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	<title>Psicologia Giuridica &#187; Minori</title>
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	<description>Portale informativo sulla psicologia giuridica</description>
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		<title>Lo Psicologo tutore dei minori stranieri non accompagnati</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 20:40:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Italia, secondo la normativa vigente, un minore è incapace di esercitare i propri diritti poichè caratterizzato dalla &#8220;incapacità di agire&#8221; anche se si tratta di un quasi maggiorenne. Se poi all&#8217;anagrafica si aggiunge il fatto che il minore è uno straniero non accompagnato che quindi è in paese straniero senza la presenza di genitori, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/ragazzimsna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-888" title="ragazzimsna" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/ragazzimsna-300x199.jpg" alt="ragazzimsna" width="300" height="199" /></a>In Italia, secondo la normativa vigente, un minore è incapace di esercitare i propri diritti poichè caratterizzato dalla &#8220;incapacità di agire&#8221; anche se si tratta di un quasi maggiorenne. Se poi all&#8217;anagrafica si aggiunge il fatto che il minore è uno straniero non accompagnato che quindi è in paese straniero senza la presenza di genitori, o adulti individuati giuridicamente come di lui responsabili, allora occorre si nomini un tutore. La figura del tutore infatti garantisce che il minore non venga privato dei propri diritti tramite, appunto l&#8217;istituto della tutela come stabilito dall&#8217;art. 343 del Codice Civile.</li>
</ul>
<p>E&#8217; il Giudice Tutelare che una volta informato della condizione del minore nomina un tutore in genere un avvocato o un operatore nel sociale come psicologo o assistente sociale.</p>
<p>Il Tutore giura davanti al Giudice di esercitare l&#8217;ufficio con diligenza e fedeltà ed entro dieci giorni inizia con l&#8217;inventario dei beni. Annualmente deve relazionare circa le condizioni del minore.</p>
<p>Nel caso in cui venga nominato uno psicologo in qualità di tutore di un minore straniero non accompagnato, questi non si farà carico di supportare psicologicamente il minore, nè potrà avviare un percorso terapeutico. Le &#8220;competenze&#8221; saranno solo garanzia di una presunta affidabilità del tutore. Sarebbe violare il codice deontologico e andare contro la vigente normativa prendere in carico il minore di cui si è tutore.</p>
<p>Il tutore pertanto ha il compito di prendersi cura del minore affidatogli facendo in modo di far valere tutti i propri diritti fra cui:</p>
<ul>
<li>Avviare le pratiche in Questura per il permesso di soggiorno;</li>
<li>Iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale e autorizzare i trattamenti medici che occorrono per mantenere una buona salute;</li>
<li>Provvedere al disbrigo pratiche per l&#8217;iscrizione a scuola o attività ludico-ricreative o lavorative;</li>
<li>Rappresentarlo legalmente nelle situazioni che lo richiedono;</li>
<li>Assisterlo se intende impugnare la decisione di rimpatrio;</li>
<li>Amministrare i beni, borse di studio, ecc;</li>
<li>Rappresentarlo nel caso in cui incorra in questioni penali.</li>
</ul>
<p>Qualora il tutore si renda colpevole di negligenza può essere sospeso e rimosso dall&#8217;incarico dal Giudice Tutelare. Nel caso contrario il tutore, una volta nominato, seguirà il minore fino al compimento della maggiore età. Un tutore può essere nominato contemporaneamente per più di un minore e deve essere reperibile in ogni momento, sia di giorno che di notte, poichè può capitare che si renda necessario il suo consenso in caso di improvviso ricovero in ospedale o che il minore fugga dalla comunità in cui alloggia.</p>
<p>Un incarico impegnativo che comporta svariate responsabilità, la ricompensa non è certo pecuniaria (non è previsto alcun compenso) ma è solo umanitaria, un adulto che si prodiga per un minorenne che da solo si trova in un paese che non è il proprio, dove le regole, i modi di fare e di pensare sono diversi rispetto a quelli con cui è cresciuto.</p>
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		<title>I minori stranieri non accompagnati</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 14:47:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla recente indagine si è rilevato che in Italia i minori stranieri non accompagnati, solo nel 2011, sono 17.823. I paesi di provenienza sono per la maggior parte Russia, altri paesi dell&#8217;Est, Africa. Secondo fonti del Ministero degli Interni sono 1.285 i minori stranieri non accompagnati nei primi tre mesi del 2011 sbarcati in Sicilia. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/locandina-film-terraferma.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-880" title="locandina-film-terraferma" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/locandina-film-terraferma-300x225.jpg" alt="locandina-film-terraferma" width="300" height="225" /></a>Dalla recente indagine si è rilevato che in Italia i minori stranieri non accompagnati, solo nel 2011, sono 17.823. I paesi di provenienza sono per la maggior parte Russia, altri paesi dell&#8217;Est, Africa. Secondo fonti del Ministero degli Interni sono 1.285 i minori stranieri non accompagnati nei primi tre mesi del 2011 sbarcati in Sicilia. Le cifre si riferiscono solo a quelli che ufficialmente sono stati accolti, molti altri fuggono dai centri di prima accoglienza per la paura del rimpatrio.</p>
<p>Il film Terraferma del 2011 diretto da Emanuele Crialese esprime i punti salienti e allo stesso tempo contraddittori di questo tema, focalizzandosi sugli sbarchi clandestini in Sicilia.</p>
<p>Per iniziare occorre porsi alcuni interrogativi:</p>
<p>1) si tratta di minori o di stranieri?</p>
<p>2) accoglienza o controllo?</p>
<p>3) inclusione o esclusione?</p>
<p>4) protezione o difesa&#8230;da chi?</p>
<p>I lavori e le tavole rotonde allestite sull&#8217;argomento sono davvero tanti ma è difficile delineare un senso comune anche se il Diritto risponde a molti di questi interrogativi. Il fatto è che la dura realtà quotidiana ci pone di fronte a problematiche non sempre facili da superare.</p>
<p>Si parla sempre, pure troppo (se si guarda alla corrispondenza con i fatti), di diritti del minore ma poi, nel concreto quotidiano, pochi o nessun progetto presuppongono il coinvolgimento diretto del minore, eppure il Diritto lo prevede!</p>
<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/abuso-sessuale-2/convenzione-internazionale-sui-diritti-dellinfanzia/">La Convenzione Internazionale sui Diritti dell&#8217;Infanzia firmata a New York nel 1989 </a>(ratificata e resa esecutiva nel 1991 con la legge n. 176) prevede che un minore straniero anche se entrato irregolarmente in Italia gode di tutti i diritti in essa menzionati. In base alla normativa vigente (Testo Unico sull&#8217;immigrazione art.19) un minore non può essere rimpatriato.</p>
<p>Ma chi è un minore straniero non accompagnato?</p>
<p>E&#8217; un minore non avente cittadinanza italiana che, non avendo presentato domanda d&#8217;asilo, si trova nello stato italiano privo di assistenza e la rappresentanza dei genitori o di altri adulti che legalmente siano riconosciuti come responsabili in base alle leggi vigenti nell&#8217;ordinamento italiano.</p>
<p>Una volta che il minore straniero non accompagnato varca il confine, viene accolto, assistito e sistemato in Comunità. Il più delle volte il primo contatto col minore avviene con le Forze dell&#8217;Ordine. Si procede all&#8217;identificazione, all&#8217;iscrizione al SSN, al permesso di soggiorno, alla nomina di un Tutore. Saranno i Servizi sociali territoriali ad occuparsi di loro e a trovare una struttura capace di accoglierli. Il comune in cui risiede il minore si farà carico delle spese dello stesso.</p>
<p>Ogni minore straniero andrebbe segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori. Il Giudice Tutelare provvede ad individuare un tutore. Entro 60 giorni dalla segnalazione il Comitato per i minori stranieri avvia le indagini nel paese d&#8217;origine. In genere si accupano di questo organizzazioni non governative come il Servizio Sociale Internazionale, l&#8217;AIBI, il VIS, ecc. A seguito delle informazioni reperite il Comitato deciderà se il minore deve essere rimpatriato o se disporre il non luogo a provvedere al rimpatrio. Il minore ha comunque diritto di presentare ricorso al Tribunale ordinario contro la decisione della Commissione.</p>
<p>Un &#8220;iter&#8221; davvero riduttivo così descritto se si pensa solo a quali variabili possono intervenire. Innanzitutto gli stranieri adulti che arrivano in Italia, specie nel corso degli sbarchi in Sicilia che hanno affollato le cronache dei telegiornali, ma anche il territorio in massa, si proclamano minorenni pur essendo evidentemente trentenni. Ciò comporta l&#8217;avvio di indagini mediche che accertino l&#8217;età presunta del soggetto, gli stranieri ricorrono a questo espediente perchè oltre a prendere tempo circa un eventuale rimpatrio, avrebbero diritto al &#8220;permesso di soggiorno per minore età&#8221;.</p>
<p>Può capitare che il minore si dichiari rifugiato politico perchè nel paese d&#8217;origine perseguitato per motivi di razza, religione, idee politiche ecc. In quest&#8217;ultimo caso va accertata la proveniena dal paese d&#8217;origine dichiarato (il più delle volte si tratta di minori senza documenti) e poi se la rischiesta d&#8217;asilo può essere accolta.</p>
<p>In ogni caso tutti i minori stranieri non accompagnati sol perchè minorenni hanno diritto al permesso di soggiorno per minore età che però non può essere convertito in permesso per studio o lavoro una volta compiuti i 18 anni ma può essere convertito in permesso di soggiorno per affidamento il quale può essere poi, a sua volta, convertito in permesso di  studio e di lavoro.</p>
<p>La domanda del permesso di soggiorno del minore straniero non accompagnato viene inoltrata dal tutore nominato per lui o dalla comunità o Ente che lo ha preso in carico.</p>
<p>I minori hanno diritto e obbligo di istruzione, assistenza sanitaria (sono iscritti al Sistema Sanitario Nazionale), di avvalersi di un interprete, sencondo la legge Bossi-Fini hanno diritto di lavorare (in genere l&#8217;età minima è 15-16 anni).</p>
<p>Una volta compiuti i 18 anni il diritto di rimanere in Italia non è automatico.</p>
<p>Come accennavo all&#8217;inizio del nostro discorso, spesso ciò che dovrebbe essere secondo le normative vigenti non sempre è attuabile nella realtà, in quanto il diritto ha dei confini raramente chiari. Si assiste, quindi, al rimpallo di responsabilità, non si sa chi deve prendersi carico di questi giovani o nella catena degli Enti ci si imbatte in &#8220;buchi&#8221; difficili da colmare.</p>
<p>A fronte di questo però ci sono anche tanti che si sforzano come i tutor di questi ragazzi che lavorano pro bono o la presenza di Save the Children che dal 2008 insieme ad OIM, Croce Rossa e UNHCR portano avanti il <a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/presidium.pdf">Progetto Presidium </a>finalizzato al potenziamento dell&#8217;accoglienza, alla tutela dei diritti e al supporto dei minori,  che sbarcano in Sicilia.</p>
<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2012/10/Scheda%20Programma%20nazionale%20di%20protezione%20MSNA%20II%20fase.pdf">Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e l&#8217;ANCI </a>promuovono e realizzano, con la partecipazione di alcuni comuni italiani un sistema nazionale di presa in carico e integrazione dei minori stranieri in Italia.</p>
<p>C&#8217;è molto da fare ma crediamo che l&#8217;impegno e il coinvolgimento di aiuti validi riusciranno a rendere migliore la vita di questi giovani adolescenti che lasciano tristi realtà alla ricerca di un mondo migliore.</p>
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		<title>Come intervenire sui bambini colpiti dalla P.A.S.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 19:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Separazione coniugale]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[P.A.S.]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
		<category><![CDATA[separazione conflitto genitoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[La Parental Alienation Syndrome o P.A.S., sindrome da alienazione genitoriale, o parentale, è una patologia psicologica che ormai colpisce più di un terzo dei fanciulli italiani, figli di genitori separati o divorziati e li segue talvolta per tutta l’esistenza; intanto si cerca di intervenire con accorgimenti psicologici sui comportamenti degli adulti per eliminare i suoi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/PAS.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-807" title="PAS" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/PAS-242x300.jpg" alt="PAS" width="242" height="300" /></a>La Parental Alienation Syndrome o P.A.S., sindrome da alienazione genitoriale, o parentale, è una patologia psicologica che ormai colpisce più di un terzo dei fanciulli italiani, figli di genitori separati o divorziati e li segue talvolta per tutta l’esistenza; intanto si cerca di intervenire con accorgimenti psicologici sui comportamenti degli adulti per eliminare i suoi effetti più inquietanti.</p>
<p><strong>Le caratteristiche:</strong></p>
<p>La P.A.S. è chiaramente osservabile nei figli dei soggetti separati o divorziati già dal terzo anno di vita, perché tra l’altro già a questa età si manifesta con mutamenti di:</p>
<p>1. abitudini, (modi di dormire, alimentarsi, abbigliarsi);</p>
<p>2. carattere, (timidezza, chiusura, incertezza, paura, esibizionismo, reattività, sfida del rischio);</p>
<p>3. comportamenti (modi di reagire alle gratificazioni, alle sconfitte ed alle sollecitazioni della vita di relazione);</p>
<p>4. rendimento, (disturbi del rendimento scolastico e lavorativo);</p>
<p>5. motivazioni, (incostanza motivazionale ed incertezza degli obiettivi).</p>
<p><strong>I danni psicologici derivanti dalla compromissione della fantasia e delle motivazioni:</strong></p>
<p>I figli dei divorziati, dopo la “perdita” di uno dei genitori per effetto dell’allontanamento causato dal divorzio, contraggono la Parental Alienation Syndrome a causa di un “vissuto negativo”, cioè attraverso un percorso costellato di delusioni e sofferenze simile ad un piccolo calvario giornaliero che copre con la massima intensità tutto il periodo dell’età evolutiva, (all’incirca fino al 25° anno), poi si attenua, ma comunque dopo aver segnato il carattere ed aver lasciato effetti duraturi sulle motivazioni individuali riguardanti il lavoro, la famiglia e la società.</p>
<p><strong>Il vissuto negativo dei figli dei divorziati durante l’età evolutiva: </strong></p>
<p>Il piccolo calvario percorso dai figli dei divorziati (Parental Alienation Syndrome) inizia a far data dalla presa di coscienza dell’allontanamento di un genitore dalla famiglia, non tanto in senso fisico (infatti i figli ben sopportano i genitori impegnati in lavori lontani da casa) ma in senso psicologico- relazionale, cioè quando l’allontanamento significa bisticcio, incomprensione, intolleranza, freddezza, disaccordo, indifferenza, mancanza di dialogo. A tal punto il bambino, appena percepisce l’avvenuta separazione dei genitori, è preso da due fuochi (pressioni psicologiche): uno esterno ed uno interno.</p>
<p><strong>Un “fuoco esterno” attanaglia i figli dei divorziati ed alimenta la Parental Alienation Syndrome:</strong></p>
<p>Il fuoco esterno è prodotto dal genitore rimasto col figlio da allevare. Egli, nel migliore dei casi, senza polemizzare dice o fa capire al figlio che dopo la separazione od il divorzio la situazione è cambiata in tutti i sensi: sul piano affettivo, sul piano economico, sul piano abitativo, sul piano progettuale, sul piano degli interessi personali, sul piano relazionale. Contribuiscono a produrre disturbo, incertezza ed angoscia anche i discorsi e le puntualizzazioni di amici e parenti che “toccano”, volontariamente od involontariamente, l’argomento “separazione” in presenza del figlio o della figlia dei genitori separati. Talvolta il genitore separato parla col figlio ricorrendo a perifrasi del tipo: io non ho niente da perdere e non o niente a che vedere con te e con tuo padre (o con te e con tua madre) prefigurando una deresponsabilizzazione contornata di criminalità piuttosto che di chiara imbecillità ed azzardo. Ancor più arrecano sofferenze psichiche, ed anche fisiche in qualche caso, i “cerimoniali” socio-legali obbliganti il figlio o la figlia agli incontri con il genitore separato, l’assistente sociale, e via dicendo. La situazione diventa più negativa e pesante durante le cerimonie familiari, le feste e le vacanze perché maggiormente si notano le differenze nei comportamenti dei genitori separati.</p>
<p><strong>Un “fuoco interno” disturba la mente dei figli dei divorziati già dalla prima percezione della separazione o del divorzio.</strong></p>
<p>Il bambino quando fa i capricci, commette qualche piccolo errore, provoca contrattempi o si rifiuta di eseguire indicazioni, sente dire dalla madre o dal padre, magari stanchi, rammaricati od alquanto esauriti: &lt;&lt; .. guarda, figlio mio, io sono stanca/o, se continui a non ubbidirmi, un giorno farò come ha fatto tuo/a padre/madre, ti lascio e me ne vado anch’io&gt;&gt;. Il bambino nota anche, dopo il divorzio, (prima non vi faceva caso) tutti gli incontri, anche se fugaci ed occasionali, di strada o d’ufficio, della madre con altri uomini e del padre con altre donne, prefigurandosi un tradimento affettivo ed una sostituzione di fatto che annulli brutalmente e totalmente l’altro genitore. Nasce nel bambino un senso di colpa che lo induce a credere di essere forse egli stesso la causa della separazione o del divorzio.</p>
<p><strong>Come allentare la Parental Alienation Syndrome</strong></p>
<p>Oggi si spera di ottenere buoni risultati nei confronti dei figli dei divorziati affetti da P.A.S. migliorando le condizioni vitali e l’integrazione sociale attraverso lo studio, e le vacanze organizzate. Ma sul piano più propriamente clinico bisogna agire molto, mediante interventi psicologici e culturali, rivolti ai genitori separati, partendo col dire di non rappresentare, in nessun caso ed in nessun modo – mai -, neppure minimamente -, con discorsi, immagini o prove, le manchevolezze del genitore allontanato. Bisogna convincere i genitori, gli zii e i nonni a non commettere l’errore di disprezzare o discreditare il coniuge allontanato, davanti ai figli, al fine di evitare la produzione di un danno grave e duraturo che si abbatterebbe rovinosamente e principalmente sul loro equilibrio mentale e sulla loro futura riuscita socio-familiare e lavorativa.</p>
<p style="text-align: right;">Prof. Gennaro Iasevoli</p>
<p style="text-align: right;">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p style="text-align: right;">Facoltà di giurisprudenza – Università Parthenope –  Napoli</p>
<p style="text-align: right;">http://www.giurisprudenza.uniparthenope.it/siti_docenti/SitoDocentiStandard/default.asp?sito=giasevoli</p>
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		<title>La Sindrome di Munchausen per procura: quando l&#8217;amore della madre fa male</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 18:49:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa P. Popolla</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La Sindrome di Munchausen]]></category>
		<category><![CDATA[La Sindrome di Munchausen per procura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
		<category><![CDATA[tribunale dei minori]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le forme di maltrattamento e abuso all&#8217;infanzia vorremmo dedicare particolare attenzione alla patologia delle cure, che comprende: - incuria, quando le cure fisiche sono insufficienti; - discuria, quando le cure fisiche sono fornite in modo distorto rispetto all&#8217;età e alle problematiche del bambino; - ipercura, quando le cure sono fornite in modo eccessivo. L&#8217;incuria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/sindrome-di-m.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-801" title="sindrome di m" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2010/07/sindrome-di-m-300x264.jpg" alt="sindrome di m" width="300" height="264" /></a> Tra le forme di maltrattamento e abuso all&#8217;infanzia vorremmo dedicare particolare attenzione alla patologia delle cure, che comprende:</p>
<p>- incuria, quando le cure fisiche sono insufficienti;</p>
<p>- discuria, quando le cure fisiche sono fornite in modo distorto rispetto all&#8217;età e alle problematiche del bambino;</p>
<p>- ipercura, quando le cure sono fornite in modo eccessivo.</p>
<p><strong>L&#8217;incuria</strong> può essere fisica o psicologica e si manifesta quando i caregiver che si occupano del bambino non gli forniscono le cure adeguate di cui lui necessita: nutrizione, vestiario, cure mediche, protezione dai pericoli, attenzione ai bisogni emotivi ed affettivi, ecc. Le conseguenze sul bambino di tale forma di maltrattamento possono essere: ritardo psicomotorio e nello sviluppo del linguaggio, iperattività e pseudo-insufficienza mentale. <strong>La discuria</strong> si manifesta quando le cure vengono fornite in modo distorto e non appropriato al momento evolutivo del bambino; essa si caratterizza da richieste, da parte dei genitori, di acquisizioni precoci o di prestazioni non congrue all&#8217;età del bambino, oppure, al contrario, si manifestano modalità di accudimento proprie di fasi di sviluppo precedenti, iperprotettività, attenzioni eccessive da parte di un genitore, soprattutto la madre, per poter soddisfare il desiderio di mantenere una fusionalità con il proprio figlio. Le conseguenze della discuria possono essere: acquisizione precoce o tardiva nello sviluppo psicomotorio, nel linguaggio, comportamento adultomorfo o immaturo, disturbi nell&#8217;acquisizione dell&#8217;autonomia.<br />
<strong>L&#8217;ipercura</strong> si manifesta quando le cure sono eccessive, quando, cioè, vi è una persistente medicalizzazione. Nella categoria dell&#8217;ipercura vengono comprese alcune forme cliniche che sono:</p>
<p>- <strong>Sindrome di Munchausen</strong> per procura (MsbP), ove un genitore, quasi sempre la madre, induce un&#8217;apparente malattia nel figlio;</p>
<p><strong>- Abuso chimico</strong> (chemical abuse), caratterizzato da una &#8220;&#8230;anomala ed aberrante somministrazione di sostanze farmacologiche e chimiche al bambino&#8230;&#8221;. Generalmente le sostanze somministrate, che &#8220;&#8230;.diventano nocive per la loro quantità, sono acqua, sale da cucina, diuretici, lassativi, anticoagulanti, psicofarmaci&#8230;..&#8221;<br />
La sindrome, nella sua fase acuta, &#8220;&#8230; va sospettata quando ci si trova di fronte a sintomi non spiegabili e quando la sintomatologia insorge ogniqualvolta la madre ha un contatto con il bambino&#8230;.&#8221;. Elemento diagnostico fondamentale è l&#8217;atteggiamento tranquillo della madre che contrasta enormemente la gravità del quadro sintomatologico del bambino.</p>
<p>- <strong>Medical shopping per procura</strong>, in cui i genitori, ansiosi ed eccessivamente preoccupati per la salute del proprio figlio, si rivolgono a numerosi medici per avere delle rassicurazioni. Spesso tale forma clinica si manifesta quando i bambini hanno sofferto nei primi anni di vita di gravi malattie, pertanto, lievi patologie nel figlio vengono percepite dai genitori come una grave minaccia per la vita del bambino; generalmente, in tali casi, il disturbo materno è di tipo nevrotico-ipocondriaco e le ansie vengono proiettate sul bambino, per cui la madre ha sempre bisogno di essere rassicurata.</p>
<p><strong>La Sindrome di Munchausen per procura</strong>, inserita come abbiamo visto, nella patologia delle cure, assume grande importanza in ambito della pediatria, della psicopatologia e della giurisprudenza, sia per le difficoltà di riconoscimento che per le gravissime conseguenze che ha sul bambino che ne è vittima. Tale sindrome, seppure individuata ormai da una trentina di anni, sembra essere ancora poco conosciuta.</p>
<p><strong>La definizione Sindrome di Munchausen</strong>, trae origine, nella sua definizione, dal protagonista della storia del barone di Munchausen che, dopo aver combattuto nell&#8217;esercito russo contro i turchi, si ritirò in un castello dove intratteneva i suoi ospiti raccontando delle storie inverosimili; da queste invenzioni prende riferimento la sindrome, caratterizzata, nell&#8217;adulto che la presenta, da un&#8217;esagerazione o invenzione dei sintomi, che richiedono un continuo consulto medico. Le persone che presentano tale sindrome, arrivano a sottoporsi ad accertamenti ed esami clinici anche molto invasivi, e persino ad interventi chirurgici. Tale sindrome, con caratteristiche sicuramente deliranti, viene inserita nel DSM-IV-TR nella categoria dei &#8220;Disturbi Fittizi con Segni e Sintomi fisici predominanti&#8221;.<br />
I Disturbi Fittizi sono caratterizzati da:</p>
<p>A. Produzione o simulazione intenzionali di segni o sintomi fisici o psichici.</p>
<p>B. La motivazione di tale comportamento è di assumere il ruolo di malato.</p>
<p>C. Sono assenti incentivi esterni per tale comportamento (per es. un vantaggio economico, l&#8217;evitamento di responsabilità legali, o il miglioramento del proprio benessere fisico, come nella simulazione).</p>
<p>Appare evidente come i pazienti che presentano tale sindrome siano disposti a subire trattamenti dolorosi pur di ricevere l&#8217;attenzione che si da alle persone realmente malate.<br />
Nella sindrome di Munchausen per procura, invece, è un genitore, quasi sempre la madre, che induce un&#8217;apparente malattia nel figlio; queste madri hanno un&#8217;errata convinzione sulla salute del proprio figlio, tanto da avere un bisogno coatto di vederlo malato, allo scopo di attirare l&#8217;attenzione su sé stesse, sentendosi &#8220;così&#8230;.particolarmente e realmente utili e proiettando sul figlio le proprie insoddisfazioni e problematiche più profonde&#8230;&#8221;. Essa viene considerata una variante della Sindrome di Munchausen, osservabile in ambito pediatrico.<br />
Appare subito evidente come tale sindrome sia una grave forma di abuso perpetrata ai danni di un bambino da parte del caregiver che si spinge sino a simulare (&#8220;forma passiva&#8221;) o procurare (&#8220;forma attiva&#8221;) sintomi o vere e proprie malattie per potersi occupare in maniera ossessiva del figlio, sottoponendolo ad accertamenti, interventi anche molto invasivi, per poter spiegare patologie che sono incongruenti sia con il quadro clinico atteso che con gli esiti degli esami oggettivi. Il pediatra inglese Roy Meadow, nel 1977, introdusse il termine Sindrome di Munchausen per procura, descrivendo dei casi in cui inventavano sintomi che i propri figli non avevano, procuravano loro dei disturbi, li sottoponevano ad una serie di accertamenti ed esami diagnostici invasivi, ad interventi che potevano mettere in serio pericolo l&#8217;incolumità del figlio, in alcuni casi sino a procurarne la morte.</p>
<p><strong>La diagnosi di MsbP </strong>è una diagnosi pediatrica di difficile individuazione, poichè viene &#8220;&#8230;.inficiata dall&#8217;inganno messo in atto dal caregiver nei confronti dei sanitari che tendono in buona fede a colludere con esso&#8230;&#8221;. Essa è complessa anche perchè spesso i sintomi presentati dalle vittime non sono ascrivibili a nessuna malattia conosciuta, per cui i sanitari sono indotti ad approfondire il caso con ulteriori esami ed accertamenti; non ultimo, è difficile poter sospettare che una madre possa spingersi fino a tanto, poichè essa appare sempre molto premurosa nei confronti del figlio-vittima, e costantemente presente nel prendersene cura.<br />
Un elemento fondamentale per la diagnosi, pur necessitando di criteri di esclusione o inclusione obiettivi, resta l&#8217;osservazione del caregiver che accudisce il bambino. Il DSM-IV-TR inserisce la Sindrome di Munchausen per procura nei disturbi comportamentali ed è definita come un &#8220;disturbo fittizio con segni e sintomi fisici predominanti&#8221;, ove la caratteristica principale è la produzione o simulazione intenzionale di segni o sintomi fisici o psichici in un&#8217;altra persona che è affidata alle cure del soggetto.<br />
Molti Autori sono concordi nel rilevare, nel perpetratore, che in genere risulta essere la madre, un disturbo psichiatrico ascrivibile al quadro depressivo, oppure una personalità isterica o borderline, con un atteggiamento estremamente distaccato nei confronti del partner padre del minore.<br />
<strong>Karlin (1995) distingue tre tipologie di madri che inducono la MsbP</strong>:</p>
<p><strong>help seekers</strong>: donne che, attraverso la preoccupazione per la salute del figlio esprimono ansia e depressione e, soprattutto la loro incapacità di prendersi cura del minore. A tale condizione, spesso sono associati conflitti coniugali, gravidanze inattese e madri sole;</p>
<p><strong>active inducers</strong>: donne che inducono nei figli malattie con metodi drammatici; sono in genere ansiose e depresse e utilizzano modalità difensive quali la negazione, la dissociazione degli affetti e la proiezione paranoidea; tendono a controllare i medici che si occupano del figlio e desiderano apparire come madri perfette nei confronti del bambino;</p>
<p><strong>doctors addicts</strong>: donne ossessionate dal bisogno di ottenere cure mediche per malattie inesistenti del proprio figlio; non accettano che non esiste una malattia, sono sospettose e diffidenti.</p>
<p>Merzagora Betsos (2003) propone degli indicatori utili a rivelare la presenza di un abuso da simulazione o perpetrazione di sintomi:<br />
- relativi all&#8217;osservazione medica: presenza di segni o sintomi bizzarri che non corrispondono ad alcuna malattia conosciuta o che risultano incongrui rispetto a patologie note, i trattamenti non hanno efficacia, i segni e i sintomi compaiono solo quando il bambino è da solo con i genitori, nella famiglia vi sono precedenti di malattie insolite o di morti strane;<br />
- relativi all&#8217;osservazione del perpetratore: il genitore esibisce delle conoscenze di medicina, ha un comportamento eccessivamente controllato rispetto alla gravità del quadro del figlio, stabilisce relazioni cordiali e strette col personale medico, non lascia mai da solo il bambino durante la degenza in ospedale.</p>
<p><strong>I danni</strong> riportati dai bambini vittime di tali sindromi sono molteplici, sia fisici che psicologici (danni ad organi interni, incubi notturni, difficoltà nell&#8217;apprendimento, assenza di relazioni sociali, sindrome ipercinetica, perdita della capacità di riconoscere le sensazioni interne del proprio corpo).<br />
Le madri che procurano la MsbP risultano affette da una patologia ipocondriaca molto grave e proiettano sul figlio la parte deteriorata del proprio sé.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Dott.ssa Paola Popolla</strong><br />
Psicologa, Psicoterapeuta<br />
Giudice Onorario Tribunale dei Minorenni di Roma</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Giuseppina Colangeli </strong></p>
<p style="text-align: right;">Psicologa &#8211; Psicoterapeuta</p>
<p style="text-align: left;">BIBLIOGRAFIA</p>
<p style="text-align: left;">American Psychiatric Association: &#8220;DSM-IV-TR, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali&#8221;, Masson, Milano, 2006.<br />
Ammaniti M.: &#8220;Manuale di psicopatologia dell&#8217;infanzia&#8221;, Raffaello Cortina, Milano, 2001.<br />
Anzieu D.: &#8220;L&#8217;io-pelle&#8221;, Borla, Roma, 1987.<br />
Fornari U.: &#8220;Trattato di Psichiatria Forense&#8221;. UTET, Torino, 2008.<br />
Franzini L.R., Grossberg J.M.: &#8220;Comportamenti bizzarri&#8221;. Astrolabio,&#8230;,1996<br />
Karlin N.J.: &#8220;Munchausen sindrome by proxy&#8221;. In Brattleboro Retreat Psychiatry Review, 4, 1,1995.<br />
Malacrea M., Lorenzini L.: &#8220;Bambini abusati&#8221;. Raffaello Cortina, Milano, 2002.<br />
Merzagora Betsos I.: &#8220;Demoni del focolare: Mogli e madri che uccidono&#8221;. Centro Scientifico Editore, &#8230;, 2003<br />
Montecchi F.: &#8220;Prevenzione, rilevamento e trattamento dell&#8217;abuso all&#8217;infanzia&#8221;. Borla, Roma, 1991.<br />
Montecchi F.: &#8220;Gli abusi all&#8217;infanzia: dalla ricerca all&#8217;intervento clinico&#8221;, NIS, Roma, 1994.<br />
Montecchi F.: &#8220;Abuso sui bambini: l&#8217;intervento a scuola&#8221;, Franco Angeli, Milano, 2002.<br />
Pancheri P., Cassano G.B.: &#8220;Trattato italiano di psichiatria&#8221;, Masson, Milano, 1992.<br />
Perusia G.: &#8220;La famiglia distruttiva. Sindrome di Munchausen per procura&#8221;, Centro Scientifico Editore, 2007.<br />
Rosenberg D.: &#8220;Dalla menzogna all&#8217;omicidio. Lo spettro della Sindrome di Munchausen per procura&#8221;, in La Sindrome di Munchausen per procura, Centro Scientifico Editore, Milano, 1996.</p>
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		<title>La valutazione delle cure genitoriali nelle situazioni a rischio: il colloquio clinico</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 13:34:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Marisa Nicolini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>
		<category><![CDATA[Ultimi articoli]]></category>
		<category><![CDATA[capacità genitoriale]]></category>
		<category><![CDATA[capacità genitoriali]]></category>
		<category><![CDATA[consulenza tecnica]]></category>
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		<category><![CDATA[educare]]></category>
		<category><![CDATA[Perizia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia Giuridica]]></category>
		<category><![CDATA[Strumenti per valutazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Non è superfluo sottolineare l’importanza delle cure genitoriali che i bambini ricevono nell&#8217;infanzia come base del loro benessere emotivo e affettivo attuale e di gran parte di quello futuro. Gli studi sull’attaccamento indicano infatti che le cure e le attenzioni ricevute dalla figura di riferimento (caregiver) nelle prime fasi di sviluppo contribuiscono a formare i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/genitori-che-litigano.gif"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/tu-cosa.jpg"></a><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/tu-cosa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-571" title="tu cosa" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/10/tu-cosa-300x272.jpg" alt="tu cosa" width="300" height="272" /></a>Non è superfluo sottolineare l’importanza delle cure genitoriali che i bambini ricevono nell&#8217;infanzia come base del loro benessere emotivo e affettivo attuale e di gran parte di quello futuro.</p>
<p>Gli studi sull’attaccamento indicano infatti che le cure e le attenzioni ricevute dalla figura di riferimento (<em>caregiver</em>) nelle prime fasi di sviluppo contribuiscono a formare i cosiddetti Modelli Operativi Interni, che rimangono attivi, spesso con pochissime variazioni, in tutto l’arco della vita, influenzando le scelte – soprattutto affettive e relazionali – di ciascun individuo.</p>
<p>Sono dunque estremamente duraturi gli effetti prodotti dalle carenze nell’educazione e nella protezione ricevuta dai propri genitori nei momenti di bisogno (oltre che della violenza vera e propria di cui si può essere stati spettatori) e questo, a sua volta, evidenzia il rischio della continuità intergenerazionale dell&#8217;inadeguatezza genitoriale in quelle persone che hanno sofferto nell’infanzia della distorsione delle cure parentali.</p>
<p>Quando si possono intravedere i presupposti di una continuità del rischio genitoriale, è necessario richiedere un intervento preventivo e riparativo agli enti pubblici preposti a tutelare e a sostenere il diritto dei figli alla cura e alla protezione e il diritto dei genitori a essere sostenuti nei momenti di difficoltà (sostegno alla genitorialità).</p>
<p>In genere sono i Tribunali e i servizi psicosociali territoriali gli organismi deputati a prendere decisioni in questo ambito così delicato, decisioni che influenzeranno in modo permanente la vita di adulti e minori a rischio. Di fronte a queste valutazioni agli operatori sono richieste competenze tecniche e pragmatismo, ma anche tanta sensibilità, accortezza, professionalità e profonda coscienza.</p>
<p>Nel processo di valutazione delle cure genitoriali che precede la decisione di allontanare temporaneamente un bambino dalla sua abitazione per affidarlo ad un’altra famiglia o ad una comunità d’accoglienza o, viceversa, che consente di ritenere l’ambiente d’origine idoneo             alla crescita e sviluppo dei minori, nonostante i rischi presenti, riveste un’importanza             cruciale la capacità di condurre colloqui diagnostici per costruire la necessaria alleanza tra figli, genitori e chi è chiamato ad aiutarli, premessa indispensabile alla riuscita di ogni intervento di aiuto.</p>
<p><em>Il colloquio con i genitori &#8220;a rischio&#8221;</em></p>
<p>Il processo di valutazione delle capacità genitoriali delle famiglie sulle quali pesano forti dubbi di adeguatezza richiede da parte dei professionisti pubblici e privati chiamati ad intervenire, spesso all’interno di una Consulenza Tecnica d’Ufficio disposta dal Giudice, un utilizzo esteso dello strumento del colloquio. Il colloquio, in questi casi, può aver luogo nel corso di un incontro programmato e comunicato alla famiglia tramite invito diretto da parte del servizio stesso, può essere richiesto direttamente dal Tribunale dei minorenni che, pertanto, ne fa prescrizione alla famiglia, o con convocazione del CTU nell’ambito delle operazioni peritali.</p>
<p>In questi ultimi casi siamo in presenza di una consultazione coatta, che non necessariamente coincide con una iniziale partecipazione motivata da parte dei genitori, anche se non si esclude che una sincera motivazione possa intervenire in seconda battuta.</p>
<p>Anzi, di prassi, all’inizio i genitori si sentono sotto osservazione e giudicati e questo elicita potenti meccanismi di difesa e di negazione che devono essere ben conosciuti dagli operatori che devono lavorare, come detto, primariamente alla costruzione di una adeguata “alleanza”.</p>
<p>Il colloquio condotto ai fini della valutazione dell’adeguatezza genitoriale può essere preordinato dettagliatamente dall&#8217;operatore o può assumere una modalità più libera e discorsiva. Nei casi in cui sia prevista una strutturazione più alta, che coincidono generalmente con il mandato diagnostico, vengono impiegati anche strumenti di valutazione standardizzati che consentono di effettuare misurazioni specifiche del funzionamento familiare, quali:</p>
<ul>
<li>il <em>Family Environment Scale (FES)</em> che valuta tre diverse dimensioni del funzionamento familiare: le relazioni, la crescita personale e la perpetuazione del sistema,</li>
<li>il <em>Family Inventory of Life Events and Changes</em> (FILE),</li>
<li><em>l’F-COPES</em> che valuta le strategie di fronteggiamento adottate dalla famiglia e</li>
<li>la <em>Parent Adolescent Communication Scale</em> (PACS) che misura la qualità della comunicazione tra genitori e figli adolescenti.</li>
</ul>
<p>La scelta di una conduzione libera o più rigidamente strutturata del colloquio comporta inevitabili conseguenze nelle modalità di partecipazione della famiglia stessa che può essere particolarmente motivata ad aderire alle richieste effettuate per mostrarsi compiacente nel tentativo di ridurre la negatività della valutazione percepita o, viceversa, può ancorarsi a strategie difensive che riducono ogni possibile partecipazione attiva alla situazione</p>
<p>proposta.</p>
<p>E&#8217; necessario sottolineare, però, che gli approcci meno strutturati rischiano a loro volta di indurre una situazione ben nota ai servizi sociali ed agli psicologi, caratterizzata dal racconto all&#8217;intervistatore, da parte del genitore/i, di quello che pensa lui/lei voglia sentirsi dire.</p>
<p>In generale, un atteggiamento poco giudicante da parte di chi conduce il colloquio, assieme ad una esplicita e chiara dichiarazione degli obiettivi perseguiti riscuote maggiori probabilità di successo.</p>
<p>Al contrario, genitori troppo “stressati” dalle modalità di conduzione dei colloqui possono mettere in atto meccanismi di difesa inconsci e atteggiamenti altamente disfunzionali alla valutazione stessa, con alte possibilità di errori di I e II tipo.</p>
<p><em>Le aree del colloquio di valutazione dell&#8217;adeguatezza genitoriale</em></p>
<p>In un colloquio che si propone di valutare l&#8217;attualità delle competenze genitoriali saranno molteplici e complesse le informazioni da reperire. Segue un elenco delle principali che servono ad indirizzare l’osservatore verso le aree più significative nell&#8217;anamnesi familiare e nel colloquio con i diversi membri.</p>
<p>Sono aree tematiche che si adattano alle diverse strutture familiari e alle diverse condizioni sociali e culturali dei loro membri. Nell&#8217;insieme garantiscono un’accurata ricostruzione del quadro complessivo del funzionamento genitoriale, anche se, a seconda dei casi, alcune andranno approfondite in maniera più specifica.</p>
<p>I temi da approfondire possono essere così  sintetizzati:</p>
<p>a)  adattamento al ruolo di genitore,</p>
<p>b) la relazione con i figli,</p>
<p>c) influenze della famiglia,</p>
<p>d) l’interazione con il mondo esterno,</p>
<p>e) le potenzialità di cambiamento.</p>
<p><em>L’adattamento al ruolo di genitore.</em> A seconda dell’età del figlio/a è necessario poter rispondere, nel corso del colloquio, ad alcune domande cruciali quali le seguenti:</p>
<p>Il genitore provvede adeguatamente alle cure fisiche essenziali alla sopravvivenza e al             benessere del proprio figlio/a?</p>
<p>Fornisce le cure emotive appropriate all&#8217;età?</p>
<p>Favorisce lo sviluppo delle dinamiche di attaccamento?</p>
<p>Qual è il suo atteggiamento nei confronti dei compiti che in quanto genitore gli competono? Accetta le responsabilità del proprio ruolo genitoriale o, viceversa, c&#8217;è l&#8217;aspettativa che siano i figli a dover rispondere in maniera autonoma alla propria protezione?</p>
<p>Sanno riconoscere i problemi laddove insorgano e vi sanno trovare risposte contingenti e adeguate?</p>
<p>Risulta evidente come attraverso la capacità del conduttore di trovare nel corso del colloquio una risposta a questi quesiti si possa comprendere quale sia e se si sia verificato un adattamento minimale dell&#8217;adulto o della coppia al ruolo genitoriale che possa considerarsi sufficiente a garantire al proprio figlio/a le condizioni essenziali a soddisfare le esigenze vitali di cura, e benessere. Si intendono in questo senso sia le cure necessarie a soddisfare i bisogni di nutrizione e cura, sia la natura relazionale delle cure fisiche elargite e cioè la capacità empatica di riconoscere e interpretare i bisogni dei figli in qualunque forma siano espressi e di fornire risposte contingenti adeguate e soddisfacenti.</p>
<p>E’ inoltre necessario sincerarsi della capacità del genitore di provvedere a fornire le cure emotive appropriate all’età dei figli in modo da rafforzare la loro autostima e la loro sicurezza nell’esplorazione di nuovi ambienti e condizioni.</p>
<p>Perché ciò avvenga gli adulti debbono costituirsi come idonei punti di riferimento affettivo e come partner competenti in grado di facilitare gli ostacoli rappresentati dalle nuove esperienze.</p>
<p><em>La relazione con i figli</em>. Il colloquio con il /i genitore/i deve consentire al professionista di potersi esprimere in merito alla prevalenza dei sentimenti provati verso i propri figli. E&#8217; innegabile infatti che ogni relazione, compresa quella genitori/figli, sia caratterizzata da una complessità e da un&#8217;alternanza di emozioni e di affetti, ma perché una relazione di questo tipo possa ancora considerarsi sufficientemente adeguata è necessario che non siano prevalenti e persistenti sentimenti di rabbia, di odio, di invidia, di biasimo, di svalutazione e/o di rifiuto e la loro traduzione in azioni di segno opposto alle caratteristiche richieste ad un ambiente protettivo.</p>
<p>E&#8217; inoltre necessario accertarsi se il genitore/i è capace di provare empatia per i propri figli e se riesce quindi a mettersi nei loro panni per comprenderne disagi, bisogni, emozioni, richieste di aiuto, di affetto e di protezione.</p>
<p>L&#8217;empatia, laddove sia presente, consente anche di valutare quanto l&#8217;adulto si riconosca come             separato e distinto dal figlio/a e quanto sia capace di rispondere ai bisogni dell&#8217;altro senza proiettare i propri.</p>
<p>Quando esiste una sufficiente differenziazione tra genitore e figlio, infatti, i bisogni e le esperienze del bambino/a vengono riconosciuti, presi in considerazione e rispettati tramite l&#8217;adozione di comportamenti idonei a soddisfarli.</p>
<p><em>Le influenze della famiglia</em>. L&#8217;ambiente familiare agisce direttamente come fonte di supporto alla diade genitore/figlio o, viceversa, come fonte di disagio e di incremento delle difficoltà relazionali in atto (si pensi al coinvolgimento dei figli nelle dispute e nelle discordie che precedono e, spesso, accompagnano, separazioni e divorzi) o indirettamente attraverso la rappresentazione e il ricordo delle proprie esperienze filiali da parte dei genitori.</p>
<p>Nelle situazioni a rischio, caratterizzate da nuclei profondamente e a lungo segnati da difficoltà relazionali, trasmesse di generazione in generazione, un aspetto prognostico che consente di valutare come residuale il rischio di trasmissione intergenerazionale del disagio è il livello di consapevolezza raggiunto dai genitori rispetto alle esperienze di accudimento della propria infanzia.</p>
<p>E&#8217; stato infatti dimostrato che una madre e/o un padre si mostra più sensibile e             premurosa/o nei confronti del proprio figlio/a quanto più riesce a ricordare nitidamente la relazione con i propri genitori quando era bambina/o e ciò che desiderava che loro facessero quando si trovava in difficoltà o soffriva.</p>
<p>Quando un genitore riesce a riesaminare le proprie esperienze negative passate, riattribuendo nuovi significati e nuove interpretazioni di sé e dei propri genitori, riesce a ridurre drasticamente il rischio di riproporre con i propri figli i pattern relazionali disadattivi sperimentati nell&#8217;infanzia. Inoltre, non è da sottovalutare che la capacità di rievocare le esperienze dell&#8217;infanzia è un fattore prognostico per il trattamento di eventuali disturbi o psicopatologie concomitanti, co-fattori nella condizione di rischio in analisi.</p>
<p>In altre parole il colloquio con i genitori deve consentire al professionista di comprendere sia la qualità del mondo relazionale interiorizzato dal genitore, sia la sua capacità di rielaborarlo, in quanto, come è stato ribadito, non è la presenza di buone relazioni passate con i propri genitori a garantire l&#8217;attuale funzionamento positivo con i figli, ma è la capacità di ricordare e rielaborare anche quelle esperienze connotate in maniera più negativa.</p>
<p>Questa area tematica richiede anche l&#8217;esplorazione di quanto e come il genitore riesca a mantenere una relazione di sostegno reciproco con il partner tale da evitare o ridurre conflitti e tensioni, specialmente nel caso di separandi/divorziandi.</p>
<p>Gli ambienti caratterizzati da conflitti perduranti e accesi che coinvolgono direttamente il figlio o lo espongono alle minacce e alle violenze verbali e/o fisiche tra i genitori, infatti,            sottopongono a così grave minaccia il benessere emotivo del bambino/a da richiederne, a volte, il suo immediato allontanamento, o l’allontanamento del genitore disfunzionale, violento.</p>
<p>Inoltre è necessario comprendere quanto e come la famiglia sa rispondere alle condizioni di stress relazionale e quali sono i significati che il figlio assume agli occhi dei genitori.</p>
<p>Non è raro, infatti che in situazioni dove è gravemente compromesso il benessere del bambino emerge come egli rappresentasse per il genitore maltrattante l&#8217;oggetto di un conflitto irrisolto o l&#8217;espressione di un fallimento personale o quant&#8217;altro era vissuto dal genitore stesso come invalidante per l&#8217;immagine di sé e delle proprie capacità.</p>
<p>Infine, va valutato il contributo apportato dal figlio/a stesso/a alla relazione con i genitori. Bambini con temperamento difficile, ad esempio, sono più esposti al maltrattamneto da parte di genitori stressati o in difficoltà, così come quelli che interagiscono aggressivamente o negando i partner dei propri genitori nelle famiglie ricostituite alle quali appartengono, contribuendo a generare in quest&#8217;ultimi e nei propri genitori naturali sentimenti di impotenza, vissuti di distanza emotiva e riduzione della disponibilità ad occuparsene.</p>
<p><em>L&#8217;interazione con il mondo esterno.</em> La valutazione del funzionamento familiare non può prescindere da un&#8217;accurata disamina delle opportunità di sostegno offerte dall&#8217;ambiente allargato in termini di risorse formali (servizi per il bambino e la famiglia) o informali (vicinato, volontari, famiglia allargata…) rese disponibili dalle reti sociali di sostegno.</p>
<p>Anche in questo caso la letteratura ha sottolineato con grande coerenza come i genitori socialmente isolati tendano a trascurare più degli altri i propri figli.</p>
<p>Sono questi i casi dove si verificano frequenze maggiori di diverse forme di abuso.</p>
<p>Nella valutazione del rapporto con l&#8217;esterno merita una particolare attenzione la forma assunta dalle relazioni intrattenute dalla famiglia e/o dal figlio/a con gli operatori dei servizi territoriali.</p>
<p>Un sentimento di profonda ostilità percepito nei confronti delle istituzioni, ad esempio, potrà indirizzare in maniera più corretta sia i possibili interventi mirati al ripristino del funzionamento familiare sia la capacità prognostica dell&#8217;operatore, così come un&#8217;eccessiva dipendenza dalle decisioni assunte dagli altri daranno utili informazioni sul livello di deresponsabilizzazione assunto.</p>
<p>Infine vanno valutate <em>le potenzialità di cambiamento</em> che consentono al professionista di comprendere quali probabilità vi sono che un aiuto terapeutico possa risultare utile per il superamento della inadeguatezza attuale.</p>
<p>Va infatti compreso quanto e se la famiglia sia in grado di trarre vantaggio dall&#8217;aiuto proposto o se, al contrario, la tutela del bambino imponga si scegliere un altro contesto di vita.</p>
<p>La capacità di avvalersi dell&#8217;aiuto offerto può essere valutata attraverso l&#8217;esplicito riconoscimento del problema e l&#8217;interesse a collaborare alla sua soluzione. Al contrario, troviamo scarse potenzialità di collaborazione e cambiamento in chi si oppone alle proposte degli operatori, a chi si ostina nella negazione dei problemi esistenti, in chi non accetta la responsabilità per il ruolo assunto nella situazione problematica, in chi nega la necessità di un aiuto esterno, in chi è incapace di vedere in altre persone delle potenziali fonti di aiuto.</p>
<p>Inoltre, dal colloquio effettuato il conduttore deve essere in grado di comprendere quali reazioni hanno suscitato i tentativi di aiuto precedenti per non incorrere in un analogo fallimento.</p>
<p>Risulta ormai chiaro che valutare l&#8217;idoneità dell&#8217;ambiente di vita familiare non consiste nel giudicare le caratteristiche del /dei genitori, ma comprendere quali sono le modalità ricorrenti di             interazione di quel nucleo in modo da capire se la crisi attualmente attraversata sia momentanea e occasionale e passibile di cambiamento attraverso un intervento mirato esterno,  o se rappresenti invece un adattamento cronico altamente disfunzionale e non sensibile alle risorse esterne accessibili.</p>
<p>In termini operativi si può affermare che la validità genitoriale dipende tanto dalla capacità di promuovere nel figlio nell&#8217;arco dell&#8217;infanzia quelle competenze necessarie al bambino/a per sviluppare una rappresentazione del genitore come capace di offrire sicurezza e protezione e una corrispondente immagine di sé come efficace e degno di amore, quanto dalla capacità di evitare che i figli stabiliscano nel tempo modalità di adattamento magari efficaci nel presente, ma che a lungo tempo estremamente dannose (si pensi al bambino/a che si adatta positivamente alle molestie sessuali ricevute dal genitore, ad esempio per paura di maltrattamenti fisici o di procurargli dispiacere rifiutandosi), perché tali modalità verranno ripetute in altri contesti diventando una risposta coerente ma altamente disadattiva alla relazione con adulti e coetanei.</p>
<p>Allo scopo di meglio comprendere la stabilità/ instabilità disadattiva del funzionamento familiare, la prospettiva sistemica, ormai consensualmente adottata da chi si occupa di famiglie,            consiglia di valutare i seguenti aspetti del sistema familiare che, integrando le aree già esposte, consentono di realizzare al meglio il compito affidato al colloquio di valutazione: il ciclo di vita familiare, la transgenerazionalità, l&#8217;evoluzione della famiglia, il genogramma, gli attaccamenti, le convinzioni e le percezioni, le attribuzioni causali e i livelli di significato del figlio per i suoi genitori.</p>
<p>Brevemente, l’analisi del <em>ciclo di vita familiare</em> consente di comprendere se la famiglia sta risolvendo in maniera adeguata i compiti evolutivi che ogni fase del ciclo di vita familiare prevede (la vigilanza e la cura dei piccoli nei primi anni, ad esempio, e la vigilanza, pur               nella concessione di più ampie autonomie in età adolescenziale).</p>
<p>La <em>transgenerazionalità </em>offre informazioni rilevanti sul peso nell&#8217;attualità di esperienze, miti e narrazioni che possono risalire anche a tre o quattro generazioni precedenti, ma che possono tuttora influenzare l&#8217;accettazione del figlio o l&#8217;attribuzione di sue caratteristiche a quelle di un avo screditato dalla famiglia stessa pervenendo ad una sua identica svalutazione.</p>
<p><em>L&#8217;evoluzione della famiglia</em>. Nella prospettiva sistemica, ormai ampiamente condivisa, la famiglia è un sistema vivente dotata di una propria evoluzione che ne garantisce la continua adattabilità alle trasformazioni subite lungo il suo ciclo di vita (matrimonio, nascita di un figlio, emancipazione e suo allontanamento in età adulta etc.). Laddove tali trasformazioni non solo non vengono percepite, ma sono ostacolate nell&#8217;illusoria fantasia di congelare il presente possono insidiarsi forme anche gravi di disadattamento (si pensi ad esempio ad una madre che continua a imboccare il bambino anche in età in cui è richiesta una sua completa autonomia               nella nutrizione).</p>
<p><em>Gli attaccamenti.</em> La comprensione del modello operativo di sé e della figura di attaccamento che il genitore possiede nell&#8217;attualità consente di comprendere quali sono le modalità               relazionali rivolte alla cura del proprio figlio e quali le possibili difficoltà presenti nel soddisfare i suoi bisogni.</p>
<p><em>Le convinzioni e le percezioni degli eventi familiari</em> condivisi o meno dai membri di una famiglia forniscono utili informazioni sui diversi vissuti e sulla condivisione di storie e narrazioni che assumono la connotazione di veri e propri &#8220;miti&#8221;, in grado di spiegare eventi e differenziare la famiglia dall&#8217;esterno.</p>
<p><em>Le attribuzioni causali</em> indicano i processi impiegati dai genitori per spiegare eventi funesti o fortunati della loro esperienza. I genitori maltrattanti tendono ad attribuire al fato, al destino, la responsabilità di ogni evento nel quale non sono stati capaci di proteggere e tutelare i loro figli così come attribuiscono a questi ultimi la responsabilità di loro azioni inadeguate (“Non ce l&#8217;ho più fatta perché è troppo cattivo”, “Non volevo picchiarlo ma mi ha esasperato”&#8230;)</p>
<p><em>I livelli di significato del figlio per i suoi genitori.</em> Chi è il bambino agli occhi dei genitori? Quali ricordi o immagini evoca e quali sentimenti suscita? La comprensione delle risposte a queste domande ha consentito, in molti casi, di spiegare durante il colloquio le ragioni di un abuso apparentemente immotivato o di un atto aggressivo non giustificabile solo tramite l&#8217;analisi della realtà oggettuale.</p>
<p><em>Conclusioni</em></p>
<p>In conclusione si può affermare che la buona conduzione di un accurato colloquio di valutazione delle cure genitoriali, dove sia richiesta la partecipazione di tutta la famiglia, consente un accesso privilegiato e diretto al contesto interattivo nel quale i membri agiscono e si rapportano gli uni agli altri.</p>
<p>Ciò consente di comprendere quali sono le caratteristiche emotive e simboliche della comunicazione in atto, quali i valori condivisi, i ruoli ricoperti dai partecipanti e quali i significati che ognuno assume agli occhi dell&#8217;altro. Questo accesso alla realtà comunicativa intrafamiliare offre molte garanzie di comprensione dell&#8217;attualità di quella famiglia e, anche se si può supporre che chi è sottoposto a valutazione tenterà di mostrare un&#8217;immagine di sé il più possibile positiva occultando le parti più esposte al giudizio negativo, il compito risulterà molto difficile da sostenere nel tempo e  nel corso del colloquio/i di valutazione si potrà effettivamente assistere a ciò che è molto simile alla normale interazione familiare.</p>
<p>In sintesi, si potrà pervenire grazie ad un colloquio ben condotto ad una accurata valutazione di quelle che sono le capacità genitoriali attuali per poter di conseguenza attuare interventi di sostegno ai figli in difficoltà e al nucleo con interventi che possano anche prevedere percorsi separati ma integrati quali l&#8217;affidamento a terzi del figlio e un programma contemporaneo di sostegno domiciliare alla famiglia per consentirle la riacquisizione delle proprie potenzialità educative.</p>
<p>A tal proposito il colloquio deve riuscire a valutare il funzionamento familiare nel presente e nel suo potenziale dispiegamento futuro ed è in  questo senso che bisogna saper selezionare in anticipo e in accordo con l&#8217;orientamento teorico adottato gli elementi che peseranno maggiormente nella valutazione in modo da orientare la conversazione proprio sulle tematiche ritenute più cruciali.</p>
<p>Quindi tanto più vasta e solida e chiaramente orientata teoricamente è la capacità valutativa del conduttore tanto più pertinenti e solide saranno le sue valutazioni, che potranno essere             esposte in forma convincente e comprensibile nella relazione di conclusione che segue l&#8217;iter valutativo e che viene consegnata al Tribunale, ente cui spetta il giudizio e la decisione finale.</p>
<p><em>Bibliografia</em></p>
<p>Associazione Italiana di Psicologia Giuridica (AIPG) (2008), Le capacità genitoriali. Aspetti valutativi e peritali, Edizioni Universitarie Romane, Roma</p>
<p>Andolfi M. (2003), Manuale di psicologia relazionale. La dimensione familiare. Accademia di Psicoterapia della Famiglia, Roma</p>
<p>Bianca C.M., Malagoli-Togliatti, Micci A.L. (2005), Interventi di sostegno alla genitorialità nelle famiglie ricomposte: giuristi e psicologi a confronto, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Bolwlby J. (1969), Attaccamento e perdita, Bollati Boringhieri, Torino, 1983</p>
<p>Cambiaso G. (1998), L’affido familiare come “base sicura”, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Donati P. (2006), Manuale di sociologia della famiglia, Laterza, Roma</p>
<p>Franceschetti E. (2007) (a cura di), La tutela del minore, Esperta Ed., Forlì</p>
<p>Gambini P. (2008), Psicologa della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Loriedo C., Picardi A. (2000), Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento. Percorsi e modelli della psicoterapia sistemico-relazionale, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Mazzoni S., Tafà M. (2003) (a cura di), Appunti per le tecniche di osservazione delle relazioni familiari, Edizioni Kappa, Roma</p>
<p>Novik K.K.., Novik J. (2009), Il lavoro con i genitori, Franco Angeli, Milano</p>
<p>Reder P., Lucey C., Cure genitoriali e rischio di abuso. Erickson, Trento 1995</p>
<p style="text-align: right;">Dott.ssa Marisa Nicolini</p>
<p style="text-align: right;">Psicologa-psicoterapeuta</p>
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		<title>Psicologia giuridica e teoremi educativi</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 13:09:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Agli inizi del 1900 italiano le prime conquiste psico-mediche influenzano la medicina scolastica e l’igiene praticata nelle scuole materne, elementari e medie: il pensiero di Maria Montessori (prima donna italiana laureata in medicina) conquista i docenti elementari e medi e nelle università se ne parla con grande interesse per i risultati tangibili ottenuti con i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-244" title="maria-montessori" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/06/maria-montessori-150x150.jpg" alt="maria-montessori" width="150" height="150" />Agli inizi del 1900 italiano le prime conquiste psico-mediche influenzano la medicina scolastica e l’igiene praticata nelle scuole materne, elementari e medie: il pensiero di Maria Montessori (prima donna italiana laureata in medicina) conquista i docenti elementari e medi e nelle università se ne parla con grande interesse per i risultati tangibili ottenuti con i ragazzi disabili; intanto Giuseppe Lombardo Radice descrive le prime tecniche di ottimizzazione dell’apprendimento scolastico e Giovanni Gentile le utilizza nella sua riforma per la scuola, sopravvissuta più di mezzo secolo e giunta fino ai nostri giorni (solo recentemente rimaneggiata con gli <strong>interventi legislativi</strong> dei Ministri Moratti, Fioroni e Gelmini).<br />
Mentre la riforma Gentile resiste, quasi del tutto staticamente, nel dopoguerra per oltre mezzo secolo, la ricerca pedagogica nelle Università italiane, salvo rare eccezioni è rappresentata dai ricercatori legati al pensiero di M. Montessori, G. Gentile e Giuseppe Lombardo Radice; avviene una scelta strategica di presa di distanza dai pensatori italiani d’anteguerra che hanno ispirato la riforma Gentile e inizia un percorso di “trapianto” in Italia di idee e metodi mutuati da grandi filosofi di altre nazioni (Russia, Germania, Austria, Inghilterra, Cecoslovacchia, Stati Uniti).<br />
Questi filosofi-pedagogisti in effetti partono tutti da una concezione logicistica della realtà e bene o male approdano, dopo la crisi dell’idealismo, ad una concezione neoempirica che però si giustifichi sempre sul piano logico.<br />
Da tale succinta osservazione si può intuire la ragione della loro sofferenza nel dover conciliare la speculazione logico linguistica con  l’imperversare del mondo del reale (neorealismo – futurismo).<br />
Quindi, dal 1945, dopo un primo dibattito durato una quindicina d’anni sulla scia dell’esperienza di Maria Montessori, Giuseppe Lombardo Radice,  Dentice di Accadia, Della Valle, G. Graziussi, intervengono per dare un concreto avvio alla pedagogia della ricostruzione, pedagogisti, psicologi e sociologi ( per citarne alcuni-: Roberto Mazzetti, De Bartolomeis, A.M. Costa, Luigi Volpicelli,) e si conserva fluido il magma, – per citare alcuni esempi -, della filosofia del linguaggio, della filosofia descrittiva, della ricerca sociale e psico-pedagogica.<br />
E mentre tutto il mondo cerca di risolvere le problematiche educative ed istruttive degli alunni, che in massa sono “guidati” alle scuole superiori, “non per rimanerci” ma per uscirne con competenze immediatamente spendibili nel mondo industriale e tecnologico, il dibattito accademico anche in Italia cura il discorso didattico, affidato anche alle risorse interne Scuola-Ministero, e si ritorna, guardando anche al passato, a quelle questioni filosofiche “saporitamente” iniziate con la fondazione del circolo di Vienna organizzato da Moritz Schlick nel 1922 ed osteggiato da Hitler.<br />
Ciò premesso si ravviva nelle università quel dibattito filosofico, pedagogico e psicologico, che ancora oggi resiste con riferimenti forti ai filosofi Rudolf Carnap, Otto Neurath, Ludwig Wittgenstein,  Sigmund Freud (1856 &#8211; 1939), Karl Popper, verosimilmente per trovare una giustificazione psico-pedagogica e logica (filosofica), dei linguaggi da usare e dei contenuti da porgere, prima di indicare un percorso di apprendimento agli studenti.<br />
Quindi si riesaminano e si rivalutano anche le filosofie di Alfred Julius Ayer, Alfred Tarski, Arne Naess, Carl Hempel, Friedrich Waismann, Gustav Bergmann, Hans Hann,  Hans Reichenbach, Herbert Feigl, Karl Menger, Kurt Gödel, Ludwig von Bertalanffy, Philipp Frank, Viktor Kraft, W. V. Quine, Theodor Radakovic, Hans Hahn,  Herbert Feigl, Ludwig von Bertalanffy, Gustav Bergmann, Kurt Gödel, Marcel Natkin, Victor Kraft, Karl Menger, Olga Hahn-Neurath, Rose Rand, Friedrich Waismann.<br />
Si rivalutano le idee nate Palo Alto in California, ove, negli anni ’60, prende corpo la teoria dei sistemi logici portata alle estreme conseguenze da Bertrand Arthur William Russell, da George Edward Moore e poi dal biologo austriaco  Ludwig Von Bertalanffy.<br />
Il pensiero sistemico di Bertrand Arthur William Russell è apprezzato e seguito anche da Willard Van Orman Quine e da Karl Popper, però l’allievo Ludwig Wittgenstein dopo un congruo periodo di approfondimento nota e denuncia, alcune incoerenze, superficialità e falsità nella teoria dei sistemi del suo maestro Russell. Secondo l’allievo Ludwig Wittgenstein, Bertrand Arthur William Russell, col suo logicismo esasperato è incapace di cogliere l’aspetto <strong>etico-esistenziale dell’uomo</strong>, non nutre fiducia nel senso comune oggetto della sociologia, e non riesce a cogliere e riconoscere il valore (realtà, verità logica) dei fatti etici, sociali e politici, della vita quotidiana.<br />
C’è da osservare che il pensiero sistemico di Bertrand Arthur William Russell, rappresentante della Scuola di Palo Alto, <strong>tralasciando l’analisi valoriale e motivazionale dell’individuo</strong>, perché ingiustificabili sul piano della sua dottrina “logicistica”, svaluta le espressioni culturali e spirituali <strong>della vita umana integrale</strong>. Lo stesso John Dewey (1859-1952) pur pensando come Russell che la filosofia debba adottare una metodologia scientifica non attribuisce alla scienza (filosofia) la capacità di giungere in ogni caso a conclusioni certe e definitive; Russell crede che la scienza sia capace di portarci sicuramente alla verità, mentre il Dewey crede che le scienze servano alla sperimentazione e siano fallibili.<br />
Nell&#8217;opera (Education and Social Order, London 1932) &#8220;L&#8217;educazione e l&#8217;ordinamento sociale&#8221;, Bertrand Arthur William Russell spiega che una cosa è educare l&#8217;individuo ed un&#8217;altra è educare un perfetto “ cittadino sociale”, <strong>giuridicamente capace di rispettare le leggi e cooperare in un’ipotetica unione mondiale degli stati (utopia)</strong>, e preconizza un periodo intensivo di educazione del cittadino per arrivare a un futuro senza &#8220;cittadini&#8221;, per arrivare cioè ad un futuro con individui veramente liberi che siano capaci di ribellarsi a principi in contrasto “col bene collettivo del sistema”.<br />
In effetti, le sue affermazioni sono rigidamente ancorate alla filosofia logicistica e al di là della proposizione della libertà individuale, da raggiungere con le enunciazioni e senza inculcazioni, differentemente da John Dewey, tali affermazioni ipotizzano uno scenario vitale in cui la personalità dell’individuo deve obbedire al un “ferreo logicismo ateo” che si accompagna al rispetto assoluto delle regole del “sistema” in cui la persona stessa è immersa: se ne deduce che le persone non hanno potere di creare un sistema democratico, ma siano obbligate a rispettare il sistema che “logicisticamente” le avvolge.<br />
Parte appunto dall’accettazione degli assunti della filosofia sistemica logicistica di Palo Alto, una parte significativa della ricerca psico-pedagogica ed etico sociale,  e rimane ancorata da vari decenni alle conseguenti direttrici, mutuate da Ludwig von Bertalanffy, Lev Semënovič Vygotskij, Jean Piaget e Max Wertheimer.<br />
Gli studi psicologici di riferimento, considerati dall‘epoca di Sigmund Freud (1856 &#8211; 1939), e fino ad oggi, riguardano eminenti studiosi tra cui: Wilhelm Wundt (1832 &#8211; 1920), Franz Brentano (1838 &#8211; 1917), William James (1842 &#8211; 1910), Ernest Weber (1795 &#8211; 1878), Gustav Fechner (1801 &#8211; 1887), Ivan Pavlov (1849 &#8211; 1936), Jean Piaget (1896 &#8211; 1980), Kurt Lewin  (1890 &#8211; 1947), Ulric Neisser (1928 &#8211; in vita), Humberto Maturana (1928 &#8211; in vita), Gene Glass (1940 &#8211; in vita).<br />
La psicologia opera epistemologicamente dagli anni sessanta, partendo dalle tecniche funzionalistiche, cognitivistiche, comportamentistiche, costruttivistiche, strutturalistiche. Un grande apporto è venuto dall’epistemologia genetica e dalla neuropsicologia che hanno dato soprattutto una valenza medica alla psicologia “rendendola un indispensabile supporto della pedagogia”.<br />
Oggi non vi sono all’orizzonte cambiamenti significativi di obiettivi e metodi di ricerca, ma alla luce dell’emancipazione di <strong>nuovi paradigmi giuridici</strong>, si sta ripresentando il dialogo sul significato dell’educazione integrale e sull’approfondimento psicologico delle motivazioni antiomeostatiche(*1) individuali.<br />
Nascono e si migliorano via via, (attraverso un pullulare di metodi, tecniche, scuole, indirizzi): Psicoanalisi &#8211; Analisi transazionale &#8211; Counseling psicologico – Psicotecnica – Psicometria – Psicosomatica &#8211; Psicoterapia corporea &#8211; Psicoterapia della Gestalt &#8211; Psicoterapia dialettica -Psicoterapia familiare &#8211; Psicoterapia neuropsicologica &#8211; Psicosintesi &#8211; Psicodinamica -Psicodramma &#8211; Terapia breve strategica &#8211; Terapia cognitiva &#8211; Terapia cognitivo-comportamentale &#8211; Automotivazione &#8211; Terapia di gruppo &#8211; Vegetoterapia &#8211; Ludoterapia &#8211; Terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, basata sulla desensibilizzazione e sulla rielaborazione dei pensieri traumatici attraverso i movimenti oculari) – Ipnoterapia.<br />
Infine la Psicologia assume le svariate definizioni che oggi la connotano:<br />
Psicologia ambientale, Psicologia analitica, Psicologia clinica, Psicologia culturale, Psicologia dei gruppi, Psicologia del lavoro, Psicologia del marketing, Psicologia del turismo, Psicologia dell’educazione, Psicologia delle emergenze calamità e catastrofi, Psicologia dell’orientamento, Psicologia della formazione, Psicologia della Gestalt, Psicologia della religione, Psicologia della salute, Psicologia delle comunità e delle organizzazioni, Psicologia dello sport, Psicologia dello sviluppo, Psicologia di comunità, Psicologia dinamica, Psicologia ecologica, Psicologia evolutiva,  Psicologia fisiologica, <strong>Psicologia forense, Psicologia giuridica</strong>, Psicologia generale, Psicologia individuale comparata, Psicologia motivazionale, Psicologia positiva, Psicologia postraumatica, Psicologia sociale, Psicologia sperimentale, Psicologia trans personale, Psicologia umanistica.</p>
<p align="left">(*1) Motivazione anti-omeostatica: Desiderio intrinseco (domanda &#8211; bisogno &#8211; causa &#8211; motivo),  che tende a promuovere la crescita, ed il superamento dei risultati già raggiunti.  Ciò provoca aumento del bisogno dopo ogni soddisfazione dello stesso. Il soggetto non cerca l’equilibrio omeostatico (riduzione del bisogno) ma il raggiungimento sempre maggiore di un significato, o addirittura il soddisfacimento di un “desiderio mutabile” (ad esempio: l’autoaffermazione). I motivi antiomeostatici di autorealizzazione agiscono secondo una scala ascendente che innesca un processo dinamico di crescita continua i cui fattori sono la potenzialità e l’ottimismo. Si presume che psicologicamente l’uomo e la donna abbiano un compito aperto e siano portati a protendersi verso il superamento dei livelli già raggiunti, ipotizzando, attraverso l’impegno, una piena realizzazione (ad esempio: sociale) nel superamento di ogni precedente previsione.</p>
<p align="left">
<p align="right">
<p align="right">Prof. Gennaro Iasevoli</p>
<p align="right">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p align="right">Università Parthenope Napoli</p>
<p align="right">Facoltà di Giurisprudenza</p>
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		<title>Sintomi e comportamenti criminali minorili</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 10:41:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Prof. Gennaro Iasevoli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c’è una data d’inizio prevedibile nel comportamento criminale, durante l’età evolutiva dell’uomo e della donna, perché l’insorgere delle azioni pericolose nei confronti di altri singoli e dei gruppi si manifesta talvolta precocemente, talvolta, anche dopo, o molto dopo, il venticinquesimo anno di età. Occorre chiarire sinteticamente: 1. le ragioni psicologiche che possono condurre un individuo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-343" title="criminali" src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2009/06/criminali.jpg" alt="criminali" width="119" height="128" />Non c’è una data d’inizio prevedibile nel comportamento criminale, durante l’età evolutiva dell’uomo e della donna, perché l’insorgere delle azioni pericolose nei confronti di altri singoli e dei gruppi si manifesta talvolta precocemente, talvolta, anche dopo, o molto dopo, il venticinquesimo anno di età.<br />
Occorre chiarire sinteticamente:</p>
<p>1. le ragioni psicologiche che possono condurre un individuo ad intraprendere un cammino criminale,<br />
2. le manifestazioni dei primi sintomi psicologici della pericolosità sociale,<br />
3. lo stato della ricerca-azione e gli sviluppi delle scienze della formazione.</p>
<p>Fino alla prima metà del 900, in corrispondenza di una significativa emancipazione delle donne (punto di riferimento temporale è il periodo in cui si è osservato un consistente ingresso delle donne nella politica e nelle facoltà scientifiche delle Università, sia in Europa che negli altri Paesi più progrediti)  si è creduto che i bambini e le bambine, anche se con lievi differenze comportamentali, fossero portati per ingenuità naturale ad uno sviluppo sociale normale, cioè senza venature di criminalità. Si è altresì operato con le tecniche cognitivistiche (*1) e comportamentistiche per ottenere sul piano psicologico ed educativo risultati comportamentali aderenti agli obiettivi prefissati in sede di progettazione pedagogica scolastica.<br />
Però col passare degli anni, verso la fine del 900, molti studiosi di genetica sono intervenuti nel dibattito con continui riferimenti neurofisiologici (riferimenti delle neuroscienze ai “siti” corticali e riferimenti genetici al patrimonio ereditario) numerosi pensatori che hanno cominciato a citare elementi e conformazioni bio-genetiche che sarebbero direttamente od indirettamente responsabili di comportamenti e tendenze condizionanti lo sviluppo evolutivo.<br />
Per la nostra ricerca è significativo osservare che sia messa in dubbio, da tali modifiche alle premesse teoriche della pedagogia dell’età evolutiva, la vecchia concezione della “socializzazione attraverso le tre fasi”: primaria familiare, secondaria scolastica, terziaria lavorativa, cui hanno lavorato i pedagogisti del novecento, calibrando i loro interventi scolastici e formativi.<br />
Riesce pertanto possibile riconoscere nel dibattito pedagogico del secondo novecento italiano caratteristiche né funzionalistiche né strumentalistiche (di stile americano) né di ottimizzazione realistica dei sistemi, ancorché connotate da una strisciante metamorfosi d’amplificazione del dibattito tra opposte tendenze inconciliabili nella ricerca teorica: studiare le motivazioni dell’agire umano in subordine rispetto all’adesione ad una filosofia oggettiva.<br />
La dimensione esaustiva del dibattito pedagogico cristallizzato rispetto alle filosofie ed il ricorso ad una parcellizzazione della ricerca pedagogica su tematiche neocomportamentistiche nel secondo novecento, seppure coinvolgenti molteplici e dispendiose energie per lo studio e la ricerca, poco impegno hanno concesso, non saprei se per scelta o per altro, all’approfondimento conoscitivo delle motivazioni umane di natura antiomeostatica riguardanti il periodo dell’età evolutiva (infanzia, preadolescenza, adolescenza).<br />
Tale impostazione ed impianto di ricerca-azione, non ha registrato, per un periodo lungo svariati decenni, alcuna critica, alcun contrasto, ma purtroppo la ragione del consenso non proviene tanto dagli impercettibili risultati positivi- come dovrebbe essere- ma è da ricercarsi nell’effetto della adesione, corrispondenza, fotocopia, sposalizio, rispetto al pensiero speculativo filtrato in sincronia con l’evolversi del senso comune: effetto moda, effetto consenso, effetto del “pensiero convergente”. Al di fuori di tale realtà di stallo e di cristallizzazione della fase di ricerca convergente sul pensiero di autori “concordanti” è rimasto incolta tutta la ricerca sulla psicologia delle motivazioni antiomeostatiche ed è quindi comprensibile il distacco dalla realtà psicologica ed educativa dei giovani che, normalmente, in ogni epoca divergono rispetto ai loro maestri e per questo hanno anche il vantaggio di poter ricercare nuove soluzioni scientifiche.<br />
Il discorso teorico sulla necessità pedagogica e psicologico-giuridica di osservare, inquadrare, schematizzare il comportamento umano durante lo sviluppo evolutivo con particolare riferimento alla genesi ed allo sviluppo delle motivazioni antiomeostatiche è rimasto “incolto” sul terreno della ricerca pedagogica e gli effetti più prossimi sono “la posizione “in difensiva” più che di “attacco” rispetto alle carenza generale dei risultati scolastici e formativi.<br />
L’esigua richiesta proveniente dalla scuola dell’obbligo e lo sporadico numero di interventi, non fa emergere un quadro di risultati tale da far ipotizzare un cammino per la ricerca pedagogica teorica corroborato da una effettiva fiducia e da una rassicurante attesa da parte delle istituzioni incaricate della istruzione e formazione dei giovani d’oggi: non c’è richiesta di “supporto teorico-scientifico”, né richieste pressanti di consulenze, né di osmosi  invocata da parte delle scuole, basti contare il numero delle convenzioni e/o protocolli di intesa.<br />
Oltre a questo quadro di assenza di richiesta di pedagogia teorica da parte delle scuole quello che più preoccupa il panorama effettivo delle crescenti “patologie” comportamentali, alcune di natura psicosomatica molto diffuse (anoressia e bulimia), altre di natura paradelinquenziale (bullismo, branco), meno diffuse.<br />
Ma sul piano statistico e cronologico, rispetto  al decorso cinquantennio di ricerca-azione pedagogica, si delinea oggi la risultante, tanto “speculare” quanto sorprendente, di peggioramento progressivo (appunto per 50 anni) dei risultati scolastici (vedi rapporti annuali di settore).<br />
Nel tentativo di uscire dal tunnel delle difficoltà o meglio “dalla monotona decennale convergenza a più voci” senza risultati, si possono applicare i nuovi paradigmi psicologici della ricerca motivazionale sui bisogni antiomeostatici delle persone, mutuati peraltro dai presupposti teorici del pensiero divergente precedentemente messo a freno.<br />
C’è la necessità di raccogliere i cocci prodotti da una miriade di fenomeni negativi che hanno connotato l’età evolutiva degli studenti formatisi nel periodo cosiddetto della pedagogia italiana “postbellica”, al crepuscolo dello scorso secolo (scuola permeata da rilevanti fenomeni di abbandono, bulimia, bullismo, devianza sociale e criminalità), proprio nelle aree geografiche più martoriate e bisognose.  A proposito di aree geografiche economicamente depresse c’è da dire – in premessa teorica &#8211; che ancor di più occorre una ricerca pedagogica e psicologica giuridica che contemperi le esigenze del territorio, al di là di ogni altro riferimento a metodi e ad opere di autori stranieri, (citati moltissimo e troppo spesso a sproposito nelle ricerche sulla formazione) lontani mentalmente, cronologicamente e tecnicamente dalle vicissitudini formative italiane d’oggi, dalla realtà psicologica corrente, (con i bambini seguiti per la maggior parte da un solo genitore, gli adolescenti per tutto il giorno fuori di casa, genitori con idee discordanti sulla formazione scolastica dei figli, con gli spettacoli e le fonti ricreative dimentichi dei concetti di onestà, giustizia e saggezza, col commercio distratto sulla vendita di cibi, di abiti e di oggetti nocivi).<br />
Nel presente contesto storico, con la ricerca pedagogica in cerca di nuovi paradigmi di riferimento rispetto al fulcro dell’emergenza educativa e con la crisi socio-economica-educazionale di cui tutti parliamo, vi sono purtroppo una miriade di ragioni psicologiche che possono condurre un individuo ad intraprendere un cammino criminale.</p>
<p>La psicologia cognitivistica (*1) ci ha abituati a sperare in risultati educativi e formativi aggrappandoci al ruolo tecnico-pedagogico del docente che con utili informazioni faccia fronte sia alle preponderanti pulsioni psico-fisiche (interne al ragazzo), sia a quelle ambientali (esterne al ragazzo). Parimenti la psicologia costruttivistica (*2) ci ha aiutato nel  mostrare quanto sia importante guardare ai pericoli provenienti dall’influenza ambientale e dell’influenza della cultura pregressa sui meccanismi di introiezione e sistemazione dei dati nella mente dei soggetti a rischio. Ma alla fine nemmeno i costosi interventi sistemici (*3) e le psicoterapie sistemiche, sono riuscite ad “ottimizzare” le tappe psicologiche che ogni essere attraversa dalla nascita fino al termine dell’età evolutiva.<br />
Oggi, le nuove scoperte genetiche e le nuove informazioni provenienti dai vari continenti disegnano una diversa mappa ed indicano una nuova incidenza di ulteriori tipologie temperamentali e comportamentali.<br />
I correnti fatti di cronaca evidenziano comportamenti umani – delinquenziali e/o patologici &#8211; che la pedagogia e la psicologia del novecento non hanno potuto opportunamente osservare e quindi contemperare nelle loro azioni emendative, sia per la più recente diffusione delle nuove sostanze psicotrope e per i nuovi aspetti delle lotte sociali e dei conflitti bellici.<br />
Da queste osservazioni emerge una crisi di fatto della psicologia scolastica applicata di stampo novecentesco, non in grado di far fronte ai nuovi fenomeni di devianza e delinquenza minorile, principalmente ove occorre intervenire con azioni o con metodi emendativi, principalmente per i casi più gravi.<br />
Il patrimonio di studi e di indagini, che fino agli anni settanta hanno prodotto ottimi risultati pedagogico-istituzionali nelle scuole, non esprime più l’efficacia sperata perché via via, nel corso degli anni, l’infanzia, l’adolescenza e la gioventù non sono state analizzate nelle loro espressioni comportamentali, conseguenti ai cambiamenti sociali di massa.<br />
I cambiamenti vitali più eclatanti riguardano la vita all’aria aperta che si è ridotta, l’alimentazione che si è orientata al premiscelato, al precotto, al pronto all’uso, agli integratori, l’attività motoria che si è ridotta e trasformata in attività mirata allo sviluppo esteriore-estetico del corpo.<br />
Le relazioni umane sono apparse più gestibili e manipolabili attraverso nuove forme di comunicazione offerte da mezzi di relazione virtuale – telefonia, televisione, internet.<br />
Gli spostamenti per il globo sono diventati ordinari ed hanno comportato nuove contaminazioni delle abitudini umane.<br />
Dal coacervo di tali opportunità, disopportunità e cambiamenti, alla fine del 900, la scuola, i genitori e gli stessi ragazzi sono usciti in parte disorientati e distratti dall’incontro col nuovo, pertanto si spiegano anche:<br />
• il rapporto disorientato col cibo (alimentazione antigienica, diffusione della bulimia compulsiva patologia),<br />
• il rapporto disorientato ed infruttuoso tra alunni e docenti e tra figli e genitori,<br />
• diffusione delle sostanze psicotrope,<br />
• diffusione dell’astenia mattutina ed insonnia notturna,<br />
• diffusione di comportamenti criminali in tenera età,<br />
• disaffezione verso lo studio,<br />
• inclinazione giovanile allo sperpero ed alla vandalizzazione di risorse e beni culturali,<br />
• inclinazione alle sfide inutili, pericolose e dannose,<br />
• inclinazione alla rinuncia rispetto al sapere,<br />
• inclinazione alla dabbenaggine,<br />
• disinteresse rispetto alle norme civiche,<br />
• disinteresse per l’igiene personale,<br />
• disinteresse per la famiglia,<br />
• abbandono dei congiunti,<br />
• affidamento al branco,<br />
• uso della menzogna,<br />
• rissosità e provocazione sproporzionata,<br />
• predilezione del vagabondaggio e del ladrocinio.</p>
<p>Attraverso l’osservazione della casistica di minori accolti in istituti di correzione (cosiddetti carceri per minori) si sono evidenziati particolari comportamenti psicologici tipici nella comunicazione interpersonale, abbastanza netti e ripetitivi.<br />
Per semplificare la discussione e per dare appunto uno strumento di osservazione-rilevazione abbastanza pratico, semplice ma efficace, rispetto alle devianze infantili, preadolescenziali, adolescenziali e giovanili,  si indicano i pochissimi elementi di distinzione che evidenziano precocemente nel ragazzo 3 comportamenti criminali (manifestazione dei primi sintomi psicologici della pericolosità sociale):</p>
<p>1. l’inclinazione alla provocazione vandalica “nascosta” ed impersonale nei confronti del prossimo,<br />
2. l’inclinazione alle sfide insensate,<br />
3. la dichiarazione palese di incuranza verso le norme, di cui è significativa la gravissima e chiara espressione criminale : “io non ho niente a che vedere con quello che può succedere”.</p>
<p>Continuando l’osservazione si notano correntemente altri segni ed aspetti, caratterizzanti i minori criminali; si possono realizzare interessanti analisi psicosomatiche circa i comportamenti psicologici “somatizzati”, e comportamenti della deambulazione, caratteristici ed esagerati, nei minori che già hanno i comportamenti di cui ai punti 1,2 e 3:</p>
<p>a) un modo di camminare con gambe arcuate divaricate, procedendo attraverso alterne oscillazioni e torsioni di tutto il corpo a destra ed a sinistra, senza articolare molto il femore e senza allungare molto i passi avanti ed indietro; per realizzare tale andatura anomala i soggetti sono costretti ad impegnare il centro di un corridoio o il centro di un marciapiede; chi non è esperto di difettologia psicosomatica, osservando tale andatura che scuote sconciamente tutto il corpo, è portato a pensare che trattasi di un soggetto “tamarro, cafone, burino, bauscia, ecc.” che ostenta potenza, invece trattasi purtroppo di un soggetto che probabilmente già ha contratto significativi danni cerebrali, dovuti all’alcool o a sostanze psicotrope e che pertanto non riesce più a mantenere l’equilibrio se deve camminare normalmente con le gambe strette e con passo normale.<br />
b) un modo di attirare l’attenzione attraverso improvvisi fischi, colpi di tosse provocata, tono di voce smodato: un modo per imporsi tra le persone più deboli o più educate,<br />
c) un modo di graffiare od imbrattare muri e monumenti per marcare il territorio nel tentativo di imporsi,<br />
d) un modo di lanciare pietrine e sassi per scacciare la noia ed imporsi sui più educati e più deboli in un’area prescelta,<br />
e) un modo di guidare spericolatamente biciclette o motorini – con l’impennata – (sfide inutili, esibizionismo, imposizione sui più deboli ed educati.<br />
Note:</p>
<p>(*1) La psicologia cognitiva  (G.Iasevoli)<br />
Le informazioni vengono introiettate dalla mente dell’osservatore, trasformate, elaborate, modificate, sistemate e conservate.</p>
<p>(*2) Il costruttivismo (G.Iasevoli)<br />
Secondo gli assunti epistemologici di base della matrice epistemologica costruttivista non esisterebbe un sapere totale che rappresenti fedelmente un ordine esterno indipendente dall’osservatore, perché è l’0sservatore che costruisce l’interpretazione della realtà e quindi il costruttivismo disconosce la possibilità di una conoscenza “oggettiva”, al di là della semplice “mappa di significati” personali. L’educazione è il risultato della faticosa costruzione di concetti operativi personali. I cambiamenti rispetto alle teorie psico-cognitive riguardano la valorizzazione dell’influenza ambientale e dell’influenza della cultura pregressa sui meccanismi di introiezione e sistemazione dei dati nella mente, secondo la ricerca epistemologia contemporanea, a partire da Karl Popper.</p>
<p>(*3) Psicologia sistemica  (G.Iasevoli)<br />
La psicologia sistemica considera la stessa vita umana quale risultante di un complesso di comunicazioni e di scambi che esprimono e favoriscono i sistemi (ambienti vitali) in cui le persone agiscono. Il comportamento psichico è causato dal sistema famiglia e dal sistema sociale in cui è immerso il soggetto; per educare il soggetto bisogna prendere in carico tutta la società. In un sistema destabilizzato non più funzionante, applicando regole e principi funzionali al sistema stesso si può ristabilire l’equilibrio precedente oppure un altro a scelta. La nostra mente ha la percezione dell’ambiente, dei fatti, degli oggetti, ma non riesce a conoscere direttamente ciò che la stimola, se non attraverso il sistema in cui è immersa:  questo è stato affermato e propagandato a Palo Alto in California, a partire dagli anni ‘60 ove appunto prende corpo, prima di affermarsi in maniera preponderante in Italia, la teoria dei sistemi portata alle estreme conseguenze da Bertrand Arthur William Russell, da George Edward Moore, protagonisti della rivoluzione anglosassone contro l’idealismo, e dal biologo austriaco  Ludwig Von Bertalanffy, che successivamente con un gruppo di scienziati e filosofi, di cui fanno parte Otto Neurath e Rudolf Carnap, aderisce al noto “Circolo culturale dei positivisti logici di Vienna”. Il pensiero sistemico di Russell è apprezzato e seguito anche da Willard Van Orman Quine e da Karl Popper, però l’allievo Ludwig Wittgenstein dopo un congruo periodo di approfondimento nota e denuncia, già ai sui tempi, alcune incoerenze, superficialità e falsità nella teoria dei sistemi del suo maestro. I problemi sollevati da Ludwig Wittgenstein in effetti non hanno convinto la maggioranza dei ricercatori italiani che pertanto hanno nella seconda parte del novecento abbandonato gli studi sulle motivazioni psicologiche soggettive sacrificandole in nome delle motivazioni di massa  (teoria dei sistemi), pertanto oggi se da una parte sta rinascendo la tendenza scientifica che riconsidera l’importanza del patrimonio genetico e della personalità globale dell’individuo, comprese le motivazioni,  dall’altra le attuali condizioni oggettive della ricerca pedagogia ancorata da vari decenni alle direttrici mutuate da Ludwig von Bertalanffy, Lev Semënovič Vygotskij, Jean Piaget e Max Wertheimer, non permettono una svolta immediata con l’auspicato dietro-front che riscopra, secondo nuovi paradigmi, il significato delle motivazioni antiomeostatiche individuali,  sul piano pratico, anche se le esigenze scolastiche formative ed educazionali spingono in tal senso.</p>
<p align="right">Prof. Gennaro Iasevoli</p>
<p align="right">Docente di Psicologia Giuridica</p>
<p align="right">Università Parthenope Napoli</p>
<p align="right">Facoltà di Giurisprudenza</p>
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		<title>Disegno di Legge sulla prostituzione</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Sep 2008 15:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Il Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna ha messo a punto un disegno di legge riguardante le misure contro la prostituzione che in data odierna è stato approvato dal Consiglio dei Ministri. Si tratta di quattro articoli inseriti nel “pacchetto sicurezza” volti alla tutela dei minori e alla sicurezza della città, articoli che vietano l’esercizio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2008/09/ministro_carfagna.jpg" title="ministro_carfagna.jpg"><img src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2008/09/ministro_carfagna.thumbnail.jpg" alt="ministro_carfagna.jpg" /></a> Il Ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna ha messo a punto un disegno di legge riguardante le misure contro la prostituzione che in data odierna è stato approvato dal Consiglio dei Ministri.<br />
Si tratta di quattro articoli inseriti nel “pacchetto sicurezza” volti alla tutela dei minori e alla sicurezza della città, articoli che vietano l’esercizio della prostituzione, nelle strade, nei parchi.<br />
Sia i clienti che le stesse prostitute saranno puniti in egual misura con pena pecuniaria e perfino  detentiva. La prostituzione esercitata in luoghi pubblici è definita “fenomeno di allarme sociale” e pertanto considerata reato. Per i trasgressori è previsto l’arresto dai 5 ai 15 giorni e una penale dai 200 ai 3000 euro. Attenzione particolare viene riservata alla prostituzione minorile, chi organizza, recluta e sfrutta i minorenni sarà punito con pene ancora più severe dai 6 ai 12 anni di reclusione e dai 15 ai 150.000 euro di multa mentre coloro i quali compiranno atti sessuali, offrendo in cambio denaro o altro, andrà incontro al carcere da 6 mesi ai 4 anni e una multa dai 1.500 ai 6.000 euro.<br />
A quanto pare il disegno di legge prevede anche misure dedicate ai minori stranieri come il rimpatrio del minore laddove venga accertata la presenza della famiglia d’origine.<br />
Un disegno di legge che prevede quindi l’arresto di prostitute e clienti al fine di cancellare davanti ai nostri occhi un fenomeno vecchio quanto il mondo. C’è da chiedersi se sia previsto, unitamente a tale ddl, anche un ampliamento delle carceri e un intervento massiccio sul racket della prostituzione strettamente legata all’immigrazione clandestina.</p>
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		<title>Il delitto di Cogne, un Figlicidio</title>
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		<pubDate>Thu, 22 May 2008 12:59:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agata Romeo - Psicologo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>

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		<description><![CDATA[  La signora Annamaria Franzoni nella serata di ieri 21 maggio 2008 ,dopo 6 anni dall’uccisione del figlio, è stata dichiarata responsabile diretta della morte del piccolo Samuele. La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Assise d’appello di 2° grado condannandola a 16 anni di reclusione. Se si pensa al concetto del “prendersi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2008/05/casa-cogne.jpg" title="cogne"><img src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2008/05/casa-cogne.thumbnail.jpg" alt="cogne" /></a>  La signora Annamaria Franzoni nella serata di ieri 21 maggio 2008 ,dopo 6 anni dall’uccisione del figlio, è stata dichiarata responsabile diretta della morte del piccolo Samuele. La Cassazione ha confermato la sentenza della Corte di Assise d’appello di 2° grado condannandola a 16 anni di reclusione.<br />
Se si pensa al concetto del “prendersi cura” le nostre associazioni mentali di primo acchito ci riconducono alla relazione primaria madre-figlio, alla famiglia che nell’immaginario collettivo è considerata, infatti, il luogo dedicato alla cura amorevole e alla crescita dei figli, tuttavia nella quotidianità questo non sempre accade, anzi, è proprio una rarità.<br />
Numerosi studi dimostrano come proprio all’interno delle mura domestiche, di quel nido che dovrebbe solo offrire accudimento, si consumino il maggior numero di violenze sessuali sui minori, maltrattamenti fisici e psicologici.<br />
Quando poi la cronaca ci pone davanti a delitti efferati come quello di Cogne si rimane allibiti e ci si interroga su come si possa verificare che una madre decida di uccidere il proprio figlio. Eppure il figlicidio è frequente, lo ritroviamo nella storia dell’uomo, negli scritti sacri, nella mitologia e anche nel comportamento animale.<br />
E’ un gesto che denota “cattiveria”, è l’espressione della sopravvivenza, di voler risparmiare sofferenze al proprio figlio?<br />
Molti altri sarebbero gli interrogativi da riportare e su questo scottante tema sono numerosissime le ricerche e gli scritti pubblicati. Lo studioso Rascovsky negli anni ’70 ha definito il figlicidio “una caratteristica della specie umana che si ritrova in tutti i gruppi sociali e in tutte le culture, primitive e attuali e che si traduce in varie modalità di comportamento..” al quale non è certamente attribuibile una monocausalità.<br />
Il figlicidio è cosa diversa dall’infanticidio (art.578 c.p.) in quanto si tratta di un bambino e non di un neonato.<br />
Dalle statistiche emerge che solo poche madri che si macchiano di omicidio del figlio siano affette da patologie psichiatriche che le rendono incapaci di intendere e di volere ma è possibile che siano donne che vivono in contesti socio-economici difficili, che abbiano delle personalità fragili o  difficoltà a contenere emozioni e/o aggressività, o, ancora, che vivano la relazione madre-figlio secondo una modalità disfunzionale. Difficile dare una ricetta aprioristica di ciò che possa indurre una madre al figlicidio, come risulta difficile stabilire quali saranno le conseguenze del delitto cioè se la madre racconterà l’accaduto menzionando i dettagli, se tenterà il suicidio o se negherà di aver compiuto il fatto.<br />
Nel caso di Cogne Annamaria Franzoni è innocente? Ha sempre mentito? Oppure dopo aver ucciso il figlioletto la propria mente ha lavorato (consapevolmente o inconsapevolmente) al punto di convincersi che l’autore del reato era una persona diversa da se stessa?<br />
La donna è stata condannata in primo grado a 30 anni di reclusione poiché reputata un’assassina mendace. A tal proposito non bisogna dimenticare che secondo la giurisprudenza italiana un imputato è “autorizzato” a mentire per difendersi dalle accuse. L’opinione pubblica, però, in casi come questo, in cui una madre uccide brutalmente il figlio, non tollera la non ammissione del reato, non tollera che non si ammetta la propria colpa.<br />
Quello che ha portato alla sentenza definitiva è stato l’uso di un nuovo metodo d’indagine, l’analisi delle macchie di sangue. La nuova scienza, la BPA, era già stata usata nel famoso caso di Erika e Homar per comprendere le dinamiche del delitto. In questo caso però, la  Bloodstain Pattern Analysis, metodo definito scientifico ed attendibile, è stato utilizzato, per la prima volta in Italia, per accertare la responsabilità e quindi la colpevolezza della signora Franzoni che pare si sarebbe inginocchiata sul bambino e che, probabilmente per farlo tacere, l’abbia colpito con un’arma che non è mai stata ritrovata.<br />
Nel corso delle indagini la donna ha rifiutato la possibilità di seguire la strada dell’infermità mentale, di sottoporsi alla visita neurologica volta ad indagare l’esclusione di sonnambulismo, e la visita psichiatrica in secondo grado.<br />
I consulenti tecnici nominati dal giudice sono stati un medico legale Dott. Francesco Viglino (per effettuare gli esami sul cadavere del bimbo) e uno psichiatra Dott. Roberto Gianni (nominato dal GIP) che ha  definito la madre una donna pienamente capace di intendere e di volere con un disturbo isterico di personalità. E’ stata rilevata, inoltre, la presenza di narcisismo infantile, l’assenza di patologia grave e labilità emotiva certa. La Franzoni viene definita una “buona madre” ma ciò non esclude che potesse essere colpita da raptus omicida magari per far smettere il piccolo Samuele di piangere.<br />
Si tratta quindi di una personalità isterica con crisi di ansia che sono sfociate nel delitto?<br />
Non è chiaro se sia stata approfondita la condizione psichica della donna nel periodo precedente al delitto giacché la Franzoni, si è rifiutata di sottoporsi alla CTU psichiatrica in secondo grado. A causa di ciò gli psichiatri si sono trovati “costretti” ad analizzare i colloqui non diretti, i video dei fuori onda, le intercettazioni e le registrazioni telefoniche. Proprio per questo l’accusa ha sostenuto che non si trattasse di indagini psichiatriche (necessarie per l’accertamento della capacità di intendere e di volere) bensì di perizia psicologica.<br />
Ciò che sul piano giudiziario certamente è importante sapere è se la donna, al momento in cui ha commesso il reato, fosse capace di intendere e di volere (per stabilire se è imputabile o meno) e se c&#8217;è la pericolosità sociale del soggetto (quindi se è un soggetto che con molte probabilità ripeterà quel genere di comportamento o no).<br />
Il reato di figlicidio è assimilato a quello di omicidio nella giurisprudenza italiana, disciplinato dall’art. 575 c.p., per cui è prevista una pena non inferiore ad anni 21 di reclusione.<br />
La Franzoni è stata condannata a 16 anni di reclusione poiché ha usufruito delle attenuanti a causa del disturbo isterico diagnosticato. Se avesse confessato subito la pena sarebbe stata nettamente inferiore.<br />
Il caso verrà Rivisto? Sappiamo che l’Istituto della Revisione è previsto qualora dovessero riaffiorare nuove prove o nuovi metodi capaci di fornire maggiori certezze rispetto ad alcuni punti della vicenda. Certamente tutto questo comporterebbe la riapertura del caso alla luce di nuovi elementi.</p>
<p>Ad oggi, intanto, pare si sia concluso il caso Cogne, un capitolo doloroso di una vicenda familiare che ha coinvolto e sconvolto per 6 lunghi anni l&#8217;opinione pubblica.</p>
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		<title>Sport&#8230;occasione di legalità</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2008 18:21:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dott.ssa Graziella Zitelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Minori]]></category>

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		<description><![CDATA[  In Italia, a seguito dei numerosi episodi di violenza verificatisi in occasione di manifestazioni calcistiche la gestione del problema è stata delegata alle Forze dell’Ordine considerando, quindi, il fenomeno un problema unicamente di ordine pubblico. Il progetto Tifo pro si propone, invece, un’azione di tipo sociale e formativa, perché riteniamo che le iniziative messe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2008/01/image002.gif" title="image002.gif"><img src="http://www.psicologiagiuridica.net/wp-content/uploads/2008/01/image002.thumbnail.gif" alt="image002.gif" /></a> </p>
<p>In Italia, a seguito dei numerosi episodi di violenza verificatisi in occasione di manifestazioni calcistiche la gestione del problema è stata delegata alle Forze dell’Ordine considerando, quindi, il fenomeno un problema unicamente di ordine pubblico. Il progetto Tifo pro si propone, invece, un’azione di tipo sociale e formativa, perché riteniamo che le iniziative messe in atto per cercare di risolvere questo fenomeno siano inadeguate.<br />
Si è voluto affrontare il tema della violenza nel mondo dello sport sotto diversi punti di vista ed in particolare la violenza sugli spalti. Oggetto di riflessione degli incontri sono stati sia gli episodi di violenza che interessano i gruppi di tifosi organizzati ma anche quei comportamenti violenti in campo tra giocatori, il gioco eccessivamente duro, volto solo a colpire e ferire un avversario, atteggiamenti che vanno ben oltre la sana competizione.<br />
Il progetto “Tifo pro” nasce dall’idea di entrare nella realtà in oggetto per individuare i diversi attori in gioco, le zone bianche su cui intervenire e le leve più adeguate per farlo. Prevedere il coinvolgimento di differenti gruppi di attori sociali per i quali sono stati pensati percorsi diversificati.<br />
Il conflitto sociale è un’esperienza fortemente soggettiva che porta le persone ad attivare delle modalità molto diverse nell’affrontare la situazione conflittuale. Il riuscire a pensare, riflettere e verbalizzare il modo in cui si vede e si vive il conflitto e le proprie teorie implicite può, infatti, aiutare il soggetto ad aumentare la soglia di tolleranza e di sostenibilità personale al conflitto stesso. In questi percorsi è fondamentale prendere tempo, darsi il tempo necessario sia per riflettere su di sé, sia per favorire la “decantazione” delle emozioni, che nell’immediato portano ad essere reattivi.<br />
L’apprendere a “so-stare” nel conflitto richiede un lungo percorso ma permette anche di arrivare alla capacità di dire “no” quando occorre, ovvero di staccare la spina, evitare un’adesione conformista a delle procedure che possono danneggiare un atteggiamento opportuno nei contesti adeguati.<br />
Attraverso il dialogo con i giovani coinvolti nei moduli di lezioni, si era auspicato lo sviluppo di una forte assimilazione di principi e valori, tale da prevenire le degenerazioni dello sport, che riguardano violenza o discriminazioni.</p>
<p>Un valido supporto è stato conferito dal lavoro effettuato in sinergia con la Questura di Catania, con il Questore dott. Michele Capomacchina ed il sostituto commissario Mario Martello. Il progetto è stato attivato in alcune scuole della provincia catanese ed è stato attenzionato dal Direttore dell’USSM dott.ssa Vincenza Speranza, con la quale si è istituita una forte collaborazione con tutta l’equipe dell’ufficio.<br />
E’ da evidenziare l’inserimento nel progetto dei ragazzi che hanno avuto la “<strong>messa alla prova</strong>” dal Giudice minorile, per reati attinenti alla violenza negli stadi o simili.<br />
Obiettivo principale, dunque, del progetto “Tifo Catania…di qualità!” è stato quello di lavorare con i giovani naturale bacino di utenza per futuri sportivi e tifosi, per riacquisire insieme valori di sportività, rispetto, tolleranza e legalità promuovendo una profonda riflessione sulle svariate problematiche legate allo sport. Abbiamo cercato, attraverso il coinvolgimento attivo dei partecipanti, di sviluppare competenze di espressione e di gestione delle proprie emozioni e dei propri vissuti, insegnando a considerare le conseguenze delle azioni proprie ed altrui.<br />
Nel progetto sono stati coinvolti, a diverso titolo, l’Assessorato allo Sport e alle Politiche Giovanili della Provincia Regionale di Catania, la Questura di Catania, Agenti di Polizia, la Società Catania Calcio e la “Società” tutta.<br />
Di seguito sono  riportati i dati acquisiti dalla realizzazione della prima edizione del progetto.<br />
È stato chiesto ai ragazzi di fare una personale “rappresentazione del tifo” attraverso il disegno.<br />
Per quanto riguarda la connotazione che i ragazzi hanno dato del fenomeno “tifo”, per l’88% dei disegni considerati possiamo dire che la rappresentazione è del tutto positiva.<br />
In alcuni casi sono presenti “auspici” su un tifo positivo.</p>
<p>Il disegno riportato in alto nell’articolo è un esempio che può far comprendere quanto la rappresentazione del tifo possa essere, nonostante le ultime vicende di cronaca, positiva. Una rappresentazione distante dagli episodi fortemente drammatici attuali specie se si considera che il periodo in cui è stata proposta questa attività ai ragazzi era quello coincidente con la perdita del poliziotto Filippo Raciti nel corso del derby Catania-Palermo ( 2 febbraio 2007). Il tifo non è, per i ragazzi etnei, “malato” per definizione ma la violenza è solo una degenerazione del fenomeno, non una componente dello stesso.<br />
Auspichiamo che il progetto avviato possa svilupparsi sempre più per dare risposte puntuali e strutturali.<br />
 Ringraziamo la collega dott.ssa Teresa Tozzi e l’educatrice dott.ssa Daniela Di Paola, senza le quali il progetto non avrebbe avuto un’organizzazione tanto efficiente.</p>
<p align="right"><em>Dott.ssa Graziella Zitelli</em></p>
<p align="right"><em>Psicologo</em></p>
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