrome di Rett, rappresenta un autismo con disturbo generalizzato dello sviluppo psico-fisico; la sindrome di Tourette già notata e diversamente menzionata nell’antichità, viene definita più di cento anni fa’, nei particolari, appunto dal neurologo Georges Gilles de la Tourette che ne evidenzia i disordini neurologici accompagnati da tic motori, instabilità emotiva, ma nello stesso tempo egli ammette che tutto ciò non impedisce studi musicali o prestazioni atletiche: in effetti la sindrome di Tourette non comporta gli impedimenti propri dell’autismo grave.<br />
Le cause sono varie e non tutte ancora scoperte; sono principalmente prenatali e si ipotizza che possano essere di natura genetica o risalenti a problemi immunitari, virali, neurochimici, intolleranze alimentari genitoriali.<br />
Premesso che le cure mediche sono ancora molto imprecise, si punta anche sulla psicologia clinica e sulla pedagogia speciale dell’età evolutiva. Negli ultimi tempi l’evidenziazione di casi di autismo è fortemente aumentata, in quanto la scuola si è dotata di maggiori risorse umane preparate nella diagnosi funzionale degli allievi; tale circostanza ha un benefico impatto sulla tutela della salute dei ragazzi e dà nuovo impulso alla ricerca scientifica ed alla predisposizione istituzionale di mezzi, strutture e risorse sociomediche.<br />
Mentre i pediatri, i neuropsichiatri, gli epidemiologi, i virologi, i farmacologi, i genetisti, i medici radiodiagnosti, i medici nucleari, sperimentano tutte le risorse a disposizione, gli studiosi di psicologia negli ultimi venti anni hanno applicato, provato e sperimentato tutte le varie terapie psicologiche fino ad oggi conosciute, ottenendo notevoli risultati nella crescita mentale e nell’integrazione sociale. Però oggi sia gli studiosi, che le famiglie hanno preso coscienza delle enormi difficoltà da affrontare per ottenere piccoli risultati, pertanto tutti i problemi rimangono aperti e c’è la necessità di un maggiore coinvolgimento degli nazioni per mettere in campo nuove risorse.<br />
Oggi”, nel 2010 occorre fare il punto sulla ricerca e sulla ricognizione delle terapie sull’ “autismo”, anche alla luce delle nuove osservazioni basate sulla risonanza magnetica con gli scanner di ultima generazione.<br />
Dal punto di vista psicologico, per il recupero funzionale o la riduzione del “pervasive development disorder”, si guarda al diritto alla vita, alla dignità della persona quale centro dell’”obiettivo salute”, da difendere.<br />
In vista di tutto ciò occorre:<br />
1 ) aggiornare la visione medico-neurologica del soggetto per individuare eventualmente nuovi “ricettori sensibili corporei” da interfacciare con il mondo esterno; c’è infatti la necessità di aumentare e di incanalare la stimolazione esterna dei meccanismi cognitivi alla base delle espressioni comportamentali;<br />
2 ) rivedere anche la metodologia educativa e rieducativa, apportando modifiche correttive ai sussidi didattici, (pedagogia differenziale, speciale ed integrativa);<br />
3 ) dare uno sguardo alla situazione scolastica e sociale per verificare oggi le possibilità di un aggiornamento della legislazione intesa a favorire il recupero e la piena integrazione funzionale;<br />
4 ) individuare le pratiche sportive più idonee;<br />
5 ) approfondire altri sistemi di integrazione attraverso nuove esperienze e trattamenti (tra cui il sistema delle “gite di esplorazione” e dei “contatti con la natura, con l’arte e con le macro tecnologie”);<br />
6 ) mettere in rapporto l&#8217;ambito sanitario con quello educativo, sul terreno comune dell&#8217;aiuto alla crescita, evidenziando il ruolo del corpo e nel processo di allargamento delle relazioni; attivare quindi le strategie di intervento multidisciplinari in modo da contribuire al processo di integrazione dell&#8217;ambito sanitario con quello educativo;<br />
7 ) chiamare tutti, con ogni mezzo, ad interessarsi della questione;<br />
8 ) aumentare le risorse umane (specialisti) e risorse strumentali (strumenti scientifici e risorse economiche;<br />
9 ) dedicarsi alla ricerca scientifica – di settore &#8211; perché essa con i suoi benefici effetti e ci dona in premio la speranza e la serenità che auspichiamo;<br />
10) puntare (nel campo psicologico) alla messa a punto di indicazioni operative per il recupero funzionale (riduzione del pervasive development disorder);<br />
11 ) studiare i meccanismi psicofisici collegati ai comportamenti imitativi;<br />
12 ) Applicare le terapia psicologica fondata sulla recitazione teatrale dilettantistica (drammatizzazione ed espressività).<br />
Gli aspetti comportamentali negativi del PDD da affrontare sono: rifiuto della socializzazione con coetanei, compagni di scuola vicini di casa, ostilità al contatto fisico, isolamento, linguaggio poco sviluppato, abitudini caparbie, stereotipie motorie, mancanza di espressione mimica corporea e facciale, parziale assenza di imitazione, scarsi interessi verso le persone e l’ambiente, uso non appropriato degli oggetti, rituali comportamentali, linguaggio scorretto, ecolalia, intonazione fonica alterata, uso invertito dei pronomi tu-io, ignoranza di termini astratti, indifferenza ai suoni o ai richiami, sorriso assente, difficoltà nell’alimentazione (deglutizione senza masticazione), apatia alternata ad iperattività rispetto agli stimoli sensoriali, turbe del sonno.<br />
Gli aspetti comportamentali positivi del PDD da valorizzare sono: la buona capacità mnemonica, il legame con i genitori, il legame con alcuni oggetti.<br />
Gli interventi psico-pedagogici sono orientati all’ “abilitatazione”, dopo un’attenta ricognizione delle informazioni necessarie sullo stato motorio, cognitivo, operativo- manipolativo, esplorativo, linguistico e socio-relazionale di ciascun ragazzo, per poter procedere alla definizione di obiettivi terapeutici individualizzati, che accelerino lo sviluppo delle conoscenze e l’autonomia. Le terapie psicologiche più recenti sono fondate sull’ascolto, la gratificazione, il rinforzo, la recitazione teatrale dilettantistica, l’imitazione (è la più efficace, soprattutto se guidata), l’espressività musicale, la drammatizzazione e l’esplorazione ambientale.</p>
<p style="text-align: right;">Gennaro Iasevoli</p>
<p style="text-align: right;">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p style="text-align: right;">Facoltà di giurisprudenza &#8211; Università Parthenope &#8211;  Napoli</p>
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