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	<title>Psicologia Giuridica &#187; divorzio</title>
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		<title>Comprendere la bugia del bambino nella famiglia separata</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 18:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Nadia Giorgi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Compito precipuo dei genitori è quello di offrire strumenti ai figli per costruire una propria identità, nel tentativo di risolvere il bisogno di coerenza, consapevolezza nei confronti della vita, relazioni significative con l’altro.
Crescere significa trasformazione in un costante gioco interattivo tra noi e la realtà. Un alternarsi di adattamento e assimilazione con il mondo, orientandosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/08/bugie.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-816" title="bugie" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/08/bugie.jpg" alt="bugie" width="221" height="221" /></a>Compito precipuo dei genitori è quello di offrire strumenti ai figli per costruire una propria identità, nel tentativo di risolvere il bisogno di coerenza, consapevolezza nei confronti della vita, relazioni significative con l’altro.<br />
Crescere significa trasformazione in un costante gioco interattivo tra noi e la realtà. Un alternarsi di adattamento e assimilazione con il mondo, orientandosi mediante la distinzione dall’altro, differenziandosi per poter esistere. Una funzione fondamentale della mente è il ricordo che permette di possedere una storia da raccontare, intrecciando i nostri legami nell’arco temporale. Narrare la trama della propria vita in cui le figure genitoriali si stagliano epiche offrendo l’humus determinante: la fiducia nell’adulto che il piccolo utilizza per crearsi sicurezza. E’ la strada dell’autonomia e indipendenza che lentamente è indispensabile costruire con la crescita. Talvolta tuttavia, percorrendola, il bambino racconta bugie.<br />
Troppo spesso diamo a ciò una connotazione giudicante negativa. Bugie e menzogne ci accompagnano dall’infanzia alla vecchiaia. Avvicinandosi al concetto “bugia” il tentativo è soprattutto quello di discernere la motivazione che induce il piccolo a raccontarla, offrendo un punto di vista che stimoli molteplici letture del senso della bugia del bambino.<br />
In primis è a se stesso che il fanciullo racconta una bugia. Ad esempio quando pensa &#8220;come se fosse&#8221;, fingendo di essere qualcosa di diverso da ciò che é o crede di essere, una capacità adatta a favorire l’astrazione. E’ l’inizio dell’immaginazione, della creatività, del gioco che aiuta a conoscere se stesso e gli altri. La realtà si fonde e si confonde con l’illusione e il bambino si confonde con il prodotto della sua fantasia. La “bugia narrativa” appare quindi un’evoluzione mentale che accresce gradatamente l’autonomia e l’indipendenza. Bugie che accompagnano la nostra vita trasformandosi poi in sogni. Possiamo inoltre notare che trasgredire mediante una bugia è un atto evolutivo: scelgo contro i genitori, da solo, assumendomi responsabilità per le conseguenze, camminando sulla strada dell’autonomia. Raccontare qualche bugia é essenziale per crescere, per superare l’insicurezza o l’ansia per la propria prestazione, osando affermare di essere all’altezza di un compito particolare, impegnandosi a farcela.<br />
Ferenczi la considera un sentimento di &#8220;onnipotenza del pensiero&#8221; con la funzione di mantenere intatte le proprie illusioni, mentre la Klein afferma che il bambino mente in concomitanza del &#8220;declinare del potere genitoriale&#8221;. Per Piaget nella mente del fanciullo, in età prescolare, non c&#8217;è distinzione tra fantasia e realtà. Appartiene a questa epoca il &#8220;pensiero magico&#8221; e l’&#8221;egocentrismo infantile&#8221;. Solo dopo i sei anni il bambino riesce a distinguere chiaramente tra il vero e il falso, sviluppando il &#8220;giudizio morale&#8221;. Talvolta permangono anche nei preadolescenti tracce di &#8220;pensiero magico infantile&#8221;. La bugia ha soprattutto il significato di &#8220;negare la realtà&#8221;. Un meccanismo di difesa che è importante analizzare per comprendere quanto esso travalichi la normalità e sconfini nel sintomatico. Il bambino può avere la necessità di crearsi un mondo finto, segreto, illusorio, del tutto estraneo al reale.<br />
Questo può accadere perché il quotidiano lo fa soffrire; pertanto inconsapevolmente utilizza la bugia per celare il profondo malessere. Ad esempio può raccontare che il papà è morto se la figura paterna è assente dalla sua vita in conseguenza di una complessa vicenda separativa genitoriale.<br />
Quasi sempre, in ogni tipo di struttura familiare, ai genitori risulta difficile leggere il disagio del figlio. Essi sono direttamente coinvolti nella dinamica relazionale che contribuisce in modo occulto a generare il sintomo. In qualche modo agisce la negazione e il rifiuto di riconoscere il disturbo, poiché è alquanto arduo assumere su di sé la responsabilità della sofferenza filiale.<br />
Occorre, per riuscire in questa impresa, un’intima conoscenza di se stessi, una capacità di distinguere tra il sentire soggettivo e il sentire conseguente alla relazione emotiva, la quale produce vissuti ben diversi a seconda del colore affettivo del rapporto intrecciato.<br />
Inoltre il punto di vista personale circa il rapporto intrecciato fa sì che entrambi i vissuti siano veri seppur contrastanti ed è impresa difficile – per il genitore &#8211; tener conto di entrambi nella comprensione del fatto.<br />
Il rapporto genitore-figlio si gioca attraverso una rappresentazione di sentimenti che si dipanano all’interno dei due antipodi fiducia/tradimento, non solo per il bambino, ma anche per l’adulto.<br />
Così il genitore vive l’offesa, la delusione, il dolore di sentirsi tradito sovente con la stessa intensità del figlio, anche se &#8211; teoricamente &#8211; dovrebbe essere in grado di comprendere le motivazione del comportamento infantile e non dovrebbe accadere il contrario.<br />
Nell’attività clinica, trattando famiglie coinvolte nella vicenda separativa, si incontrano spesso incontro genitori che descrivono i propri figli etichettandoli come &#8220;bugiardi&#8221;.  Essi associano al racconto molteplici sentimenti scaturiti dalla bugia del bambino: dispiacere,delusione, sorpresa, rabbia, preoccupazione, rifiuto, allontanamento, tradimento. Tuttavia non riescono quasi mai a comprendere il motivo della bugia, a leggerne il senso.<br />
Sottolineo che la mia attenzione alla bugia del bambino è focalizzata nell’ambito di vicissitudini della separazione familiare. Non possiamo prescindere dalla dinamica familiare generata dal conflitto, dalla discordia, all’incomunicabilità fra genitori. La dinamica è conseguente al dolore vissuto dall’uno o dall’altro coniuge per la separazione. Il trauma, determinato dalla difficoltà di sostenere la sofferenza della perdita, induce spesso l’adulto a “chiudere”. Il senso di perdita è talmente intollerabile che le persone ricorrono a meccanismi di difesa quale la negazione e la chiusura. La rabbia, la delusione, il risentimento, la disperazione, il sentirsi traditi inducono comportamenti con cui si cerca di distruggere l’altro che ha ferito.<br />
Questi meccanismi di difesa hanno ripercussioni sui vissuti affettivi e relazionali dei figli. I bambini possono strutturare atteggiamenti di protezione, cura, verso il genitore considerato più debole e aggressività, rabbia per l’altro ritenuto più forte. Nel caso che la madre sia avvertita come parte più fragile avrà l’attenzione del figlio per non essere delusa o ferita da ulteriore dolore.<br />
I genitori avvertono, di fronte alla scoperta della bugia, un senso di smarrimento per il crollo della reciproca fiducia. Spesso istintivamente intervengono per reprimere, punendo dopo la scoperta, trascurando di ricercare le cause che hanno indotto il figlio a raccontare le bugie. In realtà un buon genitore dovrebbe agire come il medico competente che, prima di prescrivere una terapia, si adopera per fare un’accurata diagnosi. L’efficacia della cura dipende infatti dall’individuare l’esatta causa che ha determinato il sintomo.<br />
Infatti se non è identificata la motivazione da cui è scaturita la bugia, il genitore rischia di rinforzare la difficoltà che ha spinto il figlio a mentire. E’ necessario comprendere che la bugia ha un significato psicologico;spesso è un meccanismo di difesa di fronte a momenti difficili da sostenere da parte del bambino. Ad esempio all’interno di relazioni affettivamente importanti che la separazione genitoriale trasforma, provocando crisi per tutti i componenti.<br />
E’ utile inserire alcune esemplificazioni per comprendere meglio quanto sopra affermato.<br />
- Può capitare che il ragazzo prometta al papà di andare a pesca con lui la domenica.  Successivamente tornando a casa dalla mamma nota, dallo sguardo di lei, disappunto a rimanere sola quel giorno.  Accade così che neghi di essere rimasto d’accordo con il padre.<br />
In questo caso il figlio trova alquanto difficile andare contro il dispiacere della mamma. Questo ci dice che ha bisogno del riconoscimento affettivo della figura materna e non è in grado di reggere i sentimenti negativi verso di lui.<br />
- Un bambino racconta alla mamma che la nuova partner del papà è antipatica e lo tratta male. In realtà la madre ha diversi segnali che nella casa paterna è tranquillo e non riesce a spiegarsi perché il figlio menta.<br />
In sottofondo può esserci il bisogno di compiacere la figura materna e mantenere con lei un’alleanza o coalizione contro il padre. E’ probabile che senta la mamma fragile di fronte alla separazione e avverta il suo dolore per il nuovo legame del papà.<br />
- Una bambina può dire “Papà non gioca con me, non stiamo mai insieme” &#8211; sollecitando la protesta protettiva della madre contro il padre -mentre in realtà la figura paterna trascorre il suo tempo con la figlia.<br />
E’ sempre il bisogno di compiacere il genitore (in questo caso la mamma), causato da una distorta percezione di lui, bisogno avvertito come troppo determinante nel creare sicurezza alla piccola.<br />
“Dove hai dormito?” chiede la mamma che non vuole che il padre porti dai nonni in campagna la figlia. E la bambina “A casa di papà”.<br />
La protezione del genitore e al contempo lo spauracchio di un conflitto, o di una tensione sofferta nei rapporti significativi, genera la bugia come difesa dalla situazione dolorosa.<br />
- Un quindicenne che vive con la mamma può raccontarle che cenerà una sera dal padre, mentre avrà organizzato l’incontro in pizzeria con amici. Non esistendo dialogo fra genitori sarà offerta al ragazzo la possibilità di mentire in un’età in cui dovrebbe ancora esistere il necessario (per il figlio) controllo genitoriale.<br />
Nella fase adolescenziale la bugia è una modalità “facile ed economica” per agire i desideri che contrastano con le regole dell’adulto.<br />
E’ faticoso confrontarsi con la responsabilità e il no. L’assenza di dialogo fra genitori rende “comodo” evitare il confronto con la norma contraria alle proprie aspirazioni. Inoltre – in questo tipo di dinamica familiare &#8211; c’è un’alta probabilità di non essere scoperti, permettendo di sfuggire al senso di inevitabile responsabilità associata alla disubbidienza. “Disubbidisco assumendomi la responsabilità delle conseguenze” è una condotta che avremmo auspicarci fosse agita da ogni adolescente. Un imprescindibile atteggiamento per imparare adiventare adulti maturi.<br />
La nostra odierna cultura (e non mi addentro in interpretazioni sociologiche) impedisce questo sano processo e incrementa l’inclinazione a raggiungere l’autonomia, edificando sulla menzogna.<br />
L’adolescente non costruisce quindi sulla positività della disubbidienza e sul riconoscimento delle proprie capacità ed errori, ma tende ad usare la falsificazione della realtà.<br />
I genitori come possono intervenire una volta “illuminati” intorno alle motivazioni delle bugie?<br />
La fiducia e il tradimento sono vissuti nodali, nella relazione, sia per l’adulto che per il bambino.<br />
Tutti i bambini hanno bisogno di coerenza e non tollerano si dica loro bugie, anche se l’adulto può raccontarsi che lo fa “a fin di bene”, nel tentativo di evitare al figlio situazione dolorose.<br />
“De-centrarsi” empaticamente e provare a contattare le emozioni del figlio è senza dubbio fondamentale per individuare la più vantaggiosa reazione alla bugia del bambino. Una competenza che viene ad essere in linea con l’analogia suggerita: ossia il medico che, preoccupandosi di fare una buona diagnosi, riesce ad esistere come buon terapeuta.<br />
Ritengo infatti che ad ogni bambino dovrebbe essere offerta la possibilità di incontrare &#8211; nel genitore sufficientemente buono &#8211; anche una competenza adulta “terapeutica”.</p>
<p style="text-align: right;">Dott.ssa Nadia Giorgi<br />
Psicologa-Psicoterapeuta-Mediatrice Familiare</p>
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		<title>L’uomo picchiato, vittima dimenticata della violenza coniugale</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 15:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Bernabeo Maria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Separazione coniugale]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-658" title="violenza uomo" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/01/violenza-uomo.jpg" alt="violenza uomo" width="300" height="172" />Il pregiudizio sociale porta spesso ad ignorare la figura maschile nel ruolo di vittima, gli spot televisivi sottolineano la violenza subita dalle donne, in cui il messaggio diretto o indiretto è sempre quello di identificare l’uomo in genere come cattivo e aggressivo. Ma, la violenza che subiscono gli uomini all’interno o fuori delle mura domestiche non è mai menzionata.<br />
Dagli studi canadesi si evince che sempre più uomini non sono carnefici ma sono vittime.<br />
“I casi di uomini vittime della violenza delle loro compagne sono più diffusi di quanto non si creda”, spiega YVON DOLLAIRE, psicologo canadese autore “La violenza esercitata sugli uomini. Una complessa realtà tabù 2002”<br />
L’uomo maltrattato generalmente prova enormi sensi di colpa e il più delle volte perde il suo status di uomo, finendo per restare isolato.<br />
SOPHIE TORRENT mostra come la violenza psicologica sia l’arma favorita dalle donne, questo tipo di violenza si esprime attraverso :varie forme di rifiuto,di insulti o di accuse infondate ; mentre, la violenza fisica viene espressa con colpi inferti sul viso, colpi inferti sull’addome con forbici o con altri tipi di lame oppure con morsi.<br />
Tra la violenza fisica e quella psicologica la più favorita è quella psicologica, poiché quest’ultima è meno perseguibile sotto il profilo legale; la donna producendo violenza psicologica tende attraverso questa ad apportare una denigrazione del proprio partner nel ruolo di amante e di padre, esprimendo queste diffamazioni sia nella sfera privata che pubblica, scopo di ciò è ledere la mascolinità.<br />
Frequentemente la donna attacca l’uomo sul posto di lavoro,scopo di tutto ciò è il produrre isolamento sociale, la donna che produce violenza fa credere a tutti di essere lei la vittima delle violenze che giornalmente fa subire al proprio coniuge.<br />
La violenza femminile è spesso giustificata, generalmente viene allegata a delle patologie (depressione post – partum , autodifesa, provocazione,menopausa).<br />
La donna violenta non viene considerata una cattiva madre, ma un padre violento o accusato di pseudo violenza viene allontanato dai figli e viene definito un cattivo genitore.<br />
Bisogna rilevare che continuando a negare il fenomeno degli uomini maltrattati, le femministe stanno ostracizzando una categorie di donne che soffrono dei loro comportamenti violenti, continuando a non vedere viene esclusa ogni possibilità di costruttivo aiuto.</p>
<p>Una ricerca condotta in Spagna: “ La violenza domestica: quello che non si racconta.”<br />
Da questa ricerca appare che i maschi morti all’interno delle mura domestiche il 27% pari al 44% .<br />
Eppure, il ministro spagnolo del lavoro degli affari sociali, Jesùs Coldera afferma “ La violenza delle donne sugli uomini è minima”Mentre il ministro della Giustizia, Juan Fernando Lopez Aguilar, afferma “ Non esiste, negli ospedali e nei commissariati, una casistica degli uomini maltrattati”.<br />
Anche se i media non parlano, la violenza delle donne sui mariti, conviventi o amanti è un fenomeno che dilaga in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, nel 2004, la percentuale di grave violenza fisica tra partner è stata attribuita al 35% ai maschi e il 30% alle donne.<br />
Come mai, se il flagello delle femmine che malmenano i maschi è diffuso su scala mondiale,<br />
Gli uomini che vengono picchiati spesso sono poco creduti o vengono messi alla berlina. Una donna maltrattata guadagna uno status e può trovare sostegno presso tanti gruppi per uscire dall’inferno delle violenze coniugali, mentre un uomo malmenato prova vergogna e perde il proprio status di uomo”.<br />
“Gli uomini non denunciano i maltrattamenti subiti, perché non esistono luoghi, commissariati a parte, dove possono farlo; né esistono istituti pubblici come quelli della difesa della donna.<br />
Puntualizza lo spagnolo Eloy Rodriguez, psicologo e sessuologo. “ Il 92% dei machios non denuncia i maltrattamenti perché pensa che così metterebbe in dubbio la propria mascolinità. E’ una questione culturale difficile da sradicare”.<br />
I vari studi dimostrano che tra le statistiche reali e quelli ufficiali esiste una profonda diversità poiché il femminismo ha percorso un cammino errato, alzando una muraglia tra i due sessi, sostenendo che la violenza è intrinseca al maschio; una barriera montata per nascondere la violenza delle donne.</p>
<p style="text-align: right;">Dott. ssa Bernabeo Maria</p>
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		<title>La valutazione delle capacità genitoriali: criteri e strumenti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 13:08:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Marisa Nicolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Separazione coniugale]]></category>
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		<description><![CDATA[I professionisti (psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili) che operano come CTU nei Tribunali vengono spesso chiamati a valutare le competenze genitoriali delle parti in causa per l’affidamento della prole minore, soprattutto nelle cause di separazione e divorzio.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-243" title="famiglia" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/06/happy-family-cartoon-150x150.gif" alt="famiglia" width="150" height="150" />I professionisti (psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili) che operano come CTU nei Tribunali vengono spesso chiamati a valutare le competenze genitoriali delle parti in causa per l’affidamento della prole minore, soprattutto nelle cause di separazione e divorzio.<br />
Come è noto, la legge n. 54/2006 ha stabilito come regola il principio della cosiddetta bigenitorialità, ma quando i coniugi non riescono a trovare un accordordo circa i figli, non di rado finiscono per screditarsi a vicenda richiedendo l’affidamento esclusivo dei figli.<br />
Il Giudice deve allora stabilire se e quanto ciascun coniuge sia capace di essere un “buon” genitore, ovvero se vi è &#8211; e di quale entità, eventualmente &#8211; incapacità in uno dei genitori (o in entrambi), per disporre l’affidamento dei figli in modo diverso da quello previsto dalla legge, ovvero quello “condiviso”.<br />
L’ausiliario nominato dal Giudice per rispondere a un quesito comprendente la valutazione delle capacità genitoriali si trova quindi nella necessità di procedere con competenza, perizia e scientificità, consapevole che il suo parere andrà a costituire parte della conoscenza del caso di specie che farà optare il Giudice per l’uno o l’altro istituto (affidamento condiviso o esclusivo).<br />
La cosiddetta “valutazione della genitorialità” è una complessa attività di diagnosi, che deve tener conto di diversi parametri, maturata in un’area di ricerca multidisciplinare che valorizza i contributi della psicologia clinica e dello sviluppo, della neuropsichiatria infantile, della psicologia della famiglia, della psicologia sociale e giuridica e della psichiatria forense.<br />
Intesa in senso ampio riguarda due versanti, genitori e bambino, ed ovviamente la loro relazione.</p>
<p>I criteri per la valutazione psicosociale della capacità genitoriale riguardano, dunque, parametri individuali e relazionali relativi ai concetti di parenting e di funzione genitoriale, trattati ampiamente nella letteratura italiana e internazionale, che comprendono lo studio delle abilità cognitive, emotive e relazionali del ruolo e delle funzioni genitoriali.<br />
Secondo Bornstein (M.H. Bornstein, Handbook of Parenting, 4 voll., Lawrence Erlbaum Associates. Mahwah, 1991) la “capacità genitoriale” corrisponde ad un costrutto complesso, non riducibile alle qualità personali del singolo genitore, ma che comprende anche un’adeguata competenza relazionale e sociale. L’idoneità genitoriale viene definita dai bisogni stessi e dalle necessità dei figli in base ai quali il genitore attiverà le proprie qualità personali, tali da garantirne lo sviluppo psichico, affettivo, sociale e fisico.<br />
Il parenting si propone come una competenza articolata su quattro livelli:<br />
a) nurturant caregiving, che comprende l’accoglimento e la comprensione delle esigenze primarie (fisiche e alimentari);<br />
b) il material cargiving, che invece riguarda le modalità con cui i<br />
genitori preparano, organizzano e strutturano il mondo fisico del bambino;<br />
c) il social caregiving, che include tutti i comportamenti che i genitori attuano per coinvolgere emotivamente i bambini in scambi interpersonali;<br />
d) il didactic caregiving, riferito alle strategie che i genitori utilizzano per stimolare il figlio a comprendere il proprio ambiente.<br />
Guttentag et al. (C.L. Guttentag, C. Pedrosa-Josic, S.H. Laundry, K.E. Smoth, P.R. Swank, “Individual Variability in Parenting Profiles and Predictors of Change: Effects of an Intervention With disadvantaged Mothers”, in Journal of Applied Developmental Psychology, vol. 27(4), 2006, pp. 349-369), partendo da quattro componenti correlate ad uno stile parentale comprensivo e “responsivo” quali:<br />
a) la capacità di rispondere alle richieste,<br />
b) la capacità di mantenere un’attenzione focalizzata,<br />
c) la ricchezza del linguaggio,<br />
d) il calore affettivo,<br />
osservano che questi criteri sono correlati a specifici pattern di abilità parentale.<br />
A sua volta Vicentini (G. Vicentini, Definizione e funzioni della genitorialità, 2003, in <a href="http://www.genitorialità.it/">www.genitorialità.it</a>, 2003), in una meta-analisi della letteratura scientifica, individua otto funzioni genitoriali:<br />
a) la funzione protettiva;<br />
b) la funzione affettiva;<br />
c) la funzione regolativa genitoriale;<br />
d) la funzione normativa;<br />
e) la funzione predittiva;<br />
f) la funzione significante;<br />
g) la funzione rappresentativa e comunicativa;<br />
h) la funzione triadica.<br />
La valutazione psicosociale generale della capacità genitoriale si specifica poi in relazione a alcune prospettive più particolari che ne dipendono: la condizione di pregiudizio in cui può venirsi a trovare un minore; il suo stato di benessere o disagio, fino all’abbandono; la maggiore idoneità dell’uno o dell’altro genitore separati a prendere con sé stabilmente il figlio.</p>
<p>Le condizioni di pregiudizio</p>
<p>Particolarmente importante è la ricerca di criteri scientifici con cui valutare, nella prospettiva della tutela del minore, se le condizioni familiari in cui il minore si trova mettono a rischio il suo sviluppo psicosociale e rappresentano, cioè, una situazione di pregiudizio.<br />
I complessi criteri utilizzati per la valutazione delle condizioni di pregiudizio del minore sono collegati in letteratura:<br />
a) al maltrattamento fisico, alla trascuratezza, al maltrattamento psicologico;<br />
b) all’abuso sessuale;<br />
c) al rapporto tra psicopatologia e violenza subita durante l’infanzia;<br />
d) alla patologia psichiatrica, alla devianza, alla tossicodipendenza e all’alcolismo del/dei genitori;<br />
e) più recentemente, ai fattori che influenzano gli esiti evolutivi nella<br />
violenza assistita familiare.<br />
Uno dei modelli più recenti che si occupa dei criteri di valutazione della genitorialità che possono indicare una situazione di rischio per il bambino è il modello process-oriented adattato da Di Blasio (P. Di Blasio (a cura di), Tra rischio e protezione. La valutazione delle competenze parentali, Unicopoli, Milano, 2005).<br />
Questo modello valorizza innanzitutto i fattori individuali (biologici, genetici, psicologici), i fattori familiari e sociali (coppia, bambino, fratria, amici, lavoro, famiglia estesa), i fattori della società e dell’ambiente (ambiente fisico e salute, servizi e risorse della comunità, condizioni economiche e familiari, supporti del governo) e le reciproche interazioni tra questi, come livelli che influenzano il funzionamento genitoriale.</p>
<p>Le capacità dei genitori in caso di separazione</p>
<p>La legge 8 febbraio 2006 n. 54, in modifica delle norme di cui agli artt. 155 sgg. cod. civ., ha introdotto nel diritto di famiglia un modello generale dei rapporti dei genitori con i figli minorenni quando la crisi della coppia sfocia nella cessazione della convivenza (F. Tommaseo, “L’ambito di applicazione della legge sull’affido condiviso”, in Minorigiustizia, 2006, n. 3, pp. 104 ss.), disciplina applicabile dunque non solo in sede di separazione giudiziale, ma anche di scioglimento, cessazione degli effetti civili o nullità del matrimonio, nonché nei procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati (art. 4 legge n. 54/2006).<br />
In particolare viene riconosciuto il diritto del figlio minorenne di mantenere anche in caso di separazione dei genitori un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, in modo da ricevere da entrambi cura, educazione ed istruzione, e quello di conservare rapporti significativi con gli ascendenti ed i parenti di ciascun ramo genitoriale.<br />
Abolito il nesso necessario tra affidamento del minore ed esercizio della potestà, la legge disegna un nuovo regime giuridico per consentire la realizzazione di tali diritti con l’affidamento condiviso, modulato dal giudice laddove i genitori non abbiano raggiunto un accordo, e attraverso l’esercizio congiunto della potestà, eventualmente limitato alle decisioni di maggior interesse relative all’istruzione, educazione, alla salute quando il giudice stabilisce l’esercizio separato della potestà sulle questioni di ordinaria amministrazione.<br />
Nelle valutazioni consulenziali, in relazione a questo regime giuridico rivolto a soddisfare il diritto del minore alla bigenitorialità ed il dovere-diritto dei genitori ad assolvere ai loro compiti, non si tratta pertanto solo di valutare le capacità potenziali di ciascun genitore rispetto agli specifici bisogni del figlio, quanto di accertare in concreto anche la capacità di:<br />
a) assolvere i compiti parentali nei confronti di quel bambino/adolescente nelle condizioni di vita determinate dalla rottura della coppia;<br />
b) disegnare conseguentemente il progetto dell’affidamento condiviso, che comprenderà il collocamento ripartito o principale del figlio, ed in tal ultimo caso i tempi e le modalità (e le occasioni) della sua presenza presso ciascun genitore, nonché la misura ed il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione, ed alla educazione della prole.<br />
Il progetto di affidamento dunque sarà diretto a soddisfare il diritto del bambino alla bigenitorialità sia sotto il profilo personale che patrimoniale.<br />
Su questo tema dei criteri di affidamento del figlio c’è una vastissima letteratura straniera e italiana, che contiene indicazioni molto specifiche.<br />
Camerini (G.B. Camerini, “Aspetti legislativi e psichiatrico-forensi nei procedimenti riguardanti i minori”, in V. Volterra (a cura di), Psichiatria forense, criminologia ed etica psichiatrica (Trattato Italiano di Psichiatria, TIP), Masson, Milano, 2006) di recente ha proposto di utilizzare come criteri prioritari:<br />
a) l’“accesso” all’altro genitore, individuando gli elementi di cooperazione e disponibilità, o viceversa, la difficoltà sostanziale rispetto al diritto/dovere dell’altro genitore a partecipare alla crescita e all’educazione dei figli;<br />
b) la competenza genitoriale dei due coniugi nei termini della qualità della relazione di attaccamento in base al concetto di “genitore psicologico”;<br />
c) l’attenzione ai bisogni reali dei figli;<br />
d) la capacità da parte di ciascuno dei due genitori di attivare riflessioni ed elaborazioni di significati relativi agli stati mentali dei figli stessi ed alle loro esigenze evolutive in base alla cosiddetta “funzione riflessiva”.</p>
<p>Strumenti e metodi di valutazione delle capacità genitoriali</p>
<p>In letteratura esistono diversi strumenti per la valutazione della genitorialità e dei livelli di rischio relativi a comportamenti e dinamiche genitoriali e familiari.<br />
Uno dei più recenti utilizzati per l’analisi delle interazioni familiari è il Trilogue Play Clinic (LTPc) introdotto dal gruppo di Losanna (LTP) e adattato da Mazzoni e Malagoli Togliatti (M. Malagoli Togliatti, S. Mazzoni, “Osservare, valutare e sostenere la relazione genitori-figli: il Lausanne Trilogue Play Clinic (LTPc)”, Raffaello Cortina, Milano, 2006).<br />
Altri strumenti che vengono impiegati specie nel mondo anglosassone sono:<br />
– il Darlington Family Assessment System (in I.M. Wilkinson, Family Assessment, Gardner Press, New York, 1993), che considera:<br />
a) la prospettiva del figlio;<br />
b) la prospettiva dei genitori;<br />
c) la prospettiva genitore/figlio;<br />
d) la prospettiva dell’intera famiglia;<br />
– la Family Environment Scale (R. Moos e B. Moos, “A typology of family environments”, Family Processes, 1994), che usa tre sottoscale:<br />
a) relazioni;<br />
b) crescita personale;<br />
c) perpetuazione del sistema;<br />
– il Mc Master Family Assessment Device (N.B. Epstein, D.S. Bishop e L.M. Baldwin, “Mc Master Model of family functioning: A view of the normal family”, in F. Walsh (a cura di), Normal family processes, Guildford, New York, 1982), basato sull’analisi dei compiti che il “sistema familiare” deve sapere affrontare efficacemente e sui diversi livelli di funzionamento;<br />
– il Parental Bonding Instrument (PBI) che misura i livelli di controllo anaffettivo genitoriale.<br />
Un nuovo strumento di valutazione italiano</p>
<p>Camerini, De Leo et al.(G.B. Camerini, L. Volpini, G. Sergio, G. De Leo, 2008, Criteri psicologico-giuridici di valutazione delle capacità genitoriali: proposta di uno strumento clinico, Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, 75, 1, 61-78) hanno messo a punto recentemente un nuovo strumento di valutazione delle competenze genitoriali che prevede la<br />
somministrazione al genitore di una serie di domande (items), in numero di 24, le quali esplorano capacità relative a tre diverse aree di funzionamento:<br />
a) supporto sociale e capacità organizzativa: capacità di promuovere, accompagnare e sostenere i processi di sviluppo e di socializzazione e di adattamento all’ambiente esterno (coping);<br />
b) protezione: capacità di proteggere e di tutelare il bambino nell’ambiente familiare, scolastico e sociale;<br />
c) calore ed empatia (care): capacità di riconoscere i bisogni emotivi/affettivi del figlio e di fornire i supporti necessari.<br />
Lo strumento è stato predisposto per essere applicato:<br />
– nelle situazioni di pregiudizio rispetto alla salute psicofisica del minore;<br />
– nelle situazioni di abbandono e di decisioni in merito alla perdita della potestà ed alla messa in adozione;<br />
– nelle situazioni di separazione dei genitori e di valutazione dei criteri di affidamento.</p>
<p>Si riportano i 24 items e si rimanda allo strumento completo per la loro corretta utilizzazione pratica e psicometrica.</p>
<p>Supporto sociale e capacità organizzativa: capacità di promuovere, accompagnare e sostenere i processi di sviluppo e di socializzazione e di adattamento all’ambiente esterno (coping).<br />
Supporto dello sviluppo cognitivo e delle abilità di apprendimento sociale e scolastico.<br />
Si occupa di seguire/di far seguire il figlio nei compiti scolastici (negli apprendimenti prescolastici)?<br />
Insegna e trasmette i valori/i riferimenti culturali del suo ambiente di appartenenza?<br />
Supervisione e disciplina nel comportamento sociale.<br />
Cerca di dare al figlio consigli/ istruzioni su come bisogna comportarsi con le altre persone al di fuori della famiglia?<br />
Prevede regole e limiti circa le abitudini, gli orari, le autonomie nella vita di relazione?<br />
Capacità di individuazione delle strutture esterne alla famiglia necessarie per l’equilibrio adattivo del figlio ed intermediazione supportiva.<br />
È disposto ad accettare ed a collaborare con agenzie esterne alla famiglia per la gestione educativa del figlio?<br />
Induce il figlio a frequentare attività sportive/ricreative socializzanti?<br />
Sicurezza e non esposizione del bambino ad eventi ambientali sfavorevoli.<br />
Presta attenzione ai pericoli ai quali il figlio può essere esposto in casa o nella sua vita di relazione e sociale?<br />
Prende qualche iniziativa per evitare problemi e difficoltà di integrazione del figlio nell’ambiente scolastico e sociale?</p>
<p>Protezione: capacità di proteggere e di tutelare il bambino nell’ambiente familiare, scolastico e sociale.<br />
Controllo.<br />
Esercita un controllo sulle abitudini e sui ritmi di vita/sulla igiene e sulla salute del figlio?<br />
Esercita un controllo sulle attività esterne (sociali) e sulle frequentazioni del figlio/sulla esposizione del figlio ai comportamenti che gli altri (adulti o coetanei) agiscono nei suoi confronti?<br />
Rispetto della intimità e della sfera corporea e sessuale.<br />
Viene data attenzione al rispetto per la sfera corporea e sessuale e per l’intimità del figlio?<br />
Viene data attenzione alla esposizione del figlio a scene/situazioni/immagini a contenuto sessuale?<br />
Flessibilità nella gestione delle responsabilità riguardanti la cura e la guida del bambino.<br />
È disponibile a delegare qualche sua incombenza/responsabilità educativa ad altre persone dentro o fuori la cerchia familiare?<br />
Collabora con l’altro genitore nella gestione educativa del figlio?<br />
Esposizione del bambino alla violenza fisica/psicologica (diretta o assistita).<br />
Cerca di evitare che il figlio assista a liti/scene di violenza in famiglia?<br />
Coinvolge il figlio come alleato/come spettatore nei conflitti relazionali intrafamiliari?</p>
<p>Calore ed empatia (care): capacità di riconoscere i bisogni emotivi/affettivi del figlio e di fornire i supporti necessari.<br />
Capacità di incoraggiamento di fronte alle difficoltà/alle frustrazioni e di comunicare l’accettazione.<br />
Reagisce in maniera positiva/incoraggiante se il figlio ha un insuccesso/una delusione in ambito scolastico/sociale?<br />
Riesce ad ascoltare il figlio quando esprime difficoltà di relazione intrafamiliare?<br />
Capacità di accogliere e contenere le richieste del bambino.<br />
Riesce a rispondere in maniera equilibrata/adeguata alle richieste del figlio?<br />
Riesce a rispondere in maniera equilibrata/adeguata alle provocazioni?<br />
Supporto e scambio emotivo, accudimento.<br />
Riesce ad ascoltare il figlio (a rendersi disponibile/accessibile) se le appare triste, o arrabbiato, comunque con qualche problema affettivo/relazionale?<br />
Riesce trasmettere affetto e calore al figlio, con i gesti o con le parole?<br />
Punizioni e frustrazioni.<br />
Capita che il figlio riceva punizioni (fisiche, castighi) molto frequenti/severe?<br />
Capita che il figlio riceva offese?</p>
<p>Osservazioni complementari</p>
<p>La valutazione delle capacità genitoriali deve essere completata ed integrata da altre due osservazioni complementari.<br />
A) Valutazione del funzionamento psicologico e relazionale del genitore e del funzionamento familiare:<br />
1. capacità riflessive (capacità di attribuire intenzioni e finalità ai  comportamenti degli altri ed in particolare dei figli, identificandosi nei loro bisogni; capacità di riflettere sul significato delle proprie azioni e delle proprie reazioni emotive);<br />
2. presenza di patologie psichiatriche;<br />
3. livello di integrazione familiare (funzionamento della coppia genitoriale in<br />
relazione agli indici di collaborazione/coesione interna);<br />
B) Valutazione del funzionamento psicologico e relazionale del figlio:<br />
1. qualità del funzionamento psicologico;<br />
2. qualità del pattern di attaccamento;<br />
3. orientamento e desiderio in relazione alla propria collocazione.</p>
<p align="right">Dr.ssa Marisa Nicolini<br />
Psicologa – Psicoterapeuta<br />
CTU del Tribunale di Viterbo</p>
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