22 novembre 2017


Contributo della psicologia forense nella valutazione della capacita’ d’intendere e di volere (art. 85 c.p)

giustiziaIl tema della capacità d’intendere e di volere legata ai disturbi psichici è uno dei punti più problematici della criminologia e della psichiatria forense. A partire dal principio che la legge afferma che nessuno può essere punito per un reato se non è imputabile, ossia capace d’intendere e di volere, viene spontaneo chiedersi chi sia davvero in grado di decidere quando un soggetto debba essere punito e quando invece debba essere curato. Negli ultimi anni il codice penale ha subito delle modifiche, nel senso che tra le malattie incidenti sulle capacità intenzionali e volitive del soggetto non ci sono più solo le psicopatie, le nevrosi, i disturbi dell’affettività, ma sono compresi i disturbi di personalità che anche se non sempre inquadrabili  nel novero delle malattie mentali, possono rientrare nel concetto d’infermità purché siano di consistenza tale da incidere sulle suddette capacità, e a condizione che sussista un nesso eziologico con la specifica condotta criminosa, per il quale il fatto sia ritenuto casualmente determinato dal disturbo mentale (sentenza 9163 del 25 gennaio 2005). Non assumono rilievo le anomalie caratteriali o gli stati emotivi e passionali.
La giurisprudenza si è molto avvicinata al paradigma della scienza psichiatrica che tiene conto delle variabili psicologiche, sociali e relazionali, e non solo biologiche che originano e condizionano l’infermità mentale. Un tema delicato non riguarda solo il rapporto tra giurisprudenza e scienza psichiatrica, ma anche tra quest’ultima e la psicologia. Infatti quando si parla di perizia ci si riferisce esclusivamente a quella psichiatrica, ma nella prassi è necessaria un’integrazione tra queste due discipline, poiché in modo diverso ma complementare permettono un’analisi più dettagliata della personalità di un individuo e delle probabili condotte criminose.
La perizia psichiatrica è solitamente di tipo nosologico e psicopatologico ed è effettuata attraverso un colloquio clinico e anamnestico eventualmente integrato dalla somministrazione di scale di rilevazione della sintomatologia psichiatrica. L’obiettivo è quello di definire una diagnosi psichiatrica spesso secondo i criteri nosografici delle classificazioni internazionali del DSM-IV o dell’ICD-10. La diagnosi psicologica può essere invece di tipo più ampio: oltre che alla rilevazione di sintomatologia psicopatologica, infatti la psicodiagnosi può essere riferita  anche alla valutazione di atteggiamenti, modalità relazionali, livello e tipologia di competenze cognitive, strutture di personalità etc. Il magistrato non chiede al perito di spiegare il reato quanto piuttosto di affermare se il soggetto presenta disturbi psicopatologici tali per cui la sua condotta non deve essere intesa come espressione di criminalità ma di malattia mentale.
Il sistema giuridico riduce le dimensioni dell’essere umano ad una dicotomia e non tiene conto del complesso delle funzioni psichiche tra loro inscindibili e di tutte le dimensioni che attengono ai meccanismi dell’inconscio. Non ogni malattia in senso clinico ha valore di malattia in senso forense, come vi possono essere situazioni clinicamente non rilevanti o non classificate che in ambito forense assumono valore di malattia. Nell’ambito della psichiatria forense costituiscono vizio di mente solo quei disturbi che causano alterazioni patologiche delle funzioni dell’io.
Le teorie psicologiche rendono conto delle molteplici ragioni legate all’ambiente, ai rapporti fra gruppi e alle loro reazioni che favoriscono le scelte criminose di molti individui ma non possono spiegare la variabilità del comportamento individuale dinanzi ad analoghi fattori socio-ambientali, poiché essa è da ricondurre alle diverse caratteristiche psicologiche e biologiche di ogni individuo. È necessario utilizzare un approccio integrato che miri ad evidenziare quali sono i fattori che rendono ogni persona un’entità unica ed irripetibile, così che differiscono per ogni soggetto anche le risposte ai fattori criminogenetici insiti nella società, fattori che rappresentano componenti di vulnerabilità individuale nei confronti delle scelte criminose. Lo studio delle componenti di vulnerabilità può essere condotto:
-    Attraverso lo studio delle teorie psicologiche della personalità
-    In una prospettiva biologica
-    In una prospettiva clinica.
Nel considerare le correlazioni fra individuo e ambiente va sottolineato che esiste in ogni tipo di comportamento una loro costante integrazione. L’aspetto più caratteristico di questa correlazione è rappresentato dal rapporto inversamente proporzionale fra le componenti di vulnerabilità individuale e i fattori ambientali: quanto più criminogenetici  sono questi ultimi tanto rilevanti sono le componenti della personalità che rendono l’individuo più incline alla condotta criminosa o deviante, tanto meno significativi risultano le carenze, le sollecitazioni e in generale i fattori criminogeni legati alla società. Per molti anni psichiatri e psicologi hanno discusso sul perché alcune persone divenissero aggressive e violente. La prima interpretazione soddisfacente sul comportamento aggressivo e violento si deve a Freud, secondo cui:
-    la personalità è il risultato dell’esperienza sociale
-    sono importanti le esperienze della prima infanzia e dei conflitti tra i bisogni dell’individuo e le richieste della società;
-    la personalità si distingue in tre parti spesso in conflitto tra loro.
Secondo Alexander e Staub (1929) la condotta criminosa è l’effetto di molteplici modalità dello svincolo dal controllo del super-io. Essi identificano diverse condizioni nelle quali il controllo dell’istanza superiore si riduce fino ad abolirsi completamente e descrivono tre tipi di delinquenza:
-    ACCIDENTALE
-    CRONICA
-    PER SENSO DI COLPA.
Tali interpretazioni comportano il rischio di fornire una lettura della condotta criminosa che finisce per deresponsabilizzare il delinquente, la quale viene percepito come costretto a delinquere da forze da lui non governabili. Infatti la psicanalisi con l’eccessivo indulgere nella ricerca di interpretazioni psicodinamiche può comportare il rischio di intendere ogni persona come un soggetto  in qualche modo psicologicamente disturbato, col risultato di patologizzare la delinquenza, tenendo conto che le inconsce dinamiche ipotizzate in chiave psicanalitica rischiano di far perdere di vista la quotidiana realtà.

La responsabilità individuale deve tener conto della personalità del reo ma senza sconfinare nella cosi detta “responsabilità per il modo di essere del reo”. Occorre distinguere tra TRATTI, quali modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di se stessi, e DISTURBI DI PERSONALITA, i quali si costituiscono quando i tratti sono rigidi e non adattivi e causano una compromissione del funzionamento sociale o lavorativo, oppure una sofferenza soggettiva.
È  importante dunque un incrocio tra psichiatria e psicologia, ma occorre soffermarsi su un singolo approccio o un’unica chiave di lettura; è tanto più opportuno utilizzare diversi approcci, integrare diversi strumenti ed essere il più oggettivi possibile perché ogni persona è unica com’è unico il mondo interno e la percezione che ne abbiamo di ognuno di noi.  Rimane però il problema che la legge vieta l’esame scientifico della personalità dell’imputato, affermando che non sono ammesse perizie per stabilire l’abitualità o la professionalità del reo, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell’imputato, ed in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche; la valutazione della personalità viene compiuta dal giudice stesso, mentre la perizia psichiatrica è ammessa solo nel caso di sospetto di esistenza di un’infermità di mente. Come si giustifica tale diffidenza?

Dott.ssa Alessandra Faino

Psicologo


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