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	<title>Psicologia Giuridica &#187; Ultimi articoli</title>
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		<title>Come intervenire sui bambini colpiti dalla P.A.S.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 19:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Separazione coniugale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[P.A.S.]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
		<category><![CDATA[separazione conflitto genitoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[La Parental Alienation Syndrome o P.A.S., sindrome da alienazione genitoriale, o parentale, è una patologia psicologica che ormai colpisce più di un terzo dei fanciulli italiani, figli di genitori separati o divorziati e li segue talvolta per tutta l’esistenza; intanto si cerca di intervenire con accorgimenti psicologici sui comportamenti degli adulti per eliminare i suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/PAS.jpg"><img src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/PAS-242x300.jpg" alt="PAS" title="PAS" width="242" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-807" /></a>La Parental Alienation Syndrome o P.A.S., sindrome da alienazione genitoriale, o parentale, è una patologia psicologica che ormai colpisce più di un terzo dei fanciulli italiani, figli di genitori separati o divorziati e li segue talvolta per tutta l’esistenza; intanto si cerca di intervenire con accorgimenti psicologici sui comportamenti degli adulti per eliminare i suoi effetti più inquietanti.</p>
<p><strong>Le caratteristiche:</strong></p>
<p>La P.A.S. è chiaramente osservabile nei figli dei soggetti separati o divorziati già dal terzo anno di vita, perché tra l’altro già a questa età si manifesta con mutamenti di:</p>
<p>1. abitudini, (modi di dormire, alimentarsi, abbigliarsi);</p>
<p>2. carattere, (timidezza, chiusura, incertezza, paura, esibizionismo, reattività, sfida del rischio);</p>
<p>3. comportamenti (modi di reagire alle gratificazioni, alle sconfitte ed alle sollecitazioni della vita di relazione);</p>
<p>4. rendimento, (disturbi del rendimento scolastico e lavorativo);</p>
<p>5. motivazioni, (incostanza motivazionale ed incertezza degli obiettivi).</p>
<p><strong>I danni psicologici derivanti dalla compromissione della fantasia e delle motivazioni:</strong></p>
<p>I figli dei divorziati, dopo la “perdita” di uno dei genitori per effetto dell’allontanamento causato dal divorzio, contraggono la Parental Alienation Syndrome a causa di un “vissuto negativo”, cioè attraverso un percorso costellato di delusioni e sofferenze simile ad un piccolo calvario giornaliero che copre con la massima intensità tutto il periodo dell’età evolutiva, (all’incirca fino al 25° anno), poi si attenua, ma comunque dopo aver segnato il carattere ed aver lasciato effetti duraturi sulle motivazioni individuali riguardanti il lavoro, la famiglia e la società. </p>
<p><strong>Il vissuto negativo dei figli dei divorziati durante l’età evolutiva: </strong></p>
<p>Il piccolo calvario percorso dai figli dei divorziati (Parental Alienation Syndrome) inizia a far data dalla presa di coscienza dell’allontanamento di un genitore dalla famiglia, non tanto in senso fisico (infatti i figli ben sopportano i genitori impegnati in lavori lontani da casa) ma in senso psicologico- relazionale, cioè quando l’allontanamento significa bisticcio, incomprensione, intolleranza, freddezza, disaccordo, indifferenza, mancanza di dialogo. A tal punto il bambino, appena percepisce l’avvenuta separazione dei genitori, è preso da due fuochi (pressioni psicologiche): uno esterno ed uno interno.</p>
<p><strong>Un “fuoco esterno” attanaglia i figli dei divorziati ed alimenta la Parental Alienation Syndrome:</strong></p>
<p>Il fuoco esterno è prodotto dal genitore rimasto col figlio da allevare. Egli, nel migliore dei casi, senza polemizzare dice o fa capire al figlio che dopo la separazione od il divorzio la situazione è cambiata in tutti i sensi: sul piano affettivo, sul piano economico, sul piano abitativo, sul piano progettuale, sul piano degli interessi personali, sul piano relazionale. Contribuiscono a produrre disturbo, incertezza ed angoscia anche i discorsi e le puntualizzazioni di amici e parenti che “toccano”, volontariamente od involontariamente, l’argomento “separazione” in presenza del figlio o della figlia dei genitori separati. Talvolta il genitore separato parla col figlio ricorrendo a perifrasi del tipo: io non ho niente da perdere e non o niente a che vedere con te e con tuo padre (o con te e con tua madre) prefigurando una deresponsabilizzazione contornata di criminalità piuttosto che di chiara imbecillità ed azzardo. Ancor più arrecano sofferenze psichiche, ed anche fisiche in qualche caso, i “cerimoniali” socio-legali obbliganti il figlio o la figlia agli incontri con il genitore separato, l’assistente sociale, e via dicendo. La situazione diventa più negativa e pesante durante le cerimonie familiari, le feste e le vacanze perché maggiormente si notano le differenze nei comportamenti dei genitori separati.</p>
<p><strong>Un “fuoco interno” disturba la mente dei figli dei divorziati già dalla prima percezione della separazione o del divorzio.</strong></p>
<p>Il bambino quando fa i capricci, commette qualche piccolo errore, provoca contrattempi o si rifiuta di eseguire indicazioni, sente dire dalla madre o dal padre, magari stanchi, rammaricati od alquanto esauriti: &lt;&lt; .. guarda, figlio mio, io sono stanca/o, se continui a non ubbidirmi, un giorno farò come ha fatto tuo/a padre/madre, ti lascio e me ne vado anch’io&gt;&gt;. Il bambino nota anche, dopo il divorzio, (prima non vi faceva caso) tutti gli incontri, anche se fugaci ed occasionali, di strada o d’ufficio, della madre con altri uomini e del padre con altre donne, prefigurandosi un tradimento affettivo ed una sostituzione di fatto che annulli brutalmente e totalmente l’altro genitore. Nasce nel bambino un senso di colpa che lo induce a credere di essere forse egli stesso la causa della separazione o del divorzio.</p>
<p><strong>Come allentare la Parental Alienation Syndrome</strong></p>
<p>Oggi si spera di ottenere buoni risultati nei confronti dei figli dei divorziati affetti da P.A.S. migliorando le condizioni vitali e l’integrazione sociale attraverso lo studio, e le vacanze organizzate. Ma sul piano più propriamente clinico bisogna agire molto, mediante interventi psicologici e culturali, rivolti ai genitori separati, partendo col dire di non rappresentare, in nessun caso ed in nessun modo – mai -, neppure minimamente -, con discorsi, immagini o prove, le manchevolezze del genitore allontanato. Bisogna convincere i genitori, gli zii e i nonni a non commettere l’errore di disprezzare o discreditare il coniuge allontanato, davanti ai figli, al fine di evitare la produzione di un danno grave e duraturo che si abbatterebbe rovinosamente e principalmente sul loro equilibrio mentale e sulla loro futura riuscita socio-familiare e lavorativa.</p>
<p style="text-align: right;">Gennaro Iasevoli</p>
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		<title>La Sindrome di Munchausen per procura: quando l&#8217;amore della madre fa male</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 18:49:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa P. Popolla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La Sindrome di Munchausen]]></category>
		<category><![CDATA[La Sindrome di Munchausen per procura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
		<category><![CDATA[tribunale dei minori]]></category>

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		<description><![CDATA[ Tra le forme di maltrattamento e abuso all&#8217;infanzia vorremmo dedicare particolare attenzione alla patologia delle cure, che comprende:
- incuria, quando le cure fisiche sono insufficienti;
- discuria, quando le cure fisiche sono fornite in modo distorto rispetto all&#8217;età e alle problematiche del bambino;
- ipercura, quando le cure sono fornite in modo eccessivo.
L&#8217;incuria può essere fisica o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/sindrome-di-m.jpg"><img src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/sindrome-di-m-300x264.jpg" alt="sindrome di m" title="sindrome di m" width="300" height="264" class="alignleft size-medium wp-image-801" /></a> Tra le forme di maltrattamento e abuso all&#8217;infanzia vorremmo dedicare particolare attenzione alla patologia delle cure, che comprende:</p>
<p>- incuria, quando le cure fisiche sono insufficienti;</p>
<p>- discuria, quando le cure fisiche sono fornite in modo distorto rispetto all&#8217;età e alle problematiche del bambino;</p>
<p>- ipercura, quando le cure sono fornite in modo eccessivo.</p>
<p><strong>L&#8217;incuria</strong> può essere fisica o psicologica e si manifesta quando i caregiver che si occupano del bambino non gli forniscono le cure adeguate di cui lui necessita: nutrizione, vestiario, cure mediche, protezione dai pericoli, attenzione ai bisogni emotivi ed affettivi, ecc. Le conseguenze sul bambino di tale forma di maltrattamento possono essere: ritardo psicomotorio e nello sviluppo del linguaggio, iperattività e pseudo-insufficienza mentale. <strong>La discuria</strong> si manifesta quando le cure vengono fornite in modo distorto e non appropriato al momento evolutivo del bambino; essa si caratterizza da richieste, da parte dei genitori, di acquisizioni precoci o di prestazioni non congrue all&#8217;età del bambino, oppure, al contrario, si manifestano modalità di accudimento proprie di fasi di sviluppo precedenti, iperprotettività, attenzioni eccessive da parte di un genitore, soprattutto la madre, per poter soddisfare il desiderio di mantenere una fusionalità con il proprio figlio. Le conseguenze della discuria possono essere: acquisizione precoce o tardiva nello sviluppo psicomotorio, nel linguaggio, comportamento adultomorfo o immaturo, disturbi nell&#8217;acquisizione dell&#8217;autonomia.<br />
<strong>L&#8217;ipercura</strong> si manifesta quando le cure sono eccessive, quando, cioè, vi è una persistente medicalizzazione. Nella categoria dell&#8217;ipercura vengono comprese alcune forme cliniche che sono:</p>
<p>- <strong>Sindrome di Munchausen</strong> per procura (MsbP), ove un genitore, quasi sempre la madre, induce un&#8217;apparente malattia nel figlio;</p>
<p><strong>- Abuso chimico</strong> (chemical abuse), caratterizzato da una &#8220;&#8230;anomala ed aberrante somministrazione di sostanze farmacologiche e chimiche al bambino&#8230;&#8221;. Generalmente le sostanze somministrate, che &#8220;&#8230;.diventano nocive per la loro quantità, sono acqua, sale da cucina, diuretici, lassativi, anticoagulanti, psicofarmaci&#8230;..&#8221;<br />
La sindrome, nella sua fase acuta, &#8220;&#8230; va sospettata quando ci si trova di fronte a sintomi non spiegabili e quando la sintomatologia insorge ogniqualvolta la madre ha un contatto con il bambino&#8230;.&#8221;. Elemento diagnostico fondamentale è l&#8217;atteggiamento tranquillo della madre che contrasta enormemente la gravità del quadro sintomatologico del bambino.</p>
<p>- <strong>Medical shopping per procura</strong>, in cui i genitori, ansiosi ed eccessivamente preoccupati per la salute del proprio figlio, si rivolgono a numerosi medici per avere delle rassicurazioni. Spesso tale forma clinica si manifesta quando i bambini hanno sofferto nei primi anni di vita di gravi malattie, pertanto, lievi patologie nel figlio vengono percepite dai genitori come una grave minaccia per la vita del bambino; generalmente, in tali casi, il disturbo materno è di tipo nevrotico-ipocondriaco e le ansie vengono proiettate sul bambino, per cui la madre ha sempre bisogno di essere rassicurata.</p>
<p><strong>La Sindrome di Munchausen per procura</strong>, inserita come abbiamo visto, nella patologia delle cure, assume grande importanza in ambito della pediatria, della psicopatologia e della giurisprudenza, sia per le difficoltà di riconoscimento che per le gravissime conseguenze che ha sul bambino che ne è vittima. Tale sindrome, seppure individuata ormai da una trentina di anni, sembra essere ancora poco conosciuta.</p>
<p><strong>La definizione Sindrome di Munchausen</strong>, trae origine, nella sua definizione, dal protagonista della storia del barone di Munchausen che, dopo aver combattuto nell&#8217;esercito russo contro i turchi, si ritirò in un castello dove intratteneva i suoi ospiti raccontando delle storie inverosimili; da queste invenzioni prende riferimento la sindrome, caratterizzata, nell&#8217;adulto che la presenta, da un&#8217;esagerazione o invenzione dei sintomi, che richiedono un continuo consulto medico. Le persone che presentano tale sindrome, arrivano a sottoporsi ad accertamenti ed esami clinici anche molto invasivi, e persino ad interventi chirurgici. Tale sindrome, con caratteristiche sicuramente deliranti, viene inserita nel DSM-IV-TR nella categoria dei &#8220;Disturbi Fittizi con Segni e Sintomi fisici predominanti&#8221;.<br />
I Disturbi Fittizi sono caratterizzati da:</p>
<p>A. Produzione o simulazione intenzionali di segni o sintomi fisici o psichici.</p>
<p>B. La motivazione di tale comportamento è di assumere il ruolo di malato.</p>
<p>C. Sono assenti incentivi esterni per tale comportamento (per es. un vantaggio economico, l&#8217;evitamento di responsabilità legali, o il miglioramento del proprio benessere fisico, come nella simulazione).</p>
<p>Appare evidente come i pazienti che presentano tale sindrome siano disposti a subire trattamenti dolorosi pur di ricevere l&#8217;attenzione che si da alle persone realmente malate.<br />
Nella sindrome di Munchausen per procura, invece, è un genitore, quasi sempre la madre, che induce un&#8217;apparente malattia nel figlio; queste madri hanno un&#8217;errata convinzione sulla salute del proprio figlio, tanto da avere un bisogno coatto di vederlo malato, allo scopo di attirare l&#8217;attenzione su sé stesse, sentendosi &#8220;così&#8230;.particolarmente e realmente utili e proiettando sul figlio le proprie insoddisfazioni e problematiche più profonde&#8230;&#8221;. Essa viene considerata una variante della Sindrome di Munchausen, osservabile in ambito pediatrico.<br />
Appare subito evidente come tale sindrome sia una grave forma di abuso perpetrata ai danni di un bambino da parte del caregiver che si spinge sino a simulare (&#8221;forma passiva&#8221;) o procurare (&#8221;forma attiva&#8221;) sintomi o vere e proprie malattie per potersi occupare in maniera ossessiva del figlio, sottoponendolo ad accertamenti, interventi anche molto invasivi, per poter spiegare patologie che sono incongruenti sia con il quadro clinico atteso che con gli esiti degli esami oggettivi. Il pediatra inglese Roy Meadow, nel 1977, introdusse il termine Sindrome di Munchausen per procura, descrivendo dei casi in cui inventavano sintomi che i propri figli non avevano, procuravano loro dei disturbi, li sottoponevano ad una serie di accertamenti ed esami diagnostici invasivi, ad interventi che potevano mettere in serio pericolo l&#8217;incolumità del figlio, in alcuni casi sino a procurarne la morte.</p>
<p><strong>La diagnosi di MsbP </strong>è una diagnosi pediatrica di difficile individuazione, poichè viene &#8220;&#8230;.inficiata dall&#8217;inganno messo in atto dal caregiver nei confronti dei sanitari che tendono in buona fede a colludere con esso&#8230;&#8221;. Essa è complessa anche perchè spesso i sintomi presentati dalle vittime non sono ascrivibili a nessuna malattia conosciuta, per cui i sanitari sono indotti ad approfondire il caso con ulteriori esami ed accertamenti; non ultimo, è difficile poter sospettare che una madre possa spingersi fino a tanto, poichè essa appare sempre molto premurosa nei confronti del figlio-vittima, e costantemente presente nel prendersene cura.<br />
Un elemento fondamentale per la diagnosi, pur necessitando di criteri di esclusione o inclusione obiettivi, resta l&#8217;osservazione del caregiver che accudisce il bambino. Il DSM-IV-TR inserisce la Sindrome di Munchausen per procura nei disturbi comportamentali ed è definita come un &#8220;disturbo fittizio con segni e sintomi fisici predominanti&#8221;, ove la caratteristica principale è la produzione o simulazione intenzionale di segni o sintomi fisici o psichici in un&#8217;altra persona che è affidata alle cure del soggetto.<br />
Molti Autori sono concordi nel rilevare, nel perpetratore, che in genere risulta essere la madre, un disturbo psichiatrico ascrivibile al quadro depressivo, oppure una personalità isterica o borderline, con un atteggiamento estremamente distaccato nei confronti del partner padre del minore.<br />
<strong>Karlin (1995) distingue tre tipologie di madri che inducono la MsbP</strong>: </p>
<p><strong>help seekers</strong>: donne che, attraverso la preoccupazione per la salute del figlio esprimono ansia e depressione e, soprattutto la loro incapacità di prendersi cura del minore. A tale condizione, spesso sono associati conflitti coniugali, gravidanze inattese e madri sole;</p>
<p><strong>active inducers</strong>: donne che inducono nei figli malattie con metodi drammatici; sono in genere ansiose e depresse e utilizzano modalità difensive quali la negazione, la dissociazione degli affetti e la proiezione paranoidea; tendono a controllare i medici che si occupano del figlio e desiderano apparire come madri perfette nei confronti del bambino;</p>
<p><strong>doctors addicts</strong>: donne ossessionate dal bisogno di ottenere cure mediche per malattie inesistenti del proprio figlio; non accettano che non esiste una malattia, sono sospettose e diffidenti.</p>
<p>Merzagora Betsos (2003) propone degli indicatori utili a rivelare la presenza di un abuso da simulazione o perpetrazione di sintomi:<br />
- relativi all&#8217;osservazione medica: presenza di segni o sintomi bizzarri che non corrispondono ad alcuna malattia conosciuta o che risultano incongrui rispetto a patologie note, i trattamenti non hanno efficacia, i segni e i sintomi compaiono solo quando il bambino è da solo con i genitori, nella famiglia vi sono precedenti di malattie insolite o di morti strane;<br />
- relativi all&#8217;osservazione del perpetratore: il genitore esibisce delle conoscenze di medicina, ha un comportamento eccessivamente controllato rispetto alla gravità del quadro del figlio, stabilisce relazioni cordiali e strette col personale medico, non lascia mai da solo il bambino durante la degenza in ospedale.</p>
<p><strong>I danni</strong> riportati dai bambini vittime di tali sindromi sono molteplici, sia fisici che psicologici (danni ad organi interni, incubi notturni, difficoltà nell&#8217;apprendimento, assenza di relazioni sociali, sindrome ipercinetica, perdita della capacità di riconoscere le sensazioni interne del proprio corpo).<br />
Le madri che procurano la MsbP risultano affette da una patologia ipocondriaca molto grave e proiettano sul figlio la parte deteriorata del proprio sé.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Dott.ssa Paola Popolla</strong><br />
Psicologa, Psicoterapeuta<br />
Giudice Onorario Tribunale dei Minorenni di Roma</p>
<p style="text-align: left;">BIBLIOGRAFIA</p>
<p style="text-align: left;">American Psychiatric Association: &#8220;DSM-IV-TR, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali&#8221;, Masson, Milano, 2006.<br />
Ammaniti M.: &#8220;Manuale di psicopatologia dell&#8217;infanzia&#8221;, Raffaello Cortina, Milano, 2001.<br />
Anzieu D.: &#8220;L&#8217;io-pelle&#8221;, Borla, Roma, 1987.<br />
 Fornari U.: &#8220;Trattato di Psichiatria Forense&#8221;. UTET, Torino, 2008.<br />
 Franzini L.R., Grossberg J.M.: &#8220;Comportamenti bizzarri&#8221;. Astrolabio,&#8230;,1996<br />
 Karlin N.J.: &#8220;Munchausen sindrome by proxy&#8221;. In Brattleboro Retreat Psychiatry Review, 4, 1,1995.<br />
 Malacrea M., Lorenzini L.: &#8220;Bambini abusati&#8221;. Raffaello Cortina, Milano, 2002.<br />
Merzagora Betsos I.: &#8220;Demoni del focolare: Mogli e madri che uccidono&#8221;. Centro Scientifico Editore, &#8230;, 2003<br />
Montecchi F.: &#8220;Prevenzione, rilevamento e trattamento dell&#8217;abuso all&#8217;infanzia&#8221;. Borla, Roma, 1991.<br />
Montecchi F.: &#8220;Gli abusi all&#8217;infanzia: dalla ricerca all&#8217;intervento clinico&#8221;, NIS, Roma, 1994.<br />
Montecchi F.: &#8220;Abuso sui bambini: l&#8217;intervento a scuola&#8221;, Franco Angeli, Milano, 2002.<br />
 Pancheri P., Cassano G.B.: &#8220;Trattato italiano di psichiatria&#8221;, Masson, Milano, 1992.<br />
Perusia G.: &#8220;La famiglia distruttiva. Sindrome di Munchausen per procura&#8221;, Centro Scientifico Editore, 2007.<br />
Rosenberg D.: &#8220;Dalla menzogna all&#8217;omicidio. Lo spettro della Sindrome di Munchausen per procura&#8221;, in La Sindrome di Munchausen per procura, Centro Scientifico Editore, Milano, 1996.</p>
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		<title>Il bambino maltrattato e abusato: conseguenze a breve, medio e lungo termine</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 10:25:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa P. Popolla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abuso sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[abusato]]></category>
		<category><![CDATA[abuso sui minori]]></category>
		<category><![CDATA[bambino  maltrattato]]></category>
		<category><![CDATA[conseguenze]]></category>
		<category><![CDATA[Minori]]></category>

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		<description><![CDATA[La cronaca ci mostra negli ultimi tempi episodi gravi ed eclatanti di violenza ai danni dei minori, che nelle situazioni peggiori,  terminano con la morte degli stessi. Tali episodi sembrano senza apparente motivazione se non  la follia, e,  oltre ad impressionare, spesso turbano la nostra emotività.
Ciò che  emerge è un fenomeno  vasto, complesso e articolato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/06/pedofilia.jpg"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/06/pedofilia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-773" title="pedofilia" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/06/pedofilia-300x192.jpg" alt="pedofilia" width="300" height="192" /></a>La cronaca ci mostra negli ultimi tempi episodi gravi ed eclatanti di violenza ai danni dei minori, che nelle situazioni peggiori,  terminano con la morte degli stessi. Tali episodi sembrano senza apparente motivazione se non  la follia, e,  oltre ad impressionare, spesso turbano la nostra emotività.<br />
Ciò che  emerge è un fenomeno  vasto, complesso e articolato che riguarda  la violenza sui minori:  violenza fisica, morale, psicologica e sessuale.<br />
Il nostro intento è quello di introdurre una riflessione sul tema del maltrattamento e  dell’abuso sui minori e sulle difficoltà di una corretta  valutazione e  diagnosi.<br />
Per poter meglio inquadrare e descrivere il fenomeno dell&#8217;abuso è opportuno proporre una descrizione delle varie forme di abuso riconducibili al temine inglese &#8220;child abuse&#8221;. Esso comprende tutte le forme di abuso che un bambino può subire e che sono riassumibili in:<br />
- maltrattamento (fisico e psicologico);<br />
- patologia delle cure (incuria, discuria, ipercuria);<br />
- abuso sessuale (intrafamiliare, extrafamiliare).<br />
Tale classificazione ha sicuramente un carattere didattico ed esplicativo e la realtà che ci troviamo ad affrontare è sicuramente  più articolata e polimorfa.<br />
Montecchi  parla di &#8220;caratteristiche generali&#8221; che sono valide in tutte le forme di abuso:<br />
- l&#8217;abuso può avvenire sia all&#8217;interno che all&#8217;esterno della famiglia;<br />
- tende ad essere tenuto nascosto e negato;<br />
- è difficilmente rilevabile con sufficiente certezza;<br />
- le condizioni di abuso incidono su: sviluppo della personalità, relazioni con la famiglia, relazioni al di fuori della famiglia, relazioni con i coetanei;<br />
- tende ad aggravarsi nel tempo e non ha una risoluzione spontanea.<br />
Si è concordi nel ritenere che tutte le forme di abuso incidano sullo sviluppo fisico, psicologico, emotivo, comportamentale e relazionale del minore, condizionando l&#8217;assetto totale dell&#8217;intera personalità in fieri.<br />
Ogni forma di violenza ai danni di un minore, costituisce sempre un attacco confusivo che destabilizza la personalità in via di sviluppo, e provoca danni a breve, medio e lungo termine sul processo di crescita dell&#8217;individuo: il bambino abusato è prima di tutto violato nella psiche.<br />
Riteniamo opportuno, a scopo chiarificativo, riportare diverse definizioni di &#8220;maltrattamento&#8221; sui minori:<br />
Il National Center of Child Abuse and Neglect (1981) lo definisce: &#8221; quella situazione in cui, attraverso atti intenzionali o disattenzione grave nei riguardi dei bisogni di base del bambino, il comportamento di un genitore (o di un suo sostituto, o di un altro adulto che si occupa di lui), abbia causato danni o menomazioni che potevano essere previsti o evitati, o abbia contribuito materialmente al prolungamento o al peggioramento di un danno o di una menomazione esistente&#8221;.<br />
La definizione formulata dall&#8217;OMS nel 1999 così riporta: &#8220;per maltrattamento all&#8217;infanzia si intendono tutte le forme di cattiva cura fisica e affettiva, di abusi sessuali, di trascuratezza o di trattamento trascurante, di sfruttamento commerciale o altre, che comportano un pregiudizio reale o potenziale per la salute del bambino, la sua sopravvivenza, il suo sviluppo o la sua dignità nel contesto di una relazione di responsabilità, di fiducia o di potere&#8221;.<br />
La caratteristica fondamentale dell&#8217;abuso sessuale è rappresentata dalla condizione in cui si trova il minore, sopraffatto da un adulto che ne invade prepotentemente il corpo e la psiche, impedendogli così di scegliere e/o comprendere ciò che gli sta accadendo.<br />
Tale dinamica relazionale genera nel minore dolore, confusione, vergogna.<br />
Finkelhor, parlando di abusi sessuali, si riferisce ad attività sessuali che implicano la stimolazione sessuale di un minore  e possono comprendere presenza o assenza di contatto fisico.<br />
Rientrano, pertanto, in quest’accezione gli episodi di pedofilia, incesto, esibizionismo, abuso rituale, molestie verbali, sfruttamento sessuale.<br />
Il IV Seminario Criminologico del Consiglio d&#8217;Europa nel 1978 definisce gli abusi sessuali sui minori come &#8220;gli atti e le carenze che turbano gravemente i bambini e le bambine, attentando alla loro integrità corporea, al suo sviluppo fisico, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o lesioni di ordine fisico e/o psicologico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino&#8221;.<br />
Occorre sottolineare che, &#8220;&#8230; mentre le definizioni giuridiche dell&#8217;abuso tendono ad evidenziare criteri ed evidenze che servono a provare o meno un comportamento abusivo&#8230;&#8221;, le definizioni di tipo clinico rilevano le conseguenze psicologiche e psicopatologiche che si hanno nei bambini vittime di comportamenti abusanti.<br />
 Gli Autori sono concordi nel ritenere che tutte le forme di maltrattamento e abuso ai danni di un minore abbiano delle gravissime conseguenze. Felicity De Zulueta ha dimostrato che il trauma rappresenta per la vittima, specie se questa è piccola, una frustrazione alla necessità di controllo sulla realtà esterna che costituisce un bisogno fondamentale per l&#8217;essere umano. Il maltrattamento e/o l&#8217;abuso distruggono, nel bambino che ne è vittima, la possibilità di dare un senso positivo alla propria esperienza, l&#8217;autostima ed il senso positivo di un sè coeso.  Tra le caratteristiche emotive e psicologiche che si riscontrano nei bambini maltrattati e/o abusati  abbiamo frequentemente: pianto costante, panico, paura, accessi di aggressività, comportamenti regressivi,  rifiuto di contatto fisico di ogni tipo e ansia eccessiva per gli approcci relazionali. Inoltre, è possibile che si presenti un’eccessiva attenzione per i pericoli in generale e verso l’ambiente circostante. Sono bambini che si mostrano timidi, remissivi e paurosi in ambienti estranei, ma spesso al rientro nel loro contesto  diventano aggressivi e sfogano la loro aggressività con bambini più piccoli con la modalità del gioco violento.<br />
Per questi bambini l’aggressività rischia di diventare l’unica via di comunicazione percorribile e, man mano che crescono, tali bambini  finiscono per considerare normale tale modello di comunicazione.<br />
L’abuso sui bambini rappresenta un fattore di rischio aspecifico per l&#8217;insorgenza di molteplici difficoltà psicologiche che si riscontrano soprattutto nello sviluppo di una bassa autostima, in modalità di attaccamento disfunzionali , nell&#8217; incapacità di regolare gli affetti  e, spesso, in una  organizzazione cosiddetta del &#8220;falso sé&#8221;.<br />
Sono stati, inoltre, individuati, quali effetti &#8220;dannosi&#8221; dei maltrattamenti sul bambino prima e sull&#8217;adolescente in seguito, anche: problemi nell&#8217;accrescimento fisico, difficoltà nell&#8217;apprendimento del linguaggio, deficit intellettivi, insuccessi scolastici, fughe da casa, uso e spaccio di stupefacenti,  reati anche in associazione con la criminalità organizzata, condotte auto ed etero distruttive, tentati suicidi.<br />
Assistiamo spesso, in numerosi bambini vittime di abusi e maltrattamenti, lo sviluppo del Disturbo Post Traumatico da Stress ( PTSD): nel DSM IV-R viene sottolineata, nell&#8217;insorgenza di tale disturbo, l&#8217;importanza di un evento che minaccia la vita o l&#8217;integrità fisica della persona, la gravità dell&#8217;evento, la sensazione di orrore e di essere inerme di fronte allo stesso. I sintomi caratteristici del PTSD sono: rivivere continuamente l&#8217;evento traumatico, ( il minore può presentare ricordi intrusivi del trauma che gli generano ansia, panico, disagio psichico), tentativi di evitamento degli stimoli legati all&#8217;abuso ( ciò può comportare amnesie ed incapacità nel ricordare elementi importanti legati all&#8217;esperienza traumatica), aumento dell&#8217;ansia e dell&#8217;eccitazione accompagnate da esagerate risposte di allarme, irritabilità e difficoltà nella concentrazione soprattutto a scuola.<br />
Va tenuto presente che, in età evolutiva, la psicopatologia è caratterizzata da una flessibilità dei sintomi, poichè il bambino reagisce ad un evento stressante a seconda della sua personalità e, soprattutto in base allo stadio evolutivo in cui si trova, in base alla sua storia pregressa, e al tipo di ambiente in cui vive. I sintomi che il bambino presenta in reazione ad un evento stressante sono sempre aspecifici, e soprattutto sono in relazione ai fattori protettivi e di rischio che ha sperimentato all&#8217;interno del suo ambiente familiare.<br />
Ogni esperienza di maltrattamento può generare nella vittima delle interpretazioni distorte al fine di salvaguardare l&#8217;attaccamento con l&#8217;abusante, soprattutto se questo è un genitore, per cui il bambino arriva ad attribuire la colpa dell&#8217;accaduto o ad altre persone o addirittura ad autoaccusarsi. <br />
Rispetto alle condizioni che favoriscono la violenza e/o il maltrattamento sui minori, definiti da diversi Autori i cosiddetti &#8220;fattori di rischio&#8221;, possono costituire elemento significativo fattori inerenti a un genitore  (presenza di disturbi psichiatrici, presenza di malattie gravi, abuso di sostanze) , o alla famiglia (condizioni di indigenza, ragazze madri, separazioni, abbandoni, lutti) , e/o al contesto sociale (emigrazione, adattamento scolastico) e fattori inerenti al bambino (malattie croniche, handicap, pianto, disturbi del sonno, problemi alimentari, ipercinesia o inibizione, bambini adottati).<br />
E’ compito di ogni figura professionale che  viene in contatto con i bambini e adolescenti e con le loro  famiglie, avere delle competenze ben precise per poter individuare nei loro comportamenti i segnali e i sintomi di disagio che possono rivelare delle situazioni a rischio. I professionisti dell&#8217;infanzia possono trovarsi a contatto sia con la rivelazione di esperienze traumatiche da parte del minore, sia con delle espressioni di un disagio, sia con la presenza di sintomi psicologici, psicosomatici e/o comportamentali che rappresentano degli indicatori di rischio. I segnali del maltrattamento e dell&#8217;abuso sessuale ai danni del minore sono diversi tra loro e non sempre la loro rilevazione è di facile lettura. Per poter attuare qualsiasi intervento di aiuto al minore è fondamentale saper individuare dei &#8220;segnali&#8221; (fisici, psicologici, comportamentali) che inducono il sospetto che il soggetto in questione sia vittima di una qualche forma di maltrattamento o comportamento dannoso per la sua incolumità psichica e fisica. Occorre sempre tener presente che ogni segnale non va mai considerato isolato dal contesto in cui il minore è inserito e che è fondamentale una valutazione complessiva della situazione per poter formulare ipotesi di maltrattamenti e/o abusi.</p>
<p style="text-align: right;">Paola Popolla (Psicologa -  Psicoterapeuta, Giudice Onorario al Tribunale dei Minorenni di Roma)<br />
Giuseppina Colangeli (Psicologa &#8211; Psicoterapeuta)</p>
<p>BIBLIOGRAFIA</p>
<p>American Psychiatric Association:  &#8220;DSM-IV-TR, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali&#8221;, Masson, Milano, 2006.</p>
<p>Ammaniti M.: &#8220;Manuale di psicopatologia dell&#8217;infanzia&#8221;, Raffaello Cortina, Milano, 2001.</p>
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		<title>Linee guida di psicologia giuridica volte ad arrestare il bullismo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 12:38:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bullismo]]></category>
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		<description><![CDATA[L’osservazione scientifica degli atti di bullismo, dopo molteplici studi, si sposta nuovamente sulla famiglia e sulla scuola, ma con un nuovo tipo di approccio epistemologico che implica la valutazione della “percezione infantile” della realtà.
Le percezioni errate che il fanciullo ha della famiglia e della scuola sarebbero la causa scatenante del bullismo.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bulli.jpg"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bullismo.bmp"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bullismo.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-750" title="bullismo" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/04/bullismo.bmp" alt="bullismo" /></a>L’osservazione scientifica degli atti di bullismo, dopo molteplici studi, si sposta nuovamente sulla famiglia e sulla scuola, ma con un nuovo tipo di approccio epistemologico che implica la valutazione della “percezione infantile” della realtà.<br />
Le percezioni errate che il fanciullo ha della famiglia e della scuola sarebbero la causa scatenante del bullismo.<br />
Poiché si è notato che le conclusioni del mondo scientifico, in generale, dopo anni di osservazioni non colpevolizzano gli autori degli atti di bullismo e nemmeno la famiglia e la scuola, si impongono nuove ricerche e credo che non siano del tutto superflue indagini mirate sulle modalità, abitudini e “distorsioni percettive” dei bulli.<br />
Infatti avviene che anche le buone famiglie e le buone scuole finiscono per apparire, a causa di alcuni particolari secondari, inadeguate alla “percezione infantile” del bullo, che pertanto le ripudia nella loro immagine totale e reagisce colpendo chiunque ovunque si trovi.<br />
Partendo da questa ipotesi “patogenetica della percezione” del bullo, credo sia utile pensare concretamente ad un intervento medico-psico-pedagogico atto a prevenire e debellare completamente il fenomeno, ricorrendo ad un semplice procedimento che si sviluppa in tre fasi.<br />
Procedo, quindi, nell’ esemplificare le modalità per “rilevare” nei bambini, ragazzi e adolescenti, i sintomi del nascente bullismo e delle condotte volgari, prevaricanti e criminali, affinché ogni insegnante infatti possa agevolmente dedicarsi ad una attenta e scrupolosa osservazione di “particolari sintomi” della condotta dell’alunno a lui affidato dalla famiglia e contribuire a prevenire e debellare completamente il bullismo, seguendo un procedimento, che si sviluppa in tre momenti:<br />
1. individuazione dei bulli,<br />
2. esame delle loro insoddisfazioni ed esigenze,<br />
3. interventi emendativi o terapeutici, secondo i casi.</p>
<p>a) Riconoscere i bulli.</p>
<p>Osservazione di “particolari sintomi” della condotta degli alunni (annotazione, con discrezione deontologica e trasmissione dei dati da sottoporre al vaglio del dirigente scolastico e del consiglio di classe di particolari sintomatologie comportamentali e tendenze di ragazzi che manifestano atti di bullismo marcato):</p>
<p>o poca attenzione in classe,<br />
o incapacità di ordine personale riguardo al corredo degli attrezzi,<br />
o indugio nei bagni,<br />
o difficoltà nella ripetizione di semplici spiegazioni ricevute,<br />
o largo uso di bugie e di giustifiche fantasiose,<br />
o linguaggio scurrile e truculento,<br />
o minacce, persecuzioni, scritte offensive, telefonate anonime, denigrazioni, raffigurazioni oscene ed aggressioni fisiche,<br />
o sottrazione di compiti e di oggetti,<br />
o lacerazione ed asportazione di pagine dai libri e dai quaderni,<br />
o lancio e distruzione di matite, cancellini, righelli, palle di carta, gomme da masticare,<br />
o comunicazione con lancio di richiami, con fischi da pastore di pecore, con colpi di tosse e rumori da percussione,<br />
o abbigliamento con scritte o monili poco pertinenti al ruolo svolto,<br />
o vandalizzazione di effetti personali, abbigliamento, suppellettili ed ambienti di studio,<br />
o spintonamenti, blocco, sequestro fisico, abuso dei compagni,<br />
o porto di oggetti pericolosi e proibiti atti a colpire,<br />
o torsione laterale alternata, continuata, della testa e del busto, durante la lezione, per richiamare altri svogliati ad osservarli,<br />
o gioco con la sedia (dondolio), con il banco, spostamento parossistico della cartella e della dotazione personale di pennarelli,<br />
o andamento motorio trotterellante, penzolante, con gambe divaricate o a “rana”, con le braccia allargate in maniera irregolare, (impegno esibizionistico con l’incedere nella parte centrale dei corridoio o con strofinio delle mani o del corpo presso le pareti).</p>
<p>b) Esaminare le insoddisfazioni e le esigenze dei bulli &#8211; (indagini mirate sulle modalità, abitudini e “distorsioni percettive” dei bulli).</p>
<p>Applicando i dettami della “psicologia evolutiva” (con l’ausilio di colloqui psicologici “protetti”, realizzati da specialisti) si individuano caso per caso le “richieste complessive” e le “aspettative” che l’alunno ha nei confronti della scuola e della famiglia e si provvede a soddisfarle con l’offerta didattica e formativa mirata, in piena serenità ed armonia. (Insoddisfazione della vita familiare per povertà, per disgregazione, per sofferenze, per sparizione di congiunti) – (insoddisfazione scolastica per carenza di stimoli nuovi, interessanti ed accattivanti – rifiuto del docente eventualmente incapace).</p>
<p>c) Agire con interventi emendativi e terapeutici, secondo i casi di bullismo.</p>
<p>Dall’approccio scientifico summenzionato emerge un metodo per la risoluzione positiva del bullismo la cui efficacia è direttamente proporzionata alle capacità didattiche personali del docente (preparato per l’intervento) e delle altre componenti scolastiche nel decriptare tali sintomatologie comportamentali esplicitate.<br />
I sintomi rilevati sono preziosi in quanto aiutano a capire la insoddisfazione, la “richiesta complessiva” e le “aspettative” dell’alunno nei confronti della scuola e della famiglia. (Aggiornamento dell’offerta formativa, collaborazione con le famiglie e con gli assistenti sociali).<br />
In determinati casi patologici, i sintomi non servono soltanto a determinare un profilo attinente al bullismo, ma sono necessari per individuare la presenza di patologie posturali e motorie o carenze e disordini attentivi-psico-attitudinali, da evidenziare nella eventuale diagnosi funzionale e nei successivi controlli auxolicici dello sviluppo. (Interventi delle ASL).<br />
&lt;&lt;&gt;&gt;</p>
<p>Trattasi di semplici procedure basilari, rapide ed efficaci per risolvere il bullismo (anche se si guardi come alla punta dell’iceberg di un’educazione errata), e per evitare anche l’instaurarsi dell’angosciante timore di atti delinquenziali e perversi tra le scolaresche bene ordinate.<br />
&lt;&lt;&gt;&gt;<br />
In conclusione, propongo ciò, senza aggiungere, altre pagine di parole superflue, di vecchio stampo psico-pedagogico, considerando per un attimo la possibilità di errori significativi commessi nel recente passato, ed abituandomi anche all’idea, emersa dalla critica pedagogica, secondo la quale il bullismo non trarrebbe origine dalla natura del bambino, ma sarebbe il risultato di erronee scelte metodologiche del secondo ‘900 italiano, che, dopo tutto, sono state descritte e propagandate negli anni settanta con nomi accattivanti ( = studio per problemi”, “bando al paternalismo”, “teoria dei sistemi”). Tali teorie, fortemente innovative hanno caratterizzato un diverso rapporto docente-studente ed in pratica hanno soppiantato, a partire dagli anni settanta, principalmente nella scuola statale, la pedagogia preventiva ed emendativa. Negli ultimi 50 anni, in molte realtà scolastiche, sono stati ignorati o sottaciuti i pregi della pedagogia preventiva, del metodo emendativo e dell’emulazione dei “grandi personaggi”, sebbene abbiano permesso in passato, di recuperare generazioni di ragazzi difficili, potenziandone l’io personale e responsabilizzandoli, con costante successo, anche in condizioni sociali di povertà e di arretratezza.</p>
<p style="text-align: right;">Prof. Gennaro Iasevoli</p>
<p style="text-align: right;">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p style="text-align: right;">Facoltà di giurisprudenza – Università Parthenope –  Napoli</p>
<p style="text-align: right;">http://www.giurisprudenza.uniparthenope.it/siti_docenti/SitoDocentiStandard/default.asp?sito=giasevoli</p>
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		<title>Un metodo psicologico per curare l’autismo: il gioco della imitazione guidata</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 16:26:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia Giuridica e Clinica]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo, grazie alla costante collaborazione del Prof. G. Iasevoli, docente di psicologia giuridica presso l&#8217;Università Parthenope di Napoli, un articolo centrato sull&#8217;autismo e su uno dei metodi psicologici utilizzati per curarlo, per non dimenticare quanto sia importante, per uno psicologo che opera nel settore della psicologia giuridica, l&#8217;aspetto clinico di una patologia. La dimensione forense [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/03/autismo.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-724" title="autismo" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/03/autismo-150x150.jpg" alt="autismo" width="150" height="150" /></a><em>Pubblichiamo, grazie alla costante collaborazione del Prof. G. Iasevoli, docente di psicologia giuridica presso l&#8217;Università Parthenope di Napoli, un articolo centrato sull&#8217;autismo e su uno dei metodi psicologici utilizzati per curarlo, per non dimenticare quanto sia importante, per uno psicologo che opera nel settore della psicologia giuridica, l&#8217;aspetto clinico di una patologia. La dimensione forense ha molti aspetti che non coincidono con la sfera Psy ed è questo che rende peculiare il lavoro dello psicologo nominato perito/consulente tuttavia il diritto con la clinica, seppur diversi, si intersecano e noi che ci informiamo spetta il compito di non fermarci mai.</em></p>
<p><em>                                                                                                                                            Dott. ssa Agata Romeo</em></p>
<p>L’autismo, quale disordine pervasivo dello sviluppo (PDD &#8211; pervasive development disorder -), è stato studiato ed affrontato clinicamente nella prima metà del ‘900. E’ menzionato tra i disturbi psico-fisici nel DSM-4 e prende il nome dalla tendenza del soggetto ad essere “autonomo” in maniera estrema (cioè senza rivolgere sufficiente interesse a quello che avviene al di fuori della propria persona).<br />
La presenza di alterazioni funzionali dei neuromediatori, di alterazioni strutturali intracraniche del sistema nervoso centrale e di un quadro psicologico che presenta ritardi di varia natura, causano una vistosa difficoltà nell’integrazione familiare e sociale.<br />
Il PDD, quale disturbo autistico, pervasivo, disintegrativo dello sviluppo non altrimenti specificato, include il disturbo di Asperger, il disturbo di Rett e la sindrome di Tourette.<br />
La definizione di sindrome AS (disturbo di Asperger) rappresenta un autismo più lieve con minore ritardo nello sviluppo del linguaggio (PDD-NOS atipico o non specificato), mentre la sindrome di Rett, rappresenta un autismo con disturbo generalizzato dello sviluppo psico-fisico; la sindrome di Tourette già notata e diversamente menzionata nell’antichità, viene definita più di cento anni fa’, nei particolari, appunto dal neurologo Georges Gilles de la Tourette che ne evidenzia i disordini neurologici accompagnati da tic motori, instabilità emotiva, ma nello stesso tempo egli ammette che tutto ciò non impedisce studi musicali o prestazioni atletiche: in effetti la sindrome di Tourette non comporta gli impedimenti propri dell’autismo grave.<br />
Le cause sono varie e non tutte ancora scoperte; sono principalmente prenatali e si ipotizza che possano essere di natura genetica o risalenti a problemi immunitari, virali, neurochimici, intolleranze alimentari genitoriali.<br />
Premesso che le cure mediche sono ancora molto imprecise, si punta anche sulla psicologia clinica e sulla pedagogia speciale dell’età evolutiva. Negli ultimi tempi l’evidenziazione di casi di autismo è fortemente aumentata, in quanto la scuola si è dotata di maggiori risorse umane preparate nella diagnosi funzionale degli allievi; tale circostanza ha un benefico impatto sulla tutela della salute dei ragazzi e dà nuovo impulso alla ricerca scientifica ed alla predisposizione istituzionale di mezzi, strutture e risorse sociomediche.<br />
Mentre i pediatri, i neuropsichiatri, gli epidemiologi, i virologi, i farmacologi, i genetisti, i medici radiodiagnosti, i medici nucleari, sperimentano tutte le risorse a disposizione, gli studiosi di psicologia negli ultimi venti anni hanno applicato, provato e sperimentato tutte le varie terapie psicologiche fino ad oggi conosciute, ottenendo notevoli risultati nella crescita mentale e nell’integrazione sociale. Però oggi sia gli studiosi, che le famiglie hanno preso coscienza delle enormi difficoltà da affrontare per ottenere piccoli risultati, pertanto tutti i problemi rimangono aperti e c’è la necessità di un maggiore coinvolgimento degli nazioni per mettere in campo nuove risorse.<br />
Oggi”, nel 2010 occorre fare il punto sulla ricerca e sulla ricognizione delle terapie sull’ “autismo”, anche alla luce delle nuove osservazioni basate sulla risonanza magnetica con gli scanner di ultima generazione.<br />
Dal punto di vista psicologico, per il recupero funzionale o la riduzione del “pervasive development disorder”, si guarda al diritto alla vita, alla dignità della persona quale centro dell’”obiettivo salute”, da difendere.<br />
In vista di tutto ciò occorre:<br />
1 ) aggiornare la visione medico-neurologica del soggetto per individuare eventualmente nuovi “ricettori sensibili corporei” da interfacciare con il mondo esterno; c’è infatti la necessità di aumentare e di incanalare la stimolazione esterna dei meccanismi cognitivi alla base delle espressioni comportamentali;<br />
2 ) rivedere anche la metodologia educativa e rieducativa, apportando modifiche correttive ai sussidi didattici, (pedagogia differenziale, speciale ed integrativa);<br />
3 ) dare uno sguardo alla situazione scolastica e sociale per verificare oggi le possibilità di un aggiornamento della legislazione intesa a favorire il recupero e la piena integrazione funzionale;<br />
4 ) individuare le pratiche sportive più idonee;<br />
5 ) approfondire altri sistemi di integrazione attraverso nuove esperienze e trattamenti (tra cui il sistema delle “gite di esplorazione” e dei “contatti con la natura, con l’arte e con le macro tecnologie”);<br />
6 ) mettere in rapporto l&#8217;ambito sanitario con quello educativo, sul terreno comune dell&#8217;aiuto alla crescita, evidenziando il ruolo del corpo e nel processo di allargamento delle relazioni; attivare quindi le strategie di intervento multidisciplinari in modo da contribuire al processo di integrazione dell&#8217;ambito sanitario con quello educativo;<br />
7 ) chiamare tutti, con ogni mezzo, ad interessarsi della questione;<br />
8 ) aumentare le risorse umane (specialisti) e risorse strumentali (strumenti scientifici e risorse economiche;<br />
9 ) dedicarsi alla ricerca scientifica – di settore &#8211; perché essa con i suoi benefici effetti e ci dona in premio la speranza e la serenità che auspichiamo;<br />
10) puntare (nel campo psicologico) alla messa a punto di indicazioni operative per il recupero funzionale (riduzione del pervasive development disorder);<br />
11 ) studiare i meccanismi psicofisici collegati ai comportamenti imitativi;<br />
12 ) Applicare le terapia psicologica fondata sulla recitazione teatrale dilettantistica (drammatizzazione ed espressività).<br />
Gli aspetti comportamentali negativi del PDD da affrontare sono: rifiuto della socializzazione con coetanei, compagni di scuola vicini di casa, ostilità al contatto fisico, isolamento, linguaggio poco sviluppato, abitudini caparbie, stereotipie motorie, mancanza di espressione mimica corporea e facciale, parziale assenza di imitazione, scarsi interessi verso le persone e l’ambiente, uso non appropriato degli oggetti, rituali comportamentali, linguaggio scorretto, ecolalia, intonazione fonica alterata, uso invertito dei pronomi tu-io, ignoranza di termini astratti, indifferenza ai suoni o ai richiami, sorriso assente, difficoltà nell’alimentazione (deglutizione senza masticazione), apatia alternata ad iperattività rispetto agli stimoli sensoriali, turbe del sonno.<br />
Gli aspetti comportamentali positivi del PDD da valorizzare sono: la buona capacità mnemonica, il legame con i genitori, il legame con alcuni oggetti.<br />
Gli interventi psico-pedagogici sono orientati all’ “abilitatazione”, dopo un’attenta ricognizione delle informazioni necessarie sullo stato motorio, cognitivo, operativo- manipolativo, esplorativo, linguistico e socio-relazionale di ciascun ragazzo, per poter procedere alla definizione di obiettivi terapeutici individualizzati, che accelerino lo sviluppo delle conoscenze e l’autonomia. Le terapie psicologiche più recenti sono fondate sull’ascolto, la gratificazione, il rinforzo, la recitazione teatrale dilettantistica, l’imitazione (è la più efficace, soprattutto se guidata), l’espressività musicale, la drammatizzazione e l’esplorazione ambientale.</p>
<p style="text-align: right;">Gennaro Iasevoli</p>
<p style="text-align: right;">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p style="text-align: right;">Facoltà di giurisprudenza &#8211; Università Parthenope &#8211;  Napoli</p>
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		<title>La psicologia dello sport</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 14:06:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia Giuridica e Società]]></category>
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		<description><![CDATA[“educare, formare,  
- aiutare a cooperare, a gareggiare, a competere, a vincere &#8211; , 
alunni, dilettanti ed atleti”.
La Psicologia dello sport mira a trovare e ad applicare le più aggiornate metodologie, per essere in grado di aiutare sia i giovani che si avviano alla pratica delle attività motorie e sportive sia gli atleti professionisti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/02/competizione.jpg"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/02/competizione.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-670" title="competizione" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/02/competizione-150x150.jpg" alt="competizione" width="150" height="150" /></a>“educare, formare,  </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>- aiutare a cooperare, a gareggiare, a competere, a vincere &#8211; , </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>alunni, dilettanti ed atleti”.</strong></p>
<p>La Psicologia dello sport mira a trovare e ad applicare le più aggiornate metodologie, per essere in grado di aiutare sia i giovani che si avviano alla pratica delle attività motorie e sportive sia gli atleti professionisti e per migliorare il loro adattamento psicologico ed il loro rendimento fisico durante gli allenamenti e le gare agonistiche.<br />
Fornisce una visione d’insieme del settore, tra cui le definizioni, la storia, i paradigmi e le metodologie di ricerca ed applica i principi della psicologia.<br />
Lo psicologo mira al miglioramento delle prestazioni nello sport:</p>
<p>1) la Psicologia clinica dello Sport, si adegua e si migliora sperimentando le teorie e le applicazioni metodologiche-comportamentali”, che hanno accompagnato la vita sportiva degli atleti nel corso dell’ultimo decennio, esamina l’intelligenza, il carattere, le attitudini, le “differenze nelle relazioni individuali”, cioè tutte le caratteristiche che influenzano il comportamento delle persone durante le attività fisiche e sportive;<br />
2) tende a creare una forma di sinergia attiva tra i programmi atletici ed la ricerca del benessere mentale;<br />
3) approfondisce la panoramica delle risorse di aiuto agli studenti, ai docenti, agli istruttori, agli allenatori, ai direttori di campo, ai dilettanti ed agli atleti che vogliono migliorarsi e ricerca gli stimoli per ottenere il massimo rendimento;<br />
4) fornisce una illustrazione delle principali tendenze applicative della psicologia nelle attività motorie e sportive utili a migliorare le prestazioni atletiche;<br />
5) esamina o suggerisce anche i modi correttivi circa i vari fattori sociali-ambientali che possono incidere sul comportamento dei partecipanti allo sport, infatti conduce ricerche psicologiche teorie e pratiche, con questionari, colloqui ed interviste, per selezionare le tecniche di intervento più appropriate, da utilizzate quando occorre migliorare o correggere il comportamento scorretto degli atleti e dei tifosi.</p>
<p>Attraverso questi complessi e significativi interventi, la psicologia dello sport permette attualmente di spiegare anche ai professionisti del settore ciò che ancora essa può sperimentare, onde creare, in prospettiva, un punto di riferimento di aiuto clinico per le nuove leve.<br />
Essa affronta i temi di ricerca partendo dall’elencazione e dall’analisi dei singoli fattori che influenzano il comportamento nei contesti dell’attività motoria, fisica e sportiva:<br />
• personalità e comportamento sportivo (differenze individuali e sociali),<br />
• il ragionamento morale (lo sviluppo morale e lo sport),<br />
• relazione tra attività fisica e la salute mentale,<br />
• genere (sesso m-f) e comportamento sportivo,<br />
• il pregiudizio atletico e comportamento sportivo,<br />
• dinamiche di gruppo nello sport, cooperazione ed attriti (socializzazione nello sport),<br />
• auto-percezione, motivazione, orientamento,<br />
• impostazione dell’obiettivo sportivo,<br />
• ansia per le prestazioni,<br />
• capacità di attenzione nelle prestazioni atletiche,<br />
• auto-efficacia,<br />
• picco delle prestazioni,<br />
• competenze tecniche di intervento psicologico,<br />
• coaching,<br />
• utilizzo di immagini nello sport,<br />
• esercizio motorio e sportivo nella terapia dei disturbi psicologici.<br />
.<br />
Una delle tendenze evidenti nelle scienze dello sport, è rappresentata dall’interesse mostrato dalla medicina verso l’attività fisica e l’esercizio sportivo per il miglioramento della salute.<br />
Oggi, nelle comuni patologie riesce di grande giovamento esercitare una attività sportiva qualsiasi, che possa migliorare il comportamento generale e lo stile di vita, indipendentemente dalle altre terapie consigliate, nell’attesa di ulteriori ricerche necessarie a definire esattamente la relazione tra attività fisica e salute mentale.<br />
Intanto. anche se esistono preoccupazioni metodologiche, c&#8217;è un cauto ottimismo per quanto riguarda la potenziale efficacia dell’esercizio fisico come una possibilità terapeutica.<br />
Si conferma quindi sempre più al momento attuale, il ruolo dello sport quale “esercizio terapeutico aggiunto”, aggiornato rispetto ai modelli di cura tradizionali, quale esercizio e trattamento terapeutico psicologico clinico delle condizioni di disarmonia mente-corpo (per il miglioramento della percezione del proprio corpo).<br />
Vi è quindi una crescente convinzione nel mondo scientifico che la diffusione dello sport, in generale può promuovere il benessere mentale e servire ad individuare  terapie di varie condizioni patologiche, come ad esempio l&#8217;ansia, la depressione, e la paranoia, la bulimia e l’anoressia.<br />
Ci si augura che la richiesta sociale di sport spinga i ricercatori e coloro che lavorano nei vari campi e settori delle scienze ad associarsi e ad affrontare da più prospettive lo studio del ruolo potenziale, dell’esercizio fisico nell’alleviare anche gli oneri finanziari che gli Stati sostengono per il miglioramento della qualità della vita delle persone.</p>
<p>I metodi operativi della psicologia sportiva attuali  danno l’opportunità agli atleti ed ai dilettanti, di essere seguiti dallo Psicologo dello sport, pertanto si stanno esprimendo una serie di indicazioni e necessità che, se ben approfondite dagli specialisti, possono fornire un’utile guida nell’intervento specifico.<br />
Bisogna notare che specialmente in America, gli sportivi sfruttano moltissimo l’aiuto ed il supporto psicologico, durante le loro preparazione e durante le loro esibizioni, sia individuali che di gruppo, ma lamentano molto spesso la necessità di una maggiore cura personalizzata (richiesta di colloquio e di intervento psicologico personalizzato), proprio perché negli Stati Uniti si dà molta importanza al raggiungimento della “qualità totale”, preferendo le sedute collettive, di gruppo, programmate continuamente secondo un calendario stabilito, con la presenza di Psicologi Formatori nella “direzione” tecnico-specialistica”.<br />
Ma gli atleti lamentano la necessità di un maggiore rapporto “uno ad uno”, faccia a faccia con lo psicologo, perché vogliono approfittare di un’occasione colloquiale che consenta loro il chiarimento delle problematiche personali ed “intime”.<br />
In Italia, i primi fortunati esperimenti sono alquanto misti, perchè si basano alternativamente sulle discussioni plenarie e sui “colloqui” personali che danno l’impressione allo sportivo di essere maggiormente seguito.<br />
Ma, a nostro parere scientifico, hanno ragione gli americani ed i giapponesi quando parlano di standard di qualità totale che deve essere un obiettivo generalizzato e chiaro per tutti, senza indulgenze, pietismi e personalismi che finiscono per impoverire la disciplina e la classe dello sport, sebbene occorra predisporre altri percorsi per rispondere al giusto bisogno di deroga e comprensione per le persone portatrici di patologie che menomano il normale rendimento.<br />
In questo momento storico della globalizzazione, gli specialisti dell’esercizio fisico e dello sport, sono sempre più interessati a dedicarvi le applicazioni delle loro sperimentazioni per giungere ad ulteriori scoperte di metodi operativi in aggiunta alle presenti tendenze di ricerca.<br />
Questa crescente pluralità di interventi operativi è un segno di maturazione conseguente ad una maggiore collaborazione tra ricercatori e professionisti, provenienti da diverse discipline riguardanti la medicina, la psicologia, l’educazione motoria e la pratica sportiva.<br />
Nell’ambito della formazione e dell’aggiornamento dei docenti di educazione motoria e sportiva si individuano problematiche da studiare concernenti la psicologia  applicata alle scienze motorie ed allo sport, l’educazione fisica, motoria e l’avviamento alla pratica sportiva, anche nell’ottica del “benessere” a scuola.</p>
<p>Argomenti dell’ambito psicologico, trattati nella pluralità di interventi operativi:</p>
<p>• Cenni di psicologia dell’età evolutiva.<br />
• Concetti di intelligenza, carattere, attitudini, personalità, fantasia e tendenze (l’attenzione distribuita e concentrata, la distrazione, l’elaborazione fantasmatica e i sogni, la dignità, la sofferenza, la sottomissione, il riscatto, la motivazione, il livello di aspirazione, il livello di adattamento).<br />
• Evoluzione delle caratteristiche psico-sessuali infantili e preadolescenziali.<br />
• Sviluppo psicologico e principali manifestazioni della personalità dai tre ai cinque anni, (infanzia: interessi primari &gt; mamma, cibo, caldo, freddo, gioco); dai cinque ai dieci anni, (fanciullezza: apertura alla conoscenza fisica del mondo esterno e delle sue regole biologiche, chimiche, meccaniche, teoriche, ma con insufficiente interesse sessuale, riproduttivo, ideologico, economico, politico); dai dieci ai tredici anni (auto-preparazione e tensione verso interessi relazionali, sesso, allontanamento dalla famiglia, esplorazioni socio-ambientali).<br />
• La strutturazione della personalità quale risultante dell’interazione tra 4 aree: 1) area motoria  (educazione al corpo ed educazione del corpo – forza, resistenza, velocità, flessibilità, coordinazione); 2) area sociale  (sviluppo delle relazioni con gli altri – amicizia, collaborazione, ordine, rispetto delle regole); 3) area cognitiva  (ragionamento – attenzione, concentrazione, conoscenza, risoluzione delle problematiche); 4) area emotiva.-affettiva (conoscenza del proprio corpo, resistenza, tenacia, coraggio, autocontrollo, calma).<br />
I docenti delle scuole primarie e delle scuole secondarie devono affrontare e risolvere un problema di non facile soluzione che consiste nella individuazione sistematica  delle regole da adottare per combattere gli errori delle famiglie e recuperare  le funzioni indispensabili della loro professione, che deve essere in grado di armonizzare chiaramente, ai fini istruttivi educativi e formativi, le istanze fisiche, cognitive, sociali, emotive e i bisogni sportivi dei loro studenti. <br />
I Docenti devono conoscere e fornire ai genitori un elenco dettagliato delle azioni didattiche che si impegnano ad attuare al fine di soddisfare tali esigenze educative, formative e sportive, perché esistono:</p>
<p>• problemi di sport e gare (concorrenza)  a livello elementare: soltanto gli studenti più qualificati e adatti ad un tipo di sport in ogni classe traggono un maggior vantaggio dalla gara (concorrenza), ma i ragazzi non sempre sono pronti per gareggiare in concorrenza, infatti l’orientamento generale degli studi psicologici ci dice che alcuni ragazzi, per raggiungere la maturità sociale e cognitiva, necessarie per poter partecipare con successo a uno sport organizzato (gara e concorrenza), devono raggiungere almeno l’età di otto anni;<br />
• problemi derivanti dalla capacità di capire psicologicamente la complessità delle strategie di gioco che, in genere, è raggiunta dagli alunni a dodici anni di età, cosicché la maggior parte degli alunni non sono pronti per competizioni sportive, prima di completare il primo o il secondo anno di scuola media;<br />
• problema, per quanto riguarda l’inadeguatezza di gare (inter-concorso), presso la scuola elementare, che nasce dalle preoccupazioni dei potenziali rischi espresse da parte degli psicologi, per gli stress mentali degli allenamenti precoci e dall’intensa specializzazione nel gareggiare (concorrenza fisica e psichica);</p>
<p>  I problemi e i rischi psicologici emergenti da un rapido avvio a gareggiare ed a concorrere, non sembrano essere correlati ad una particolare attività sportiva, ma sono strettamente rapportati ai livelli di intensità, di durata e di frequenza di allenamento in un determinato impegno sportivo.<br />
Il concentrarsi su una sola attività motoria, nonché l’esclusione di altre pratiche sportive è sbagliato, perché espone il bambino al movimento ripetitivo e ad infortuni, che colpiscono specifici arti e le articolazioni (ad esempio, le lesioni che si verificano sulla caviglia, spalla, polso e gomito).<br />
Le continue sconfitte al termine delle gare possono influenzare negativamente il livello di aspirazione dei ragazzi, che corrono il rischio di demotivarsi e di abbassare l’autostima fino ad accusare problemi di adattamento sociale.<br />
Un altro rischio si determina nei campionati di durata annuale, quando vi sono decine di squadre diverse che si contendono il raggiungimento di un solo posto, questa modalità competitiva porta al un inutile e demotivante “campionato di campioni”, che danneggia psicologicamente una moltitudine di concorrenti perdenti a fronte del beneficio tratto da un solo vincitore che prende tutto.</p>
<p>Non bisogna far pesare le situazioni psicologiche di sconfitta sui ragazzi che si sentono responsabili di risultati negativi, che invece dipendono da una molteplicità di fattori organizzativi, nonostante i ragazzi abbiano giocato la loro migliore partita usando tutti l’impegno nelle situazioni difficili.<br />
I ragazzi devono capire che nelle partite si può perdere anche quando si gioca bene. <br />
L’inizio delle partite deve essere graduale, altrimenti i ragazzi incorrono subito nello stress e, dopo i primi errori, per la paura di perdere cominciano ad arrendersi ed a desiderare di smette di gareggiare.</p>
<p>Si nota che molti docenti e allenatori ritengono che il gareggiare già a livello della scuola primaria insegni utilmente agli alunni a come perdere senza traumi psicologici e favorisca l’inclusione di tutti i bambini (socializzazione ed inclusione interculturale).<br />
 <br />
Obiettivo salute e benessere<br />
I vigenti indirizzi pedagogici del Ministero dell’Istruzione ed il parere condiviso dai medici sull’attività motoria e sportiva nella scuola sottolineano l’importanza per la salute psicofisica dello studente pertanto i temi di intervento sono:<br />
• il mondo dello sport dei giovani e la visione della salute e del benessere dello studente, integrato territorialmente con gli altri soggetti affermati (i campioni);<br />
• l’A.M. e la salute (educazione alimentare, corretti stili di vita, prevenzione dell’uso e dell’abuso degli integratori alimentari e dei farmaci);<br />
• l’A.M. la socializzazione e  la cooperazione (il linguaggio del corpo e la vita di relazione).</p>
<p>Obiettivo stili di vita corretti<br />
L’attenzione potrà essere rivolta a promuovere :<br />
• il sostegno ai processi di sviluppo auxologici (crescita, confrontata con gli schemi) e psicologici;<br />
• il miglioramento del coordinamento motorio e delle abilità specifiche  degli alunni;<br />
• la prevenzione delle alterazioni morfo-funzionali e psico-attitudinali;<br />
• l’orientamento, l’auto orientamento, il riorientamento scolastico attraverso lo sport e la motivazione.</p>
<p>Obiettivo POF: ambito socio – psico – pedagogico<br />
Occorre applicare la normativa vigente circa i CSS per le attività motorie, fisiche e sportive nelle singole scuole, inserire la scheda di progetto nel POF, per l’ampliamento dell’offerta formativa relativa alla promozione delle attività motorie, fisiche e sportive, nominare un docente di ed. fisica responsabile laboratoriale del CSS, avviare tutte le componenti scolastiche alla valorizzazione della sport in maniera multidisciplinare.</p>
<p>Obiettivo competizioni sportive<br />
 Le competizioni sportive lentamente si stanno inserendo anche tra le attività di avviamento alla pratica sportiva nella scuola primaria per ragioni che vanno ricercate nella propaganda effettuata dalle Società sportive durante l’organizzazione di gare territoriali e per la grande visibilità che hanno le partite e le competizioni sportive degli studenti di liceo. Tali eventi contribuiscono a determinare un cambiamento di mentalità da parte dei genitori che desiderano l’inserimento di  eventi e gare anche a livello elementare.</p>
<p>I genitori incoraggiano i loro figli ad impegnarsi in attività motorie e sportive e molti di essi, in sempre maggiore percentuale, seguono direttamente programmi sportivi e partecipano a gare, quindi contribuiscono incisivamente all’attuale diffusione di competizioni sportive nelle scuole.<br />
 Anche gli sport giovanili “fuori dell’orario scolastico” sono in rapida crescita e coinvolgono moltissimi ragazzi nonostante le scuole si siano attrezzate per le attività motorie e per le gare: varie fondazioni, associazioni, organizzazioni sportive, società commerciali private e grandi imprese cavalcano l’entusiasmo dei giovani verso lo sport.<br />
Si osservi però l’enormità del fenomeno sportivo che coinvolge i ragazzi: molte esperienze private di competizione tra ragazzi al di sotto di otto anni si effettuano al di fuori del sistema scolastico e spesso ignorano completamente le preoccupazioni didattiche e psico-mediche dei professori di educazione fisica, degli educatori,  degli psicologi,  dei sociologi, e dei medici che non possono legittimare l’introduzione di anticipazioni indiscriminate di pratiche sportive nel piano dell’offerta formativa scolastica.<br />
Intanto, i genitori e l’associazionismo sportivo esercitano una pressione sempre più forte sulla organizzazione scolastica e sui docenti di educazione fisica, affinché recepiscano queste nuove richieste formative e diano una risposta adeguata.</p>
<p>Obiettivo successo scolastico attraverso la trasparenza<br />
Anche i docenti di educazione fisica, come avviene per altre professioni, devono operare in piena trasparenza per quanto riguarda le loro responsabilità ed il loro impegno nella scuola, per raggiungimento degli obiettivi dell’offerta formativa. <br />
Obiettivo “benessere”<br />
Occorre inserire l’obiettivo “benessere” nella programmazione scolastica dell’ed. fisica, motoria e sportiva, ed accertarsi continuamente se le attuali conoscenze, capacità e competenze raggiungibili a scuola sono compatibili con gli standard di “benessere”  indicati dalla psicologia e dalla medicina.</p>
<p>Obiettivo interazione e conoscenza del territorio<br />
L’educazione motoria e lo sport a scuola  realizzano l’interazione degli alunni col territorio ed appunto attraverso la realizzazione di questo legame l’alunno è aiutato a raggiungere un soddisfacente benessere personale nella società.<br />
Il docente dovrà promuovere :</p>
<p>• l’educazione civica<br />
• l’accettazione e condivisione delle regole da parte degli alunni,<br />
• l’inserimento consapevole all’interno del gruppo degli alunni,<br />
• la disponibilità alla cooperazione degli alunni, nell’ambito delle attività motorie e scolastiche in generale,<br />
• la motivazione alla partecipazione,<br />
• la legalità  (l’accettazione e la condivisione della regola attraverso il gioco, fair play, correttezza in campo, ecc. ).<br />
• l’acquisizione di competenze specifiche ( giudice/arbitro; dirigente sportivo; reportage sportivo, ecc.).</p>
<p>Obiettivo convivenza democratica ed integrazione<br />
Si deve programmare l’educazione motoria e la pratica sportiva nelle Scuole, predisponendo un’offerta formativa onnicomprensiva che promuova lo sviluppo armonico della personalità e l’equilibrio psico-fisico degli allievi, in un contesto favorevole alla trasmissione dei valori educativi della cooperazione scientifica e della democrazia:<br />
• pari opportunità, anche a vantaggio di studenti/studentesse stranieri,<br />
• superamento di situazioni di emarginazione e di rischio sociale;  l’integrazione assistita,<br />
• interculturalità attraverso scambi e gemellaggi internazionali.</p>
<p>Obiettivo gioco, l’attività motoria e lo sport come momenti educativi.<br />
Il gioco, l’attività motoria e lo sport sono momenti educativi di apprendimento, socializzazione ed integrazione degli Alunni diversamente abili; favoriscono i processi di socializzazione e sviluppano le capacità di cooperazione nei ragazzi.</p>
<p>Obiettivo associazionismo sportivo scolastico,<br />
La promozione dell’associazionismo sportivo scolastico è uno strumento di aggregazione giovanile che riesce a prevenire il disagio, le devianze giovanili ed il bullismo.</p>
<p>Obiettivo equilibrio delle prestazioni psicofisiche dei gruppi<br />
Per ottenere l’equilibrio delle prestazioni psicofisiche dei gruppi, l’educazione fisica prevede che gli insegnanti abbiano il pieno controllo delle capacità dei membri di tutte le squadre delle loro classi. Essi dedicano quindi una particolare attenzione alla formazione di gruppi costituiti da individui in gruppi di pari forza ed abilità.</p>
<p>L’esempio del  TENNIS: i benefici psicologici.<br />
Benefici effetti educativi e psico-formativi si ottengono favorendo l’attività fisica attraverso i professionisti della salute che forniscono counselling e indicazioni sull’esercizio fisico risultante dal “tennis”.<br />
Lo Psicologo dello sport  orienta parte del proprio lavoro in azioni rivolte alla comunità scolastica, per aumentare le opportunità di fare attività fisica di “tennis” in armonia tra individui e gruppi (sviluppo delle intelligenze multiple e socializzazione).<br />
  La presenza (o l’intervento) dello Psicologo all’interno della Scuola destinata all’attività sportiva e motoria del “tennis”  viene consigliata, affinché la diffusione della cultura sportiva sia accompagnata da una adeguata tutela psicologia della personalità dei singoli praticanti a tutti i livelli.<br />
Lo psicologo segue direttamente (oppure indirettamente attraverso la partecipazione allo staff) la metodica operativa intesa ad esercitare la concentrazione dell’alunno dal punto di vista psico-sensoriale, quando l’allenamento e l’esercizio puntano all&#8217;esatta esecuzione dei colpi.<br />
Il tennis, infatti, attraverso la stimolazione ottica aumenta fortemente la concentrazione, la regolazione e l&#8217;organizzazione senso-motoria.<br />
L’istruttore spinge l’Alunno a valutare e tenere ben presente l’obiettivo da raggiungere, attraverso un preciso schema di movimento. Via via la concentrazione psicologica consente di eseguire movimenti più armoniosi e precisi, in base allo scopo da raggiungere.<br />
L’allenamento alla precisione delle azioni cinetiche del corpo, si traduce nella soddisfazione dell’Alunno che raggiunge il risultato: impara a superare senza timori le situazioni impreviste (col grande vantaggio di superare la timidezza e l’angoscia infantile)<br />
Lo Psicologo favorisce contestualmente l’attività sportiva e motoria diretta anche agli alunni diversamente abili, rendendo il TENNIS accessibile, individuando le modalità e tempi di pratica e collaborando all’eliminazione di eventuali impedimenti ambientali. Favorisce la formazione psicologica con la presenza di istruttori specializzati nel sostegno alle persone disabili, operando in sinergia d’équipe con i Docenti e le Figure interne già impegnati nel sostegno e nella la promozione dello sport per la piena integrazione. Promuove l’approccio all’attività motoria anche ai soggetti più obesi (lotta alla bulimia ed all’alimentazione compulsiva), per i quali l’inattività e la sedentarietà possono essere responsabili di diverse patologie, mentre un’adeguata attività motoria può costituire un aiuto, sia fisico sia psicologico.<br />
Favorisce le motivazioni all’attività fisica, dialogando ed orientando anche gli alunni portatori di disagio e disturbo mentale, usando la pratica del tennis quale strumento terapeutico-riabilitativo, per stimolare l’attenzione distribuita e concentrata e migliorare l’integrazione sociale.<br />
            Laboratorio CSS<br />
Essendo la scuola il luogo deputato ad ogni riflessione sulla crescita dell’alunno, sulla trasmissione dei saperi e sullo sviluppo delle capacità e competenze, anche la diffusione dell’attività motoria e delle buone pratiche per la salute dello studente necessitano di una attenzione laboratoriale, che non si può surrogare con mere azioni di implementazione di metodologie di gioco datate e prese a prestito, dal di fuori, da altre agenzie educative.<br />
Ciò premesso, soltanto un laboratorio che osservi ed operi dall’interno può arrecare benefici mirati e sottendere l’aggiornamento del personale docente rispetto ai bisogni che via via vengono rilevati.<br />
Un laboratorio per la diffusione dell’educazione motoria nelle scuole, articolato, a livello periferico, in laboratori allocati presso le scuole per sostenere l’autonomia delle istituzioni scolastiche nella dimensione ispirata dell’Unione europea ed i processi di innovazione e di ricerca didattica nel campo delle scienze motorie, salute e benessere, trae l’importanza educativa e formativa dai collegamenti multidisciplinari con altre educazioni e con altri linguaggi:</p>
<p>• musica, coreografia, disegno, pittura, fotografia,<br />
• topologia, geometria, calcolo matematico,<br />
• psicologia,<br />
• allenamento, partecipazione ad attività  motorie, fisiche e sportive.<br />
• regolamenti disciplinari, strumenti per verifica e valutazione dell’incidenza educativa e formativa della disciplina,<br />
• indicatori quantitativi e qualitativi, del successo scolastico e formativo,<br />
• auto-valutazione degli esiti scolastici,</p>
<p>Funzione:<br />
• valorizzare tutte le iniziative riguardanti le attività motorie, fisiche e sportive della scuola e favorirne i collegamenti col territorio;<br />
• favorire l’associazionismo scolastico consentendo agli studenti di fare esperienze positive mediante impegni disciplinari plurimi e rapporti sociali allargati, controllati e “filtrati” rispetto ai fenomeni di devianza giovanile;<br />
• rilevazione dati sui bisogni formativi ed educativi motori e sportivi;<br />
• richiedere ed utilizzare i supporti delle scienze psico-pedagogiche (questionari, interviste, colloqui, osservazioni) riferiti all’educazione motoria ed alla pratica sportiva;<br />
• attuare utili forma di documentazione didattica e statistica rispetto alle attività sperimentali svolte;<br />
• consentire la partecipazione dei docenti ai convegni ed agli eventi locali ed internazionali riguardanti il loro ambito professionale;<br />
• collaborazione con il CONI, le regioni e gli enti locali per l’espletamento di gare ed eventi;<br />
• partecipare all’organizzazione della formazione e dell’aggiornamento periodico dei docenti e del personale non docente.</p>
<p>Occorre adottare testi sulla teoria che siano utili ad integrare e rafforzare le comunicazioni e le istruzioni date dal docente e servano ad integrare lo studio di altre discipline scolastiche.<br />
Occorre chiedere agli studenti di fornirsi di un abbigliamento e di accessori tecnici adeguati agli sport praticati. I docenti di educazione fisica devono attivarsi costantemente, all’interno della vita scolastica, con fiducia in se stessi, piuttosto che essere costantemente in difensiva, orgogliosi di svolgere un’attività d’insegnamento ispirata alla salute ed al benessere degli studenti.<br />
La Psicologia dello sport  per la categoria professionisti  -  (riguarda gli atleti e l’allenatore).<br />
   Lo psicologo dello sport deve adeguare l’intervento ai differenti obiettivi indicati dall’allenatore in base al tipo di sport:<br />
1) gli sport individuali presuppongono interventi psicologici sulla persona,<br />
2)  gli sport di squadra presuppongono un intervento sulle tensioni psicologiche del gruppo e tra i gruppi,<br />
3) gli sport collettivi presuppongono interventi di razionalizzazione delle energie psicologiche per adeguarle alla durata della prestazione.<br />
Dopo aver conosciuti gli ambiti prestazionali, in cui lo sportivo desidera migliorare o potenziarsi, interviene puntando all’analisi delle condizioni psico-attitudinali ed ai suggerimenti compatibili con la sua capacità di resistenza psicosomatica.<br />
Lo psicologo pur non avendo approfondite conoscenze delle  modalità di svolgimento di tutti gli sport o di una specifica competizione, cerca di individuare e gestire le ansie e le tensioni psicosomatiche che colpiscono l’atleta impegnato.<br />
Nella ginnastica artistica, la competizione è diversa da tutte le altre perché non vi è il problema della resistenza, ma quello di evitare l’errore: ciò comporta – nel caso di riuscita – un continuo appagamento psicologico e la riduzione dell’ansia originaria.<br />
Serve il coaching (accompagnamento psicologico – sostegno psicologico)  che consente un  miglioramento nella gestione delle risorse umane,  durante il periodo di preparazione di uno sportivo o di un’intera squadra.<br />
Occorre anche gestione dello stress agonistico quando lo psicologo dello sport interviene per  individuare i fattori ansiogeni e migliorare la gestione dello stress competitivo secondario (evidenziato da particolari comportamenti e segnali psicosomatici).<br />
Una volta che si è ridotta la produzione di stress, automaticamente, si consente all’atleta di concentrarsi meglio sulla sua tecnica e di esprimere al massimo la sua abilità sportiva.<br />
Si possono raggiungere molti miglioramenti, quando si interviene psicologicamente sulle idee “fisse” che assorbono l’atleta prima e durante le gare, orientando il pensiero sulla tecnica della prestazione corrente, (pensare ad eseguire il meglio possibile la propria azione sportiva) indipendentemente dalla ricerca ossessiva di un risultato favorevole, perché ciò che conta è la concentrazione sui passaggi e sulle manovre che si devono realizzare durante la prestazione.<br />
Lo psicologo valuta se l’atleta conduce il suo sport o la sua gara in armonia con la sue attitudini psicosomatiche e con gli obiettivi indicati dall’allenatore.<br />
L’azione sportiva viene seguita per vedere se l’atleta si discosta psicologicamente dal percorso prescritto in uno o più momenti della competizione, per accrescerne le capacità di resistenza e di concentrazione nel controllo del metodo usato e nelle valutazione dei risultati via ottenuti.<br />
Il sostegno psicologico alle capacità di attenzione serve all’eliminazione delle potenziali distrazioni e  dei punti deboli, perché ogni sport esige una buona dose di concentrazione e di attenzione per poter dare dei buoni risultati.<br />
In alcuni sport l’attenzione è rivolta principalmente:<br />
1. al movimento del proprio corpo (sport di precisione, sport con scatto, danza, nuoto),<br />
2. ai segnali esterni (calcio, tennis, lotta, vela, guida).</p>
<p>In ogni caso occorre un sostegno psicologico per accrescere e rendere continuative nel tempo alcune competenze ed abilità psicologiche specifiche: motivazione, impegno, tenacia, fiducia, ottimismo, accettazione del cambiamento e collaborazione.<br />
 La squadra è costituita da un gruppo di individui che devono avere buone relazioni tra di loro.<br />
Ciò vuol dire che il gruppo si deve basare su alcune regole che si spiegano e si realizzano col  “FSNP” (sigla formata accorpando la prima lettera delle principali attività di supporto: Forming- Storming- Norming- Performing) e  col knowledge management.<br />
Forming (si costituisce un gruppo di lavoro, stabilendo i compiti e i limiti di ciascun membro; tutti i membri del gruppo si formano e si adeguano ai comportamenti stabiliti sia nei confronti dei compagni sia verso i responsabili dell’organizzazione).<br />
Storming  (si consente un inizio creativo, dirompente e conflittuale a scopo didattico; ciascuno pensa per sé e dichiara di non saper e non voler lavorare, perché inconsciamente teme di dover sopperire con i propri sforzi alla svogliatezza degli altri).<br />
Norming (quando si provvede alla stesura delle norme di gruppo e delle regole applicative tutti cominciano ad accettarsi reciprocamente e a fornire il proprio impegno).<br />
 Performing (tutti i membri del gruppo accettano gli incarichi differenziati secondo le esigenze e cominciano a lavorare con impegno nella realizzazioni degli obiettivi stabiliti).<br />
Knowledge (scienza del conoscere, sapere, avere cognizione, avere notizia, avere consapevolezza).<br />
 Management  (rappresenta un metodo per abituare un gruppo a migliorare la collaborazione ed a condividere tutte le informazioni professionali e le scoperte personali che ogni membro mette a disposizione della squadra, per potenziare l’impegno collettivo).<br />
  Il knowledge management  si svolge secondo alcune operazioni fondamentali:<br />
1. organizzazione dei dati raccolti dalle esperienze professionali personali in archivi di facile accesso;<br />
2. lavorazione dei dati raccolti, per renderli semplici;<br />
3. trasmissione,  di tali dati (costituiti delle conoscenze professionali positive che ogni componente ha sperimentato) a tutti i membri del gruppo al fine di ottenere una condivisione delle esperienze migliori (senza alcuna opposizione da parte di chi ha lavorato maggiormente).<br />
Contestualmente lo specialista provvede a spiegare:<br />
• come si apprende<br />
• che cosa bisogna conoscere<br />
• come si trasmettono le informazioni<br />
• come si effettua la consulenza tecnica<br />
e provvede anche ad insegnare le regole su cui si deve basare il lavoro di gruppo (FSNP):<br />
Adjourning  (pausa nel lavoro per calcolare i risultati ottenuti al fine di aggiornare eventualmente le modalità di lavoro).<br />
Brainstorming ( si passa alla stimolazione del  “pensiero” libero, creativo, senza limiti prestabiliti chiedendo di focalizzare l’attenzione e la critica, di tutti i membri del gruppo, su un problema qualsiasi da risolvere, per ottenere una ricchezza di idee e di proposte.<br />
Le soluzioni offerte disordinatamente dal gruppo saranno poi sottoposte alla correzione da parte degli specialisti esperti delle singole discipline e saranno quindi utilizzate nell’organizzazione e calendarizzazione del lavoro annuale).<br />
Coach  (aiuta tutti i componenti a lavorare in gruppo, migliorando gli atteggiamenti, attenuando gli attriti interpersonali, scoprendo i motivi e le passioni che migliorano le relazioni e danno slancio alle motivazioni condivise nella scalata al successo; le informazioni raccolte gli consentiranno di aiutare i membri del gruppo nella soddisfazione dei bisogni rilevati; incoraggia i componenti del gruppo a far tesoro delle idee degli altri e cercare di aggiungervi modifiche, miglioramenti e collegamenti con quelle personali già espresse. Cosicché ciò che non riesce a fare l’autore diretto di una proposta viene pianificato e messo in pratica ottimamente dagli altri partecipanti al lavoro).<br />
Leader ( fornisce le direttive necessarie all’avanzamento dei lavori di squadra e soprattutto sostiene psicologicamente le persone più incerte).<br />
Team leader (gruppo unito che mette in pratica, con spirito di collaborazione, le indicazioni del leader).<br />
Team building” (la costruzione del gruppo avviene attraverso attività sufficientemente piacevoli che servono ad allenare e ad esercitare i membri all’impegno reciproco ed alla collaborazione fattiva col capogruppo nel raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Pertanto nel team building” è compresa una attività di raccolta di informazioni (debrief)  attraverso interviste con domande strutturate sui bisogni personali dei vari membri).<br />
Team work (tutti gli individui che costituiscono il gruppo sono in grado di collaborare ed interagire positivamente durante i lavori o le gare).<br />
Per ottenere il perfezionamento delle strategie sportive:<br />
a) Parliamo con l’atleta dei comportamenti da migliorare: motivazioni, emozioni, strategie mentali in allenamento e in gara, rapporto con l&#8217;équipe tecnica.<br />
b) Formuliamo semplici questionari motivazionali, da somministrare agli atleti per rilevare eventuali aspirazioni od ostacoli da eliminare. </p>
<p style="text-align: right;">  Prof. Gennaro Iasevoli</p>
<p style="text-align: right;">docente di Psicologia giuridica</p>
<p style="text-align: right;"> Facoltà di giurisprudenza Università Parthenope-Napoli</p>
<p style="text-align: right;"> </p>
<p>http://www.giurisprudenza.uniparthenope.it/siti_docenti/SitoDocentiStandard/default.asp?sito=giasevoli</p>
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		<title>L’uomo picchiato, vittima dimenticata della violenza coniugale</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 15:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Bernabeo Maria</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-658" title="violenza uomo" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/01/violenza-uomo.jpg" alt="violenza uomo" width="300" height="172" />Il pregiudizio sociale porta spesso ad ignorare la figura maschile nel ruolo di vittima, gli spot televisivi sottolineano la violenza subita dalle donne, in cui il messaggio diretto o indiretto è sempre quello di identificare l’uomo in genere come cattivo e aggressivo. Ma, la violenza che subiscono gli uomini all’interno o fuori delle mura domestiche non è mai menzionata.<br />
Dagli studi canadesi si evince che sempre più uomini non sono carnefici ma sono vittime.<br />
“I casi di uomini vittime della violenza delle loro compagne sono più diffusi di quanto non si creda”, spiega YVON DOLLAIRE, psicologo canadese autore “La violenza esercitata sugli uomini. Una complessa realtà tabù 2002”<br />
L’uomo maltrattato generalmente prova enormi sensi di colpa e il più delle volte perde il suo status di uomo, finendo per restare isolato.<br />
SOPHIE TORRENT mostra come la violenza psicologica sia l’arma favorita dalle donne, questo tipo di violenza si esprime attraverso :varie forme di rifiuto,di insulti o di accuse infondate ; mentre, la violenza fisica viene espressa con colpi inferti sul viso, colpi inferti sull’addome con forbici o con altri tipi di lame oppure con morsi.<br />
Tra la violenza fisica e quella psicologica la più favorita è quella psicologica, poiché quest’ultima è meno perseguibile sotto il profilo legale; la donna producendo violenza psicologica tende attraverso questa ad apportare una denigrazione del proprio partner nel ruolo di amante e di padre, esprimendo queste diffamazioni sia nella sfera privata che pubblica, scopo di ciò è ledere la mascolinità.<br />
Frequentemente la donna attacca l’uomo sul posto di lavoro,scopo di tutto ciò è il produrre isolamento sociale, la donna che produce violenza fa credere a tutti di essere lei la vittima delle violenze che giornalmente fa subire al proprio coniuge.<br />
La violenza femminile è spesso giustificata, generalmente viene allegata a delle patologie (depressione post – partum , autodifesa, provocazione,menopausa).<br />
La donna violenta non viene considerata una cattiva madre, ma un padre violento o accusato di pseudo violenza viene allontanato dai figli e viene definito un cattivo genitore.<br />
Bisogna rilevare che continuando a negare il fenomeno degli uomini maltrattati, le femministe stanno ostracizzando una categorie di donne che soffrono dei loro comportamenti violenti, continuando a non vedere viene esclusa ogni possibilità di costruttivo aiuto.</p>
<p>Una ricerca condotta in Spagna: “ La violenza domestica: quello che non si racconta.”<br />
Da questa ricerca appare che i maschi morti all’interno delle mura domestiche il 27% pari al 44% .<br />
Eppure, il ministro spagnolo del lavoro degli affari sociali, Jesùs Coldera afferma “ La violenza delle donne sugli uomini è minima”Mentre il ministro della Giustizia, Juan Fernando Lopez Aguilar, afferma “ Non esiste, negli ospedali e nei commissariati, una casistica degli uomini maltrattati”.<br />
Anche se i media non parlano, la violenza delle donne sui mariti, conviventi o amanti è un fenomeno che dilaga in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, nel 2004, la percentuale di grave violenza fisica tra partner è stata attribuita al 35% ai maschi e il 30% alle donne.<br />
Come mai, se il flagello delle femmine che malmenano i maschi è diffuso su scala mondiale,<br />
Gli uomini che vengono picchiati spesso sono poco creduti o vengono messi alla berlina. Una donna maltrattata guadagna uno status e può trovare sostegno presso tanti gruppi per uscire dall’inferno delle violenze coniugali, mentre un uomo malmenato prova vergogna e perde il proprio status di uomo”.<br />
“Gli uomini non denunciano i maltrattamenti subiti, perché non esistono luoghi, commissariati a parte, dove possono farlo; né esistono istituti pubblici come quelli della difesa della donna.<br />
Puntualizza lo spagnolo Eloy Rodriguez, psicologo e sessuologo. “ Il 92% dei machios non denuncia i maltrattamenti perché pensa che così metterebbe in dubbio la propria mascolinità. E’ una questione culturale difficile da sradicare”.<br />
I vari studi dimostrano che tra le statistiche reali e quelli ufficiali esiste una profonda diversità poiché il femminismo ha percorso un cammino errato, alzando una muraglia tra i due sessi, sostenendo che la violenza è intrinseca al maschio; una barriera montata per nascondere la violenza delle donne.</p>
<p style="text-align: right;">Dott. ssa Bernabeo Maria</p>
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		<title>Aspetti psicologici e giuridici della fragilità mentale dei &#8216;cosiddetti pazzi randagi&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 14:10:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per rappresentare gli aspetti psicologici osservabili e nascosti dei fragili mentali e dei “cosiddetti pazzi randagi” devo esemplificare alcune condotte (modi di comportarsi) dipendenti da tali patologie psicologiche e psichiatriche, cercando anche di accennare alle differenze correlate alle varie tappe dello sviluppo.
Parto col dire che la fragilità mentale e la sindrome da pazzia di strada [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/01/ospedale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-644" title="ospedale" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/01/ospedale-300x197.jpg" alt="ospedale" width="300" height="197" /></a>Per rappresentare gli aspetti psicologici osservabili e nascosti dei fragili mentali e dei “cosiddetti pazzi randagi” devo esemplificare alcune condotte (modi di comportarsi) dipendenti da tali patologie psicologiche e psichiatriche, cercando anche di accennare alle differenze correlate alle varie tappe dello sviluppo.</p>
<p>Parto col dire che la fragilità mentale e la sindrome da pazzia di strada possono dipendere da fattori genetici, neo-natali o post-natali:</p>
<p>1. le cause genetiche sono diverse e derivano dal danneggiamento del DNA (che può avvenire per esempio a causa della “tossicità” dei genitori o per altre malattie e aspetti patologici dei genitori, oggetto della genetica);<br />
2. le cause neo-natali sono varie e derivano dal danneggiamento dell’encefalo (che può avvenire per esempio a causa della “anossia neo-natale” o per altri accidenti patologici dei periodo neo-natale);<br />
3. le cause post-natali sono moltissime, disseminate nelle varie età e non sempre individuabili. Esse possono riferirsi al:</p>
<ol></ol>
<p>a) danneggiamento strutturale/biochimico dell’encefalo (che può avvenire per esempio a causa di malnutrizione, assunzione di tossici di varia natura e per varie vie, infezioni batteriche, virali, tumorali o traumi meccanici),<br />
b) danneggiamento psichico (dovuto a: rifiuto della propria immagine o del proprio “sé”, difficoltà di relazione, stress, pressioni psicologiche, paure, incontri traumatici, condotte e frequentazioni avvilenti, esaltanti o abominevoli).<br />
Dopo aver dato uno sguardo alle cause, si comprende che i comportamenti derivanti dalla fragilità mentale e dalla “pazzia di strada” sono in qualche modo contigui ed omologabili, proprio perché hanno la radice nelle stesse cause suaccennate.<br />
Ecco gli esempi di riferimento, a partire dall’infanzia:<br />
1. i genitori che sono a conoscenza della fragilità mentale di una ragazza di 8 anni evitano di lasciarla sola in casa con un bambino di 3 anni, perché immaginano che se, per ipotesi, il piccolo tira giù una pentola, la ragazza non è in grado di portare prima in salvo il bimbo e mettersi rapidamente in contatto con loro, oppure, con fare resiliente, ricorrere ai vicini di casa senza perder d’occhio il fratellino;<br />
2. un’adolescente quindicenne, affetta da fragilità mentale lieve, non cura adeguatamente la propria immagine e la propria motricità corporea, pertanto non riesce a frequentare il liceo, compiendo il tragitto a piedi o in autobus, senza incorrere in frequenti molestie verbali e non verbali, persino da parte dei compagni di scuola maleducati od intruppati in branco;<br />
3. una giovane donna affetta da fragilità mentale lieve guarda al matrimonio senza sottilizzare molto nelle scelte, fino ad accettare incoscientemente situazioni penose o pericolose.<br />
Ecco altri esempi di riferimento, a partire dall’infanzia maschile:<br />
4. i genitori che sono a conoscenza della fragilità mentale di un ragazzo di 8 anni evitano di lasciarlo solo in casa con un bambino di 3 anni, perché immaginano che se, per ipotesi, il piccolo tira giù una pentola, il ragazzo non è in grado di portare prima in salvo il bimbo e mettersi rapidamente in contatto con loro, perché preso dall’interesse per il videogioco;<br />
5. un adolescente quindicenne, affetto da fragilità mentale lieve, non riesce a relazionarsi adeguatamente con i coetanei, e non riesce a frequentare il liceo, compiendo il tragitto a piedi o in autobus, senza incorrere in frequenti molestie verbali e non verbali, persino da parte dei compagni di scuola maleducati od intruppati in branco: incorre in continue trappole che gli vengono tese per saggiare le sue reazioni;<br />
6. un giovane uomo affetto da fragilità mentale lieve guarda ai legami sentimentali con pigrizia e senza sottilizzare nelle scelte, fino ad accettare incoscientemente situazioni penose o pericolose.<br />
Nell’età adulta avanzata, la fragilità mentale porta principalmente alla chiusura in se stessi, al disimpegno lavorativo, all’incostanza, alle fissazioni, alle ossessioni ed alle reazioni esagerate agli stimoli esterni.<br />
Dalla fragilità mentale alla pazzia di strada (fenomeno dei pazzi randagi) il passo è breve, perché appena le persone fragili escono da un contesto familiare accogliente o addirittura ostile od inesistente, cominciano a vagare per un mondo poco compreso, irto di vaghe sorprese (gli ostacoli non vengono percepiti come tali o misurati correttamente) ed esperienze che stimolano la loro reazione standardizzata-premeditata, (generalmente di tipo infantile, perché correlata al quoziente intellettivo medio-basso).<br />
Da questa sommaria descrizione tipologica-comportamentale si ricava un concetto di marcata pericolosità individuale e sociale dei soggetti affetti dai suddetti disturbi psichici.<br />
Queste persone, meritevoli di accoglienza ed affetto, devono essere curate, nel loro primario interesse, continuamente in maniera multifattoriale (principalmente con la psicologia e con la psichiatria) e seguite da parte della famiglia (ove possibile) e da parte dei Sindaci, attraverso i servizi sociali comunali, che le hanno in “carico” ai sensi del combinato disposto seguito alla legge Basaglia, come prescrivono le vigenti norme, fino ai trattamenti temporanei intensivi in reparti ospedalieri specializzati, con l’intervento del servizio sanitario nazionale.<br />
Ciò  perché i fragili mentali hanno una risposta psichica alle situazioni di contrasto (risposta psichica intesa ad annientare le fonti di segnali esterni, percepiti, anche se erroneamente, in contrasto con la loro vita), meno razionale delle persone normali, che si esprime in azioni “bambinesche” e pericolose. Infatti appena la loro mente fragile percepisce una fonte del contrasto alla loro volontà, senza regole e senza guida etica, decidono ed iniziano puerilmente a cancellarla con ogni mezzo.<br />
Sul piano giuridico,  la LEGGE 13 Maggio 1978, n° 180 sulla diagnosi e la cura volontaria o  obbligatoria, promossa da Francesco Basaglia, dopo aver decretato la chiusura dei manicomi, ha stabilito le norme sul trattamento obbligatorio, e sui servizi di igiene mentale. Il 23 dicembre 1978 è seguita la legge 833/78 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale e confermato all’articolo Art. 33, sulle &#8211; Norme per gli accertamenti ed i trattamenti sanitari volontari e obbligatori -, che &lt;&lt;____• Gli accertamenti ed i trattamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimento del sindaco nella sua qualità di autorità sanitaria, su proposta motivata di un medico. …….• Chiunque può rivolgere al sindaco richiesta di revoca o di modifica del provvedimento con il quale è stato disposto o prolungato il trattamento sanitario obbligatorio. Sulle richieste di revoca o di modifica il sindaco decide entro dieci giorni___&gt;&gt;,  confermando quanto già prescritto dall’Art. 1  della Legge 13 Maggio 1978, n° 180.<br />
Sul piano procedurale non vi sono grandi novità, a conferma delle già rimarcate responsabilità deontologiche ed amministrative che la Legge Basaglia ha trasferito in solido ai sindaci, ai servizi sociali ed ai servizi sanitari territoriali nei confronti dei fragili mentali, e quindi dei soggetti che verosimilmente sfociano nella pazzia e nel randagismo, in seguito a particolari evoluzioni endogene della loro patologia.<br />
In pari tempo, le responsabilità in capo alle istituzioni amministrative, sociali e sanitarie territoriali, comprendono il rispetto della salute dei terzi danneggiati a seguito delle eventuali omissioni degli interventi spettanti ai servizi sociali.<br />
I servizi sociali comunali sono tenuti alla prevenzione sociale a partire dalla eventuale costituzione una rubrica aggiornata (riservata), con i nomi reperiti preventivamente dai medici di base e dai servizi sanitari, dei soggetti pericolosi e “randagi”, che sono molto spesso già largamente riconosciuti dalle “frequenti vittime” cittadine.</p>
<p style="text-align: right;">Prof.  Gennaro Iasevoli</p>
<p><a href="http://www.giurisprudenza.uniparthenope.it/siti_docenti/SitoDocentiStandard/default.asp?sito=giasevoli">http://www.giurisprudenza.uniparthenope.it/siti_docenti/SitoDocentiStandard/default.asp?sito=giasevoli</a></p>
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		<title>Metodologia della perizia psicologica in caso di abuso sessuale su minore</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 15:48:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Marisa Nicolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Abuso sessuale]]></category>
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		<description><![CDATA[Si discute sempre più, durante l’ espletamento di un lavoro peritale, delicato come quello inerente la sfera dell’ abuso sessuale su un minore, quale sia la metodologia migliore che un esperto nominato dal Magistrato debba applicare per lo svolgimento del caso.
Il quesito che viene proposto dal Giudice nel caso di un abuso in cui la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/01/minore.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-592" title="minore" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/01/minore-300x200.jpg" alt="minore" width="300" height="200" /></a>Si discute sempre più, durante l’ espletamento di un lavoro peritale, delicato come quello inerente la sfera dell’ abuso sessuale su un minore, quale sia la metodologia migliore che un esperto nominato dal Magistrato debba applicare per lo svolgimento del caso.<span id="more-586"></span><br />
Il quesito che viene proposto dal Giudice nel caso di un abuso in cui la presunta vittima è un minore riguarda spesso l&#8217;indagine psichica del bambino e del contesto familiare in cui questi vive, ovvero l’ idoneità a rendere testimonianza del bambino, ecc .<br />
Il perito, nel caso non somministrasse lui stesso i test di psicodiagnostica, deve chiedere al Giudice, durante il conferimento di incarico, di potersi avvalere di un ausiliario esperto che somministrerà batteria testologica adeguata al minore.<br />
La perizia comincia con lo studio degli atti presenti nel fascicolo; il perito deve poter accedere al fascicolo legale, visionarlo e decidere quali documenti possono essere importanti per la conoscenza e l’approfondimento del caso od eventualmente quelli che dovrà chiedere alle istituzioni o alle parti (fase che deve avvenire prima di cominciare gli incontri della perizia).<br />
E’ bene che il perito conosca il caso prima di iniziare i lavori. Ove riterrà opportuno, potrà richiedere informazioni o documenti ulteriori, come le pagelle scolastiche o numeri telefonici di pediatri, relazioni di assistenti sociali o di presidi ospedalieri che hanno seguito il minore e che non sono presenti nel fascicolo.<br />
Il primo appuntamento peritale deve svolgersi con i consulenti di parte, nel caso fossero stati nominati, per la condivisione della metodologia e la stesura di un calendario degli incontri che si intende svolgere. Il perito deve far presente a quali linee guida aderisce (linee guida SINPIA, Carta di Noto, linee guida per lo psicologo forense ecc.) è importante la collaborazione con i colleghi.<br />
I consulenti di parte, “meri osservatori” possono presentare delle proposte od effettuare delle richieste, sia al primo appuntamento che durante lo svolgersi della perizia creando anche uno spazio di riflessione e collaborazione con il perito.<br />
E’ importante stilare un verbale al termine dei vari incontri, sia per dimostrare che si è svolto l’incontro sia per mettere nero su bianco chi ha partecipato all’incontro, di cosa si è fatto e discusso e, qualora ve ne siano, annotare le richieste.<br />
Si procede ad effettuare gli incontri clinici individuali con i familiari del minore ed osservazione diretta delle dinamiche relazionali. Anche quando il presunto abusatore è il padre, il perito dovrebbe chiamarlo a colloquio (Fornari, 2008): “È metodologicamente scorretto esprimere un parere senza aver esaminato il minore e gli adulti cui si fa riferimento, sempre che ne sia avuta la rituale e materiale possibilità. Qualora l’ indagine non possa essere svolta con tale ampiezza, va dato conto delle ragioni dell’ incompletezza”. Passo metodologico che viene specificato, anche, nell’ art. 3 della Carta di Noto.<br />
L’ attenzione deve essere rivolta anche al contesto parentale e sociale in cui il minore vive, pertanto si ritiene opportuno ascoltare le insegnanti della scuola elementare ed asilo che il minore ha frequentato, analizzare le figure alternative o integrative dei genitori ed eventuali figure quali assistenti sociali o psicologhe che sono venute a contatto con il bambino.<br />
Si procede, poi, alla fase delicata dell’ esame clinico del minore che deve avvenire presso un ambiente accogliente; lo studio dell’ esperto deve essere munito di giochi (puzzle, costruzioni, ecc). Si consiglia l’utilizzo di uno “specchio unidirezionale”, in modo da permettere ai consulenti di partecipare al lavoro, dietro lo specchio, ma senza invadere lo spazio del minore. L’ incontro potrà essere videoregistrato ma il supporto della registrazione, a quel punto verrà consegnato al giudice.<br />
Il perito procederà con intervista cognitiva ed osservazione del minore durante il gioco.<br />
La somministrazione della batteria testologica adeguata alla fascia evolutiva del minore, se ritenuta opportuna, verrà somministrata dal C.T.U. o da un collaboratore nominato dal giudice. In genere alla somministrazione dei tests i consulenti di parte (se non è previsto l’uso dello specchio unidirezionale) non assistono per non “falsare” il setting, ciò viene stabilito di comune accordo e segnato a verbale.<br />
Il perito dovrebbe quindi effettuare l’ultimo incontro con i consulenti di parte per far prendere loro visione dei protocolli dei tests e discutere della perizia.<br />
Il C.T.U. redigerà la perizia e la depositerà in cancelleria in Tribunale nei termini stabiliti dal giudice. I consulenti di parte potranno poi stilare le controdeduzioni e depositarle in cancelleria. Il giudice potrà tenere o meno conto di quanto i periti hanno scritto e decidere.</p>
<p>BIBLIOGRAFIA</p>
<p>•Carini A., Pedrocco Biancardi M. T., Soavi G. “L’ abuso sessuale intrafamiliare”, Raffaello Cortina Editore, 2001, Milano.<br />
•Caffo E., Camerini G. B., Florit G., “Criteri di valutazione nell’ abuso all’ infanzia”, Psicologia, Milano, 2004.<br />
•“Linee guida in tema di abuso sui minori”, SINPIA, Società Italiana di Neuropsichiatria dell’ Infanzia e dell’Adolescenza, ed. Erikson, 2007, Trento.<br />
•“DSM- IV. Guida alla diagnosi dei disturbi dell’ infanzia e dell’ adolescenza”, Ed. Masson, 2005, Milano.<br />
•“DSM- IV manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali”, Ed. Masson, 2001, Milano.<br />
•De Cataldo Neuburger L. , Gulotta G. “La carta di noto e le linee guida deontologiche per lo psicologo giuridico”, Giuffrè editore, 2004, Milano.</p>
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		<title>La valutazione delle cure genitoriali nelle situazioni a rischio: il colloquio clinico</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 13:34:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Marisa Nicolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
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		<description><![CDATA[Non è superfluo sottolineare l’importanza delle cure genitoriali che i bambini ricevono nell&#8217;infanzia come base del loro benessere emotivo e affettivo attuale e di gran parte di quello futuro.
Gli studi sull’attaccamento indicano infatti che le cure e le attenzioni ricevute dalla figura di riferimento (caregiver) nelle prime fasi di sviluppo contribuiscono a formare i cosiddetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/genitori-che-litigano.gif"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/tu-cosa.jpg"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/tu-cosa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-571" title="tu cosa" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/tu-cosa-300x272.jpg" alt="tu cosa" width="300" height="272" /></a>Non è superfluo sottolineare l’importanza delle cure genitoriali che i bambini ricevono nell&#8217;infanzia come base del loro benessere emotivo e affettivo attuale e di gran parte di quello futuro.</p>
<p>Gli studi sull’attaccamento indicano infatti che le cure e le attenzioni ricevute dalla figura di riferimento (<em>caregiver</em>) nelle prime fasi di sviluppo contribuiscono a formare i cosiddetti Modelli Operativi Interni, che rimangono attivi, spesso con pochissime variazioni, in tutto l’arco della vita, influenzando le scelte – soprattutto affettive e relazionali – di ciascun individuo.</p>
<p>Sono dunque estremamente duraturi gli effetti prodotti dalle carenze nell’educazione e nella protezione ricevuta dai propri genitori nei momenti di bisogno (oltre che della violenza vera e propria di cui si può essere stati spettatori) e questo, a sua volta, evidenzia il rischio della continuità intergenerazionale dell&#8217;inadeguatezza genitoriale in quelle persone che hanno sofferto nell’infanzia della distorsione delle cure parentali.</p>
<p>Quando si possono intravedere i presupposti di una continuità del rischio genitoriale, è necessario richiedere un intervento preventivo e riparativo agli enti pubblici preposti a tutelare e a sostenere il diritto dei figli alla cura e alla protezione e il diritto dei genitori a essere sostenuti nei momenti di difficoltà (sostegno alla genitorialità).</p>
<p>In genere sono i Tribunali e i servizi psicosociali territoriali gli organismi deputati a prendere decisioni in questo ambito così delicato, decisioni che influenzeranno in modo permanente la vita di adulti e minori a rischio. Di fronte a queste valutazioni agli operatori sono richieste competenze tecniche e pragmatismo, ma anche tanta sensibilità, accortezza, professionalità e profonda coscienza.</p>
<p>Nel processo di valutazione delle cure genitoriali che precede la decisione di allontanare temporaneamente un bambino dalla sua abitazione per affidarlo ad un’altra famiglia o ad una comunità d’accoglienza o, viceversa, che consente di ritenere l’ambiente d’origine idoneo             alla crescita e sviluppo dei minori, nonostante i rischi presenti, riveste un’importanza             cruciale la capacità di condurre colloqui diagnostici per costruire la necessaria alleanza tra figli, genitori e chi è chiamato ad aiutarli, premessa indispensabile alla riuscita di ogni intervento di aiuto.</p>
<p><em>Il colloquio con i genitori &#8220;a rischio&#8221;</em></p>
<p>Il processo di valutazione delle capacità genitoriali delle famiglie sulle quali pesano forti dubbi di adeguatezza richiede da parte dei professionisti pubblici e privati chiamati ad intervenire, spesso all’interno di una Consulenza Tecnica d’Ufficio disposta dal Giudice, un utilizzo esteso dello strumento del colloquio. Il colloquio, in questi casi, può aver luogo nel corso di un incontro programmato e comunicato alla famiglia tramite invito diretto da parte del servizio stesso, può essere richiesto direttamente dal Tribunale dei minorenni che, pertanto, ne fa prescrizione alla famiglia, o con convocazione del CTU nell’ambito delle operazioni peritali.</p>
<p>In questi ultimi casi siamo in presenza di una consultazione coatta, che non necessariamente coincide con una iniziale partecipazione motivata da parte dei genitori, anche se non si esclude che una sincera motivazione possa intervenire in seconda battuta.</p>
<p>Anzi, di prassi, all’inizio i genitori si sentono sotto osservazione e giudicati e questo elicita potenti meccanismi di difesa e di negazione che devono essere ben conosciuti dagli operatori che devono lavorare, come detto, primariamente alla costruzione di una adeguata “alleanza”.</p>
<p>Il colloquio condotto ai fini della valutazione dell’adeguatezza genitoriale può essere preordinato dettagliatamente dall&#8217;operatore o può assumere una modalità più libera e discorsiva. Nei casi in cui sia prevista una strutturazione più alta, che coincidono generalmente con il mandato diagnostico, vengono impiegati anche strumenti di valutazione standardizzati che consentono di effettuare misurazioni specifiche del funzionamento familiare, quali:</p>
<ul>
<li>il <em>Family Environment Scale (FES)</em> che valuta tre diverse dimensioni del funzionamento familiare: le relazioni, la crescita personale e la perpetuazione del sistema,</li>
<li>il <em>Family Inventory of Life Events and Changes</em> (FILE),</li>
<li><em>l’F-COPES</em> che valuta le strategie di fronteggiamento adottate dalla famiglia e</li>
<li>la <em>Parent Adolescent Communication Scale</em> (PACS) che misura la qualità della comunicazione tra genitori e figli adolescenti.</li>
</ul>
<p>La scelta di una conduzione libera o più rigidamente strutturata del colloquio comporta inevitabili conseguenze nelle modalità di partecipazione della famiglia stessa che può essere particolarmente motivata ad aderire alle richieste effettuate per mostrarsi compiacente nel tentativo di ridurre la negatività della valutazione percepita o, viceversa, può ancorarsi a strategie difensive che riducono ogni possibile partecipazione attiva alla situazione</p>
<p>proposta.</p>
<p>E&#8217; necessario sottolineare, però, che gli approcci meno strutturati rischiano a loro volta di indurre una situazione ben nota ai servizi sociali ed agli psicologi, caratterizzata dal racconto all&#8217;intervistatore, da parte del genitore/i, di quello che pensa lui/lei voglia sentirsi dire.</p>
<p>In generale, un atteggiamento poco giudicante da parte di chi conduce il colloquio, assieme ad una esplicita e chiara dichiarazione degli obiettivi perseguiti riscuote maggiori probabilità di successo.</p>
<p>Al contrario, genitori troppo “stressati” dalle modalità di conduzione dei colloqui possono mettere in atto meccanismi di difesa inconsci e atteggiamenti altamente disfunzionali alla valutazione stessa, con alte possibilità di errori di I e II tipo.</p>
<p><em>Le aree del colloquio di valutazione dell&#8217;adeguatezza genitoriale</em></p>
<p>In un colloquio che si propone di valutare l&#8217;attualità delle competenze genitoriali saranno molteplici e complesse le informazioni da reperire. Segue un elenco delle principali che servono ad indirizzare l’osservatore verso le aree più significative nell&#8217;anamnesi familiare e nel colloquio con i diversi membri.</p>
<p>Sono aree tematiche che si adattano alle diverse strutture familiari e alle diverse condizioni sociali e culturali dei loro membri. Nell&#8217;insieme garantiscono un’accurata ricostruzione del quadro complessivo del funzionamento genitoriale, anche se, a seconda dei casi, alcune andranno approfondite in maniera più specifica.</p>
<p>I temi da approfondire possono essere così  sintetizzati:</p>
<p>a)  adattamento al ruolo di genitore,</p>
<p>b) la relazione con i figli,</p>
<p>c) influenze della famiglia,</p>
<p>d) l’interazione con il mondo esterno,</p>
<p>e) le potenzialità di cambiamento.</p>
<p><em>L’adattamento al ruolo di genitore.</em> A seconda dell’età del figlio/a è necessario poter rispondere, nel corso del colloquio, ad alcune domande cruciali quali le seguenti:</p>
<p>Il genitore provvede adeguatamente alle cure fisiche essenziali alla sopravvivenza e al             benessere del proprio figlio/a?</p>
<p>Fornisce le cure emotive appropriate all&#8217;età?</p>
<p>Favorisce lo sviluppo delle dinamiche di attaccamento?</p>
<p>Qual è il suo atteggiamento nei confronti dei compiti che in quanto genitore gli competono? Accetta le responsabilità del proprio ruolo genitoriale o, viceversa, c&#8217;è l&#8217;aspettativa che siano i figli a dover rispondere in maniera autonoma alla propria protezione?</p>
<p>Sanno riconoscere i problemi laddove insorgano e vi sanno trovare risposte contingenti e adeguate?</p>
<p>Risulta evidente come attraverso la capacità del conduttore di trovare nel corso del colloquio una risposta a questi quesiti si possa comprendere quale sia e se si sia verificato un adattamento minimale dell&#8217;adulto o della coppia al ruolo genitoriale che possa considerarsi sufficiente a garantire al proprio figlio/a le condizioni essenziali a soddisfare le esigenze vitali di cura, e benessere. Si intendono in questo senso sia le cure necessarie a soddisfare i bisogni di nutrizione e cura, sia la natura relazionale delle cure fisiche elargite e cioè la capacità empatica di riconoscere e interpretare i bisogni dei figli in qualunque forma siano espressi e di fornire risposte contingenti adeguate e soddisfacenti.</p>
<p>E’ inoltre necessario sincerarsi della capacità del genitore di provvedere a fornire le cure emotive appropriate all’età dei figli in modo da rafforzare la loro autostima e la loro sicurezza nell’esplorazione di nuovi ambienti e condizioni.</p>
<p>Perché ciò avvenga gli adulti debbono costituirsi come idonei punti di riferimento affettivo e come partner competenti in grado di facilitare gli ostacoli rappresentati dalle nuove esperienze.</p>
<p><em>La relazione con i figli</em>. Il colloquio con il /i genitore/i deve consentire al professionista di potersi esprimere in merito alla prevalenza dei sentimenti provati verso i propri figli. E&#8217; innegabile infatti che ogni relazione, compresa quella genitori/figli, sia caratterizzata da una complessità e da un&#8217;alternanza di emozioni e di affetti, ma perché una relazione di questo tipo possa ancora considerarsi sufficientemente adeguata è necessario che non siano prevalenti e persistenti sentimenti di rabbia, di odio, di invidia, di biasimo, di svalutazione e/o di rifiuto e la loro traduzione in azioni di segno opposto alle caratteristiche richieste ad un ambiente protettivo.</p>
<p>E&#8217; inoltre necessario accertarsi se il genitore/i è capace di provare empatia per i propri figli e se riesce quindi a mettersi nei loro panni per comprenderne disagi, bisogni, emozioni, richieste di aiuto, di affetto e di protezione.</p>
<p>L&#8217;empatia, laddove sia presente, consente anche di valutare quanto l&#8217;adulto si riconosca come             separato e distinto dal figlio/a e quanto sia capace di rispondere ai bisogni dell&#8217;altro senza proiettare i propri.</p>
<p>Quando esiste una sufficiente differenziazione tra genitore e figlio, infatti, i bisogni e le esperienze del bambino/a vengono riconosciuti, presi in considerazione e rispettati tramite l&#8217;adozione di comportamenti idonei a soddisfarli.</p>
<p><em>Le influenze della famiglia</em>. L&#8217;ambiente familiare agisce direttamente come fonte di supporto alla diade genitore/figlio o, viceversa, come fonte di disagio e di incremento delle difficoltà relazionali in atto (si pensi al coinvolgimento dei figli nelle dispute e nelle discordie che precedono e, spesso, accompagnano, separazioni e divorzi) o indirettamente attraverso la rappresentazione e il ricordo delle proprie esperienze filiali da parte dei genitori.</p>
<p>Nelle situazioni a rischio, caratterizzate da nuclei profondamente e a lungo segnati da difficoltà relazionali, trasmesse di generazione in generazione, un aspetto prognostico che consente di valutare come residuale il rischio di trasmissione intergenerazionale del disagio è il livello di consapevolezza raggiunto dai genitori rispetto alle esperienze di accudimento della propria infanzia.</p>
<p>E&#8217; stato infatti dimostrato che una madre e/o un padre si mostra più sensibile e             premurosa/o nei confronti del proprio figlio/a quanto più riesce a ricordare nitidamente la relazione con i propri genitori quando era bambina/o e ciò che desiderava che loro facessero quando si trovava in difficoltà o soffriva.</p>
<p>Quando un genitore riesce a riesaminare le proprie esperienze negative passate, riattribuendo nuovi significati e nuove interpretazioni di sé e dei propri genitori, riesce a ridurre drasticamente il rischio di riproporre con i propri figli i pattern relazionali disadattivi sperimentati nell&#8217;infanzia. Inoltre, non è da sottovalutare che la capacità di rievocare le esperienze dell&#8217;infanzia è un fattore prognostico per il trattamento di eventuali disturbi o psicopatologie concomitanti, co-fattori nella condizione di rischio in analisi.</p>
<p>In altre parole il colloquio con i genitori deve consentire al professionista di comprendere sia la qualità del mondo relazionale interiorizzato dal genitore, sia la sua capacità di rielaborarlo, in quanto, come è stato ribadito, non è la presenza di buone relazioni passate con i propri genitori a garantire l&#8217;attuale funzionamento positivo con i figli, ma è la capacità di ricordare e rielaborare anche quelle esperienze connotate in maniera più negativa.</p>
<p>Questa area tematica richiede anche l&#8217;esplorazione di quanto e come il genitore riesca a mantenere una relazione di sostegno reciproco con il partner tale da evitare o ridurre conflitti e tensioni, specialmente nel caso di separandi/divorziandi.</p>
<p>Gli ambienti caratterizzati da conflitti perduranti e accesi che coinvolgono direttamente il figlio o lo espongono alle minacce e alle violenze verbali e/o fisiche tra i genitori, infatti,            sottopongono a così grave minaccia il benessere emotivo del bambino/a da richiederne, a volte, il suo immediato allontanamento, o l’allontanamento del genitore disfunzionale, violento.</p>
<p>Inoltre è necessario comprendere quanto e come la famiglia sa rispondere alle condizioni di stress relazionale e quali sono i significati che il figlio assume agli occhi dei genitori.</p>
<p>Non è raro, infatti che in situazioni dove è gravemente compromesso il benessere del bambino emerge come egli rappresentasse per il genitore maltrattante l&#8217;oggetto di un conflitto irrisolto o l&#8217;espressione di un fallimento personale o quant&#8217;altro era vissuto dal genitore stesso come invalidante per l&#8217;immagine di sé e delle proprie capacità.</p>
<p>Infine, va valutato il contributo apportato dal figlio/a stesso/a alla relazione con i genitori. Bambini con temperamento difficile, ad esempio, sono più esposti al maltrattamneto da parte di genitori stressati o in difficoltà, così come quelli che interagiscono aggressivamente o negando i partner dei propri genitori nelle famiglie ricostituite alle quali appartengono, contribuendo a generare in quest&#8217;ultimi e nei propri genitori naturali sentimenti di impotenza, vissuti di distanza emotiva e riduzione della disponibilità ad occuparsene.</p>
<p><em>L&#8217;interazione con il mondo esterno.</em> La valutazione del funzionamento familiare non può prescindere da un&#8217;accurata disamina delle opportunità di sostegno offerte dall&#8217;ambiente allargato in termini di risorse formali (servizi per il bambino e la famiglia) o informali (vicinato, volontari, famiglia allargata…) rese disponibili dalle reti sociali di sostegno.</p>
<p>Anche in questo caso la letteratura ha sottolineato con grande coerenza come i genitori socialmente isolati tendano a trascurare più degli altri i propri figli.</p>
<p>Sono questi i casi dove si verificano frequenze maggiori di diverse forme di abuso.</p>
<p>Nella valutazione del rapporto con l&#8217;esterno merita una particolare attenzione la forma assunta dalle relazioni intrattenute dalla famiglia e/o dal figlio/a con gli operatori dei servizi territoriali.</p>
<p>Un sentimento di profonda ostilità percepito nei confronti delle istituzioni, ad esempio, potrà indirizzare in maniera più corretta sia i possibili interventi mirati al ripristino del funzionamento familiare sia la capacità prognostica dell&#8217;operatore, così come un&#8217;eccessiva dipendenza dalle decisioni assunte dagli altri daranno utili informazioni sul livello di deresponsabilizzazione assunto.</p>
<p>Infine vanno valutate <em>le potenzialità di cambiamento</em> che consentono al professionista di comprendere quali probabilità vi sono che un aiuto terapeutico possa risultare utile per il superamento della inadeguatezza attuale.</p>
<p>Va infatti compreso quanto e se la famiglia sia in grado di trarre vantaggio dall&#8217;aiuto proposto o se, al contrario, la tutela del bambino imponga si scegliere un altro contesto di vita.</p>
<p>La capacità di avvalersi dell&#8217;aiuto offerto può essere valutata attraverso l&#8217;esplicito riconoscimento del problema e l&#8217;interesse a collaborare alla sua soluzione. Al contrario, troviamo scarse potenzialità di collaborazione e cambiamento in chi si oppone alle proposte degli operatori, a chi si ostina nella negazione dei problemi esistenti, in chi non accetta la responsabilità per il ruolo assunto nella situazione problematica, in chi nega la necessità di un aiuto esterno, in chi è incapace di vedere in altre persone delle potenziali fonti di aiuto.</p>
<p>Inoltre, dal colloquio effettuato il conduttore deve essere in grado di comprendere quali reazioni hanno suscitato i tentativi di aiuto precedenti per non incorrere in un analogo fallimento.</p>
<p>Risulta ormai chiaro che valutare l&#8217;idoneità dell&#8217;ambiente di vita familiare non consiste nel giudicare le caratteristiche del /dei genitori, ma comprendere quali sono le modalità ricorrenti di             interazione di quel nucleo in modo da capire se la crisi attualmente attraversata sia momentanea e occasionale e passibile di cambiamento attraverso un intervento mirato esterno,  o se rappresenti invece un adattamento cronico altamente disfunzionale e non sensibile alle risorse esterne accessibili.</p>
<p>In termini operativi si può affermare che la validità genitoriale dipende tanto dalla capacità di promuovere nel figlio nell&#8217;arco dell&#8217;infanzia quelle competenze necessarie al bambino/a per sviluppare una rappresentazione del genitore come capace di offrire sicurezza e protezione e una corrispondente immagine di sé come efficace e degno di amore, quanto dalla capacità di evitare che i figli stabiliscano nel tempo modalità di adattamento magari efficaci nel presente, ma che a lungo tempo estremamente dannose (si pensi al bambino/a che si adatta positivamente alle molestie sessuali ricevute dal genitore, ad esempio per paura di maltrattamenti fisici o di procurargli dispiacere rifiutandosi), perché tali modalità verranno ripetute in altri contesti diventando una risposta coerente ma altamente disadattiva alla relazione con adulti e coetanei.</p>
<p>Allo scopo di meglio comprendere la stabilità/ instabilità disadattiva del funzionamento familiare, la prospettiva sistemica, ormai consensualmente adottata da chi si occupa di famiglie,            consiglia di valutare i seguenti aspetti del sistema familiare che, integrando le aree già esposte, consentono di realizzare al meglio il compito affidato al colloquio di valutazione: il ciclo di vita familiare, la transgenerazionalità, l&#8217;evoluzione della famiglia, il genogramma, gli attaccamenti, le convinzioni e le percezioni, le attribuzioni causali e i livelli di significato del figlio per i suoi genitori.</p>
<p>Brevemente, l’analisi del <em>ciclo di vita familiare</em> consente di comprendere se la famiglia sta risolvendo in maniera adeguata i compiti evolutivi che ogni fase del ciclo di vita familiare prevede (la vigilanza e la cura dei piccoli nei primi anni, ad esempio, e la vigilanza, pur               nella concessione di più ampie autonomie in età adolescenziale).</p>
<p>La <em>transgenerazionalità </em>offre informazioni rilevanti sul peso nell&#8217;attualità di esperienze, miti e narrazioni che possono risalire anche a tre o quattro generazioni precedenti, ma che possono tuttora influenzare l&#8217;accettazione del figlio o l&#8217;attribuzione di sue caratteristiche a quelle di un avo screditato dalla famiglia stessa pervenendo ad una sua identica svalutazione.</p>
<p><em>L&#8217;evoluzione della famiglia</em>. Nella prospettiva sistemica, ormai ampiamente condivisa, la famiglia è un sistema vivente dotata di una propria evoluzione che ne garantisce la continua adattabilità alle trasformazioni subite lungo il suo ciclo di vita (matrimonio, nascita di un figlio, emancipazione e suo allontanamento in età adulta etc.). Laddove tali trasformazioni non solo non vengono percepite, ma sono ostacolate nell&#8217;illusoria fantasia di congelare il presente possono insidiarsi forme anche gravi di disadattamento (si pensi ad esempio ad una madre che continua a imboccare il bambino anche in età in cui è richiesta una sua completa autonomia               nella nutrizione).</p>
<p><em>Gli attaccamenti.</em> La comprensione del modello operativo di sé e della figura di attaccamento che il genitore possiede nell&#8217;attualità consente di comprendere quali sono le modalità               relazionali rivolte alla cura del proprio figlio e quali le possibili difficoltà presenti nel soddisfare i suoi bisogni.</p>
<p><em>Le convinzioni e le percezioni degli eventi familiari</em> condivisi o meno dai membri di una famiglia forniscono utili informazioni sui diversi vissuti e sulla condivisione di storie e narrazioni che assumono la connotazione di veri e propri &#8220;miti&#8221;, in grado di spiegare eventi e differenziare la famiglia dall&#8217;esterno.</p>
<p><em>Le attribuzioni causali</em> indicano i processi impiegati dai genitori per spiegare eventi funesti o fortunati della loro esperienza. I genitori maltrattanti tendono ad attribuire al fato, al destino, la responsabilità di ogni evento nel quale non sono stati capaci di proteggere e tutelare i loro figli così come attribuiscono a questi ultimi la responsabilità di loro azioni inadeguate (“Non ce l&#8217;ho più fatta perché è troppo cattivo”, “Non volevo picchiarlo ma mi ha esasperato”&#8230;)</p>
<p><em>I livelli di significato del figlio per i suoi genitori.</em> Chi è il bambino agli occhi dei genitori? Quali ricordi o immagini evoca e quali sentimenti suscita? La comprensione delle risposte a queste domande ha consentito, in molti casi, di spiegare durante il colloquio le ragioni di un abuso apparentemente immotivato o di un atto aggressivo non giustificabile solo tramite l&#8217;analisi della realtà oggettuale.</p>
<p><em>Conclusioni</em></p>
<p>In conclusione si può affermare che la buona conduzione di un accurato colloquio di valutazione delle cure genitoriali, dove sia richiesta la partecipazione di tutta la famiglia, consente un accesso privilegiato e diretto al contesto interattivo nel quale i membri agiscono e si rapportano gli uni agli altri.</p>
<p>Ciò consente di comprendere quali sono le caratteristiche emotive e simboliche della comunicazione in atto, quali i valori condivisi, i ruoli ricoperti dai partecipanti e quali i significati che ognuno assume agli occhi dell&#8217;altro. Questo accesso alla realtà comunicativa intrafamiliare offre molte garanzie di comprensione dell&#8217;attualità di quella famiglia e, anche se si può supporre che chi è sottoposto a valutazione tenterà di mostrare un&#8217;immagine di sé il più possibile positiva occultando le parti più esposte al giudizio negativo, il compito risulterà molto difficile da sostenere nel tempo e  nel corso del colloquio/i di valutazione si potrà effettivamente assistere a ciò che è molto simile alla normale interazione familiare.</p>
<p>In sintesi, si potrà pervenire grazie ad un colloquio ben condotto ad una accurata valutazione di quelle che sono le capacità genitoriali attuali per poter di conseguenza attuare interventi di sostegno ai figli in difficoltà e al nucleo con interventi che possano anche prevedere percorsi separati ma integrati quali l&#8217;affidamento a terzi del figlio e un programma contemporaneo di sostegno domiciliare alla famiglia per consentirle la riacquisizione delle proprie potenzialità educative.</p>
<p>A tal proposito il colloquio deve riuscire a valutare il funzionamento familiare nel presente e nel suo potenziale dispiegamento futuro ed è in  questo senso che bisogna saper selezionare in anticipo e in accordo con l&#8217;orientamento teorico adottato gli elementi che peseranno maggiormente nella valutazione in modo da orientare la conversazione proprio sulle tematiche ritenute più cruciali.</p>
<p>Quindi tanto più vasta e solida e chiaramente orientata teoricamente è la capacità valutativa del conduttore tanto più pertinenti e solide saranno le sue valutazioni, che potranno essere             esposte in forma convincente e comprensibile nella relazione di conclusione che segue l&#8217;iter valutativo e che viene consegnata al Tribunale, ente cui spetta il giudizio e la decisione finale.</p>
<p><em>Bibliografia</em></p>
<p>Associazione Italiana di Psicologia Giuridica (AIPG) (2008), Le capacità genitoriali. Aspetti valutativi e peritali, Edizioni Universitarie Romane, Roma</p>
<p>Andolfi M. (2003), Manuale di psicologia relazionale. La dimensione familiare. Accademia di Psicoterapia della Famiglia, Roma</p>
<p>Bianca C.M., Malagoli-Togliatti, Micci A.L. (2005), Interventi di sostegno alla genitorialità nelle famiglie ricomposte: giuristi e psicologi a confronto, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Bolwlby J. (1969), Attaccamento e perdita, Bollati Boringhieri, Torino, 1983</p>
<p>Cambiaso G. (1998), L’affido familiare come “base sicura”, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Donati P. (2006), Manuale di sociologia della famiglia, Laterza, Roma</p>
<p>Franceschetti E. (2007) (a cura di), La tutela del minore, Esperta Ed., Forlì</p>
<p>Gambini P. (2008), Psicologa della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Loriedo C., Picardi A. (2000), Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento. Percorsi e modelli della psicoterapia sistemico-relazionale, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Mazzoni S., Tafà M. (2003) (a cura di), Appunti per le tecniche di osservazione delle relazioni familiari, Edizioni Kappa, Roma</p>
<p>Novik K.K.., Novik J. (2009), Il lavoro con i genitori, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Reder P., Lucey C., Cure genitoriali e rischio di abuso. Erickson, Trento 1995</p>
<p style="text-align: right;">Dott.ssa Marisa Nicolini</p>
<p style="text-align: right;">Psicologa-psicoterapeuta</p>
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