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Agata Romeo
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« inserita:: 16 Settembre, 2008, 03:00:14 pm » |
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Un utente di psicologiagiuridica.net ha inviato una lettera indirizzata a "la commissione Giustizia al Senato.." portando alla nostra conoscenza la propria esperienza di vita e sollevando degli interrogativi rispetto a disegni di legge certamente noti agli addetti ai lavori. Ne pubblichiamo di seguito il testo integrale per fornire spunti di dibattito in materia di diritto e psicologia penitenziaria.
Lettera per la Commissione Giustizia al Senato per gli uomini equi che fanno buona Giustizia Innanzitutto un cordiale saluto. Colgo l’occasione per formularLe una riflessione in tema di modifiche legislative sull’Ordinamento Penitenziario, specificatamente al disegno di legge n. 623 d’iniziativa dei Senatori Berselli e Balboni. Le scrive un uomo, detenuto, ergastolano, che ha già scontato effettivamente 33 anni di carcere, che non ha mai goduto di indulti o amnistie, a cui sono anche stati concessi 5 anni di liberazione anticipata, da un decennio usufruisce di permessi premio, di art. 21, di licenze, della semilibertà, senza mai essere incorso in una sola infrazione. Dunque un uomo ristretto da 38 anni che nonostante alcuni benefici di legge continua essere un cittadino detenuto. Leggo sul disegno di legge di cui sopra, la proposta di continuare a concedere permessi premio agli ergastolani che però abbiano scontato 20 anni di carcere, mentre verrebbe abrogata totalmente la possibilità di accedere all’istituto della semilibertà. In queste mie parole non vi è alcuna intenzione di provocare sterili polemiche o confusioni dialettiche, vorrei formulare alla S.V.I. una riflessione sulla Riforma Penitenziaria, attraverso la mia esperienza, senza trincerarmi dietro ai numeri, alle percentuali. Esperienza che non è sinonimo di parole dette in fretta per non dire niente, tanto meno elaborazioni mentali che nulla hanno a che vedere con il reale intorno. Il mio percorso umano e esistenziale è verificabile attraverso eventuali dichiarazioni della direzione dell’Istituto in cui sono detenuto, della Magistratura di Sorveglianza da cui dipendo, del mio datore di lavoro in cui presto il mio servizio, della società tutta con cui interagisco da molti anni, senza alcuna presunzione di insegnare nulla a nessuno o di salvare alcuno dal proprio destino. E' chiaro che questa possibilità di destrutturazione e conseguente ristrutturazione appartiene a molti altri uomini detenuti che non hanno avuto paura di affrontare con lealtà la salita dietro l'angolo. Quale significato o valore possiede la concessione del permesso premio a un uomo condannato alla pena dell’ergastolo, ma inibendolo dalla possibilità di usufruire della semilibertà, avendo questi dimostrato di possedere nuovamente i requisiti professionali-etici-morali-necessari? Il permesso premio è una misura transitoria, certamente importante per il detenuto, ma se inquadrata in un progetto di reinserimento lavorativo e affettivo, possibile, e quindi attuabile. La mia convinzione è che sia la formazione a creare le basi per ogni futuro cambiamento di mentalità e rottura dei vincoli criminali, ecco perché ritengo il permesso premio, unicamente un approccio a una nuova e ben più importante punteggiatura. La semilibertà, ancor prima l’art.21, sono il punto di partenza su cui poggiare le fondamenta di un progetto esistenziale, di uno stile di vita che insegna a liberare la propria libertà nel rispetto di se stessi e degli altri. L’istituto della semilibertà mi ha consentito di ritornare a essere il padre che non sono stato mai, di essere un nonno presente, di sposare una donna stupenda, di definire un ruolo sociale a mia misura, per quanto nelle mie capacità. Prendermi delle responsabilità mantenendo fede a quel patto di lealtà stipulato con la collettività, nel fare fronte a un mutuo, nello scrivere un libro, essere titolare di una rubrica su un quotidiano, nel parlare ai più giovani. Semilibertà come formazione, servizio, come stile educativo. Cosa significa concedere il permesso premio e negare la semilibertà, se non rispedire al mittente qualsiasi opportunità di riscatto e consapevolezza degli impegni assunti o di quelli da intraprendere? Da molto tempo non mi chiedo se merito quanto di buono sto ricevendo, so che più di così non posso dare. Questo non significa che mi sto ponendo ulteriori limiti ma che sono consapevole dei miei limiti. Se lo Stato, la società, non intendono perdonarmi è un discorso, se invece ritengono di aver usato il carcere per percorrere una strada costruttiva, allora credo che il discorso da fare affinché il carcere migliori le persone sia un altro. Con sincera stima e gratitudine. Cordialmente V. A. carcere Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane Pavia 7-9-08 Pavia
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« Ultima modifica: 20 Gennaio, 2009, 10:41:57 pm da Agata Romeo »
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Agata Romeo
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« Risposta #1 inserita:: 08 Novembre, 2008, 03:46:19 pm » |
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La stessa persona che tempo fa ha inviato copia della lettera indirizzata allaCommissione Giustizia al Senato oggi invia lo scritto che riportiamo di seguito ritenendo che alla luce di quanto ci venga proposto dai telegiornali in termini di "carcere duro, pene ingiuste e carceri sovraffollate" sia opportuno ascoltare anche una voce fuori da quel coro, solo un'altra prospettiva.
"UNA SOMMA DI INGIUSTIZIE DELLA GIUSTIZIA Il pianeta dei resoconti filmografici, delle sintesi romanzate, a detta di tutti è una realtà drammatica, indescrivibile per disumanità e somma di ingiustizie della giustizia. Il carcere è diventato un lazzaretto disidratato, dove è sempre più difficile impegnare la morale, l’etica, l’onestà dei valori auspicati, mentre è sempre più facile sparare sulla croce rossa di un indulto concesso senza alcuna preparazione né formazione, tanto meno coperture finanziarie adeguate, peggio, rese inadeguate dall’immobilismo burocratico. Un contenitore di numeri inqualificabili, di uomini invisibili a cui non è consentito per “legge non scritta”, di essere tali nella propria dignità. E’ di questi giorni l’amara constatazione da parte di autorevoli operatori penitenziari : siamo costretti a pensare unicamente al posto letto “chiuso” in una cella, cioè a sistemare su un materasso maleodorante, posizionato per terra, o su un letto a castello alto tre metri, più persone. Un posto letto chiuso in una cella, dove tutto può essere condiviso, persino il nulla, il vuoto, la follia di una inaccettabilità, in una discarica disposta a macerare diritti e doveri acquisiti, ma cancellati dalla memoria giuridica e sociale di un intero paese, sempre più influenzato dall’ideologia fai da te. In questa punteggiatura dell’esclusione appare sempre più ostico ribadire l’urgenza di formare persone e idee per umanizzare il penitenziario, per umanizzare la pena, per umanizzare una giustizia detenuta anch’essa, e quindi mal interpretata di conseguenza. Conduttori di aree pedagogiche e della sicurezza, “ obbligati a pensare soltanto al posto letto”, di fronte a questo sfinimento di intenzioni e volontà c’è il rischio di perdere contatto con la realtà che circonda e umilia le persone che sopravvivono nei perimetri della vergogna, i quali rimangono illusoriamente simboli della corretta punizione, della auspicabile rieducazione, della speranza a recuperare alla collettività uomini migliori. Eppure dentro quei posti letto chiusi in una cella, non c’è più traccia di grida e sussulti di indignazione per i troppi ragazzi che decidono di togliersi la vita, di risocializzarsi in un’altra “occasione”, non si odono esternazioni aspre né si contraggono scomposti i rimorsi per questo silenzio colpevole. Anzi si parla di laboratori teatrali, ergoterapici, formativi, di impegno a tutto tondo per creare benefiche intrusioni catartiche, terapeutiche, ma forse con più onestà intellettuale bisognerebbe parlare di intrattenimento veloce, in molti casi di perditempo studiato a tavolino. Carcere duro, carcere flessibile, carcere che ancora non c’è, se non quello del contenitore dove ognuno reclama qualcosa ma nessuno espropria l’utopia che contamina e corrode il fare competente di tanti operatori. Forse non è importante spendere parole che richiamano alla responsabilità, forse è sufficiente comprendere che “il carico di castigo della pena si stempera nel momento in cui si riconosce il primario interesse della collettività a rispettare la dignità della persona reclusa, assicurandole condizioni di vita improntate a criteri di umanità”. E checchè se ne dica, ciò non può esser interpretato come una mera concessione." Vincenzo A.
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« Ultima modifica: 20 Gennaio, 2009, 10:42:46 pm da Agata Romeo »
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Agata Romeo
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« Risposta #2 inserita:: 30 Novembre, 2008, 03:14:56 pm » |
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Rimbomba un silenzio che fa baccano, ma nessuno intende farsene carico, neppure della pietà della morte, quella che dovrebbe indignare le coscienze, perché ingiustificata, spettacolarizzata, dimenticata. Sulla condizione del carcere italiano, ognuno indica le cause, le deficienze, le cure e gli interventi da apportare, le urgenze non più procrastinabili per tentare di riconsegnare al carcere la propria utilità. Eppure rimane sempre più incancrenito l’isolamento a cui è costretto, l’emarginazione a cui non si riesce a dare un senso, come se circondare il tempio del castigo con un incessante sequestro dei bisogni, primo tra tutti il non rispettare la dignità della persona, fosse il metodo meno costoso in termini di investimenti finanziari e di professionalità umane. Il carcere non è un universo chiuso in se stesso, infatti un esercito di volontari varca ogni giorno quei cancelli per dare conforto e assistenza, poco importa se ciò avviene mantenendo inalterato il meccanismo perverso che il sistema penitenziario riproduce quotidianamente. Il carcere è opposto e contrario a quanto auspicato dalla nostra carta magna nell’art. 27, perché in una condizione di morte e di abbandono affettivo e culturale, non è possibile generare rieducazione né risocializzazione, tanto meno consolidare il valore della pazienza della speranza, annullando la pazienza della disperazione. Un mero contenitore da fare rotolare sopra gli ammanchi intellettuali, in queste restrizioni solidaristiche, dovrebbe comunque assolvere alla richiesta di sicurezza della società, contrastare subculture, autismi istituzionali che partoriscono cittadinanze disperanti. Non è lecito contemplare pietà, né carità, dentro una pena che passa avanti sulla morte di tanti ragazzi-cittadini detenuti, dall’inizio dell’anno quanti sono stati i decessi per suicidio e connessi, una moltiplicazione da non potere passare inosservata, eppure è quello che accade tra cecità e sordità dei numeri, soprattutto dei silenzi colpevoli. Forse sul mondo capovolto del carcere, delle sue celle stracolme, a intorbidire oltremodo il disagio, c’è una letteratura grossolana, che avvolge quella sorta di terra di nessuno e la popolazione detenuta, rendendo impossibile “uscire” dalle menzogne costruite a arte, “uscire “ dalla ideologia mascherata di giustizia, “uscire” da un giustizialismo di periferia, “uscire” dalla costrizione a sopravvivere violentemente e miserabilmente. Forse il metodo da adottare e portare avanti per riuscire ad accettare le prove della vita, anche le più dure, sta nel tentare di delineare progetti futuri, che vedano il detenuto impegnato in prima persona. Infatti è al detenuto ( giustamente ) che si chiede di fare autocritica, di accettare l’accompagnamento in un tragitto di vita privo di libertà, a causa delle proprie azioni sbagliate. C’è bisogno di educare alla vita, senza falsi moralismi, ma attraverso una relazione, un rapporto con la società, perché è solo nell’incontro con l’altro che esiste possibilità di uscire dal proprio sé. Chissà non ci aiuti un po’ il pensare che occorre riparare al male fatto, continuando a sopravvivere, e magari tentando di diventare migliori di quando siamo entrati, nonostante il carcere e le sue inaccettabilità, intendendo questa sfida una conquista di coscienza, non certamente una disattenzione statuale.
Vincenzo Andraous
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« Ultima modifica: 30 Novembre, 2008, 03:16:37 pm da Agata Romeo »
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Agata Romeo
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« Risposta #3 inserita:: 08 Gennaio, 2009, 06:00:13 pm » |
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L’anno nuovo è alle porte, cosi la promessa di sostituire alla parola sopravvivenza la parola esistenza, ma nel frattempo un altro detenuto si è tolto la vita. Certo è che del carcere tutti sappiamo tutto, ma a pochi importa qualcosa davvero. Questo vale anche per chi in carcere muore, per chi in galera sopravvive e per chi ci lavora, perché ognuno parla, agisce, dimentica, per ideologia, per appartenenza, di conseguenza ognuno mira al proprio interesse personale, al rafforzamento della propria casta, al male minore da scegliere. E così i morituri non fanno notizia né suscitano pietà: quella è finita da un pezzo nelle carceri italiane. Esaurita la pietà, come la sensibilità, perché la prigione così deve essere: un luogo di morte, in cui ipocritamente è richiesta speranza e riabilitazione. Il carcere e la pena, il carcere e la persona umana, il carcere e gli operatori mai sufficienti, il carcere e la sicurezza, il carcere…..e l’uscita con i piedi in avanti. Un tempo ( fortunatamente superato ) si “evadeva” in questo modo tra rivolte e omicidi, oggi per somma di sofferenza e di abbandono, e seppure la differenza sia abnorme, non saprei quale delle due eredità sia un fardello accettabile. In questa inumanità che allontana e divide, appare pressante una domanda. Si tratta di stabilire una certezza, non solo quella della pena, troppo spesso usata come nascondimento di ben altre assenze politiche, occorre piuttosto delineare un’altra certezza, quella della vita, della dignità, della speranza. E lo si può fare partendo da un interrogativo, che può apparire anacronistico: a chi il compito di educare? Educare perché e a che cosa e quando? Queste domande, che possono riguardare ambiti diversi e ruoli distanti tra loro, sono interrogativi esistenziali, e dalla risposta che daremo, responsabile o disimpegnata, dipende in generale la qualità della vita sociale, nello specifico invece il sentire e l’agire di chi il carcere lo gestisce e ancor di più lo vive, subendolo passivamente. Quando una persona muore tragicamente e, peggio, in solitudine, non ci sono soluzioni esaustive o convincenti per far sì che quanto accaduto non si ripeta, ma almeno si può tentare di chiamare con il suo nome quella assenza che ha causato il danno: in questo caso l’attenzione. Si parla spesso di rieducazione, di trattamento, di pena che recupera, di mezzi e strumenti che mancano, forse occorre fare un passo indietro, e pensare, dentro e fuori, nella posizione che ognuno occupa, che siamo educatori e educandi, sempre e comunque, e educare alla vita può diventare un imperativo anche in galera: se sapremo riconoscere il valore della dignità umana. Educare a rieducare non è uno slogan, né una critica, bensì è intendimento e capacità operativa, affinché il costruire e ricostruire insieme non rimangano forme dialettiche rinsecchite, che servono solo a giustificare il proprio compito, ma ritrovino un sistema di valori, di diritti e doveri condivisi, come processo veritativo per una conquista di coscienza.
Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #4 inserita:: 20 Gennaio, 2009, 02:15:40 pm » |
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In questo ultimo periodo non si fa che parlare di eliminare le vecchie fortezze penitenziarie perché fatiscenti e inumane. Ciò mi fa pensare a quella Edilizia Penitenziaria nata in epoca emergenziale, privilegiando criteri tecnologici di neutralizzazione e incapacitazione, Per cui se questa è questa l’ottica mi chiedo dove potrà estrinsecarsi l’aspetto di carattere trattamentale-rieducativo, risocializzante, di recupero del detenuto. Se il carcere che nascerà non avrà spazi di risocializzazione, perché costruito su un ragionamento di solo contenimento del fenomeno criminale, se gli spazi in questione verranno immediatamente occupati per la troppa abbondanza di carne umana, e quindi non saranno adibiti a laboratori, a sale di lavoro, di studio ( tra l'altro il lavoro è l'unica terapia valida, lo strumento principe di qualunque trattamento), continuerà a venire meno la funzione stessa della pena e, cosa ben peggiore, aumenterà la recidiva e la società si ritroverà in seno uomini ancora più infantilizzati di quando sono entrati. Ascoltando poco la televisione e assai di più le parole dei cittadini della strada, che arrabbiati lo sono certamente, ma fors’anche un pò confusi, si rafforza in me la convinzione che occorre davvero “ricostruire l'uomo dal di dentro”, attraverso gli strumenti legislativi e l'impegno da parte della società e degli Operatori Penitenziari. In un Istituto sono di importanza fondamentale nel recupero del detenuto: l'Equipe del carcere formata dal Direttore, dal Comandante dagli Agenti di Polizia Penitenziaria, dagli Educatori. Psicologi, Cappellani, Assistenti sociali, le Associazioni di Volontariato, gli stessi Agenti di Polizia Penitenziaria, che rimangono il vero nocciolo della questione, il fulcro dell'ideale rieducativo della pena, essendo loro a vivere a stretto contatto con i reclusi. Ogni percorso risocializzante e di riabilitazione, senza la professionalità di queste figure istituzionali rimarrà un'astrazione. Infatti l’assenza di questi riferimenti porta se non ad una incompleta attuazione della Riforma Penitenziaria. ad un rallentamento della stessa, e peggio ad una accettazione passiva della pena che nulla insegnerà al detenuto. L'uomo oltre il muro dovrà saper vincere una scommessa assai importante, riappropriarsi di una cultura, di una conoscenza, e ciò può avvenire unicamente con l'incontro e il confronto con la società esterna. In questo senso assume grande rilievo l'impegno di ognuno, ciò alimentando processi ripetuti di relazioni e interazioni, affinché sia possibile un cammino di crescita individuale attraverso la sinergia di quattro poli convergenti: Magistratura, Istituzione Penitenziaria, Società e Detenuti. Se solo una di queste componenti viene meno tutto il progetto è destinato a fallire. Se il “carcere” vuole divenire un “luogo ultimo”, che assolve alla sua vera funzione di salvaguardia della collettività, di sicurezza e di recupero effettivo degli uomini, forse dovrà rifarsi anch'esso a quanto ci ha detto il Beccaria: “UNO STATO HA TUTTO IL DIRITTO DI DIFENDERSI MAI DI VENDICARSI”.
Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #5 inserita:: 11 Aprile, 2009, 07:17:45 pm » |
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C’era una volta il carcere inteso come casa di vetro, un luogo ove era possibile “ guardare e vederci chiaro “, uno spazio in cui la società civile, poteva osservare ciò che in un penitenziario accadeva, ma soprattutto ciò che non accadeva. In un paese come il nostro, dove ogni giorno il passo indietro è più veloce ed esteso di quello fatto in avanti, per arginare un fenomeno diffuso come l’illegalità, non basterà certamente la configurazione di un carcere costretto a vivere di se stesso. Sembra un secolo quando dal carcere potevano uscire suoni di cultura del bello, di ricostruzione morale, di collaborazione tra dentro e fuori, nuovi orientamenti esistenziali, cambiamenti interiori e non lamentazioni. Oggi crea imbarazzo persino discutere sulla possibilità di umanizzare la pena, per l’italiano medio è più sbrigativo e meno impegnativo risolvere la questione con il metodo della chiave buttata via, della battuta fuorviante che non c’è certezza della condanna figuriamoci della pena, insomma macerie dialettiche su cui spostare qua e là l’attenzione. Forse non è sufficiente richiedere a gran voce inasprimenti delle pene, costruzione di nuovi complessi penitenziari, non convince più la formuletta: “nel paese delle bugie, la verità è una malattia”. Perseguire con onestà e coerenza un vero interesse collettivo significa pensare al benessere delle persone, quelle innocenti, quelle spesso indifese e più deboli, quelle che sono state spinte, a volte disperatamente a esprimere una doverosa esigenza di giustizia. Interesse collettivo è anche dare dignità alla pena, perché non si trasformi in una condizione contraria al senso di umanità, deprivata della possibilità di riabilitazione, di una speranza che non rimanga mera illusione. Interesse collettivo non è qualcosa di opinabile, è un preciso salvacondotto alla solidarietà costruttiva, quella che non spende tutto di sé, limitandosi a spedire in galera chi sbaglia, ma anche si impegna affinché chi entra in prigione non abbia a uscire destrutturato al punto da non risultare più annoverabile tra le persone o gli esseri umani. Un preciso interesse della collettività non sta solamente nell’utilità indiscutibile dell’azione penale, ma altrettanto bene sta nel visionare la detenzione che ne conseguirà, non è possibile essere intransigenti con il reato e disattenti sulla compromissione nelle condizioni di invivibilità all’interno di un istituto carcerario. Non è materia secondaria investire energie e danari per giungere a una pena rispettosa della dignità delle persone, propensa a una architettura del fare che persegua parametri essenziali per considerare plausibile un nuovo orientamento sociale. Quale carcere e quale interesse collettivo privilegiare: le risposte che sapremo fornire, risulteranno la conferma di una malattia inguaribile, oppure l’intuizione necessaria per tentare la cura più appropriata. L’ampiezza del reato, l’intensità della condanna, non consentono oltre di trincerarsi dietro l’enigma insoluto di un carcere vessato e umiliato a una sorta di terra di nessuno, ma proprio attraverso questa autoipnosi collettiva, ripartire, investendo sulle risorse degli uomini, riformulando un percorso condiviso di nuove opportunità, riconciliazione e riscatto. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #6 inserita:: 12 Giugno, 2009, 05:59:28 pm » |
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Ricordandomi di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario, mi viene da dire che a volte il teatro entra in carcere esclusivamente per intrattenere e divertire, infatti molti spettacoli hanno avuto come unico obiettivo il gioco, l’animazione, senza che fosse richiesta alcuna professionalità, o vi fosse interesse ad ottenerla. Il carcere può essere visto come un laboratorio in cui gli attori, in quanto dilettanti, risultano capaci di esprimere un’autenticità raramente rinvenibile in un professionista, una spontaneità e un’immediatezza che si fa evidente nei lapsus, negli scherzi, negli approcci. La stessa genuinità che possiede probabilmente qualunque uomo della strada, dal momento in cui si trasforma in attore. Il detenuto infatti anche se recita”dentro”, è il frutto di un “fuori”, che non può essere dissolto solo perché segregato e nascosto. L’uomo della strada e l’uomo privato della libertà che si trasformano in attori non professionisti sono però divisi da una condizione imprescindibile: la reclusione. La differenza diventa la forza e la magia del teatro in carcere, e si manifesta nel carico di “energie” che viene riversato sulla scena, un condensato di sofferenza e frustrazione, forzatamente compresso e coattato. Per cui è possibile servire al teatro in quanto portatori di una umanità modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro una potenza drammatica maggiore. Recitare un testo teatrale offre un doppio sostegno a chi è in una cella a scontare la propria pena, permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri. La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé. Qualsiasi rappresentazione teatrale migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono, operando con modalità opposte dove è contenuta, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico, anziché di coazione a ripetere. Fare teatro può significare che l’uomo della pena riscatti temporaneamente il suo “involontario” isolamento, smettendo di mimetizzarsi, iniziando a narrare, a narrarsi. Ma forse è anche il caso di chiederci oltre a quale significato dare al teatro in carcere, se l’ impossibilità a ristrutturare le fondamenta di questa istituzione, è confermata attraverso l’impegno teatrale o le buone intenzioni di qualche operatore o di un paio di direttori. Alla domanda iniziale mi viene da rispondere che fare teatro in carcere consente di vedere la differenza tra significato e funzione, affinché non sia visto in termini di efficienza, di servizio utile in quanto terapeutico, pedagogico, ricreativo…ma tale in quanto terapia, pedagogia, ricreazione sono in sé valori del teatro. Per buon ultimo, fare teatro in carcere non vuol dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni per evadere in altri spazi e in altri tempi, o in altri corpi, come può farci rammentare il falso benessere suscitato dalle droghe, tutte. Come qualcuno ci ha lasciato detto ” fare teatro in carcere riesce ad avere senso soltanto quando il teatro stesso se ne avvantaggia: non quando resta prigioniero”. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #7 inserita:: 02 Luglio, 2009, 02:25:35 pm » |
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Mi è capitato tra le mani un opuscolo dal titolo: “Carcere e Società” e mi sono chiesto perché non titolarlo “carcere è società”? Quell’accento mancante non è cosa di poco conto: sono convinto che una persona detenuta debba fare ricorso alle proprie energie interiori per riuscire a migliorarsi, ciò senza l’utopia del carcere imbonitore , ma “nonostante il carcere”. L’esperienza, anche dentro un penitenziario, è lo spazio dove nasce la necessità di cercare ripetutamente dei chiarimenti, attraverso l’incontro e il confronto, per comprendere che rieducare, risocializzare, sarà possibile solo se la società accetterà di diventare parte attiva di questo percorso, se essa stessa diverrà parte essenziale di una vera azione sociale. Si tratta di prendere coscienza tanto dei problemi quanto del fatto che per risolverli, ci sarà bisogno di una cultura nuova, che permetta, a chi vive a contatto diretto e quotidiano con il recluso, un modo nuovo di concepire e mettere in pratica la propria professionalità e le proprie responsabilità. Inutile negarlo, ancor oggi in questa sorta di terra di nessuno, permane uno sbilanciamento strettamente custodialistico-prisonizzante, antitetico allo spirito e alle attese della legge stessa. Questa prigione è davvero un mondo che vive del suo, costretto a rigenerarsi di se stesso? Il carcere è società, come ho già detto tanti anni fa, e lo ripeto ancora adesso con maggiore intensità, perché esso ha ” un prima, un durante e un dopo”. Come può una collettività non avere consapevolezza che è suo preciso interesse, occuparsi di ciò che avviene dentro un carcere, perché volenti o nolenti, esiste un”dopo”, e questo dopo positivo, dipende inderogabilmente da un “durante” solidale costruttivo, e non indifferente. Passaggi questi che dovrebbero risultare il collante per quel ripensamento culturale che alimenti attenzione solidale tra comunità e carcere. Perché ho posto quell’accento iniziale? Durante un dibattito un cittadino ha indicato il carcere come un contenitore di mostri, quella affermazione mi ha fatto pensare, perché di giorno in giorno si scopre che il mostro di turno è un magistrato, un avvocato, un politico, un ministro, un poliziotto, il salumiere, il lattaio, uno come noi, perché tutti possiamo sbagliare, oggi più che mai siamo tutti a rischio. Di seguito quel cittadino ( con cui è nata una stima reciproca mantenuta nel tempo) ha affermato che lui è certo di non sbagliare mai, che lui non ha e non avrà mai a che fare con prigioni e detenuti. Nessun uomo è un alieno, perché tutti, nessuno escluso, partecipiamo alla comune umanità, persino in quella più derelitta e sconfitta relegata in un carcere, dove non esistono uomini vincenti, ma soltanto uomini sconfitti. Più rileggo queste ultime righe, più mi convinco dei molteplici legami che rendono solidale la società al carcere, nella necessità di renderci conto che il problema della Giustizia e del Carcere riguarda tutti, e tocca tutti da vicino, a tal punto che farsene carico non è una questione di pura pietà e altruismo, bensì un vero e proprio interesse collettivo. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #8 inserita:: 12 Ottobre, 2009, 06:02:41 pm » |
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Il carcere può dire qualcosa di importante, può riappropriarsi della sua funzione di salvaguardia della collettività: “ dal carcere ci si può licenziare con merito, oppure rimanere detenuti per ripetizione, ma non si può ripetere la stessa classe quando si è stati promossi a essere se stessi a pieni voti “. In queste poche righe sono condensate tutte le contraddizioni su cui poggia l’intera organizzazione penitenziaria, e non solo, queste parole mostrano il volto dell’indifferenza, un plotone di esecuzione nei riguardi di una umanità che è impossibile cancellare. Chi commette una ingiustizia ha bisogno di essere riammesso nel consorzio civile attraverso l’unica via possibile, la consapevolezza della riparazione, ma perché questo possa diventare pane quotidiano per ogni detenuto, in quanto persona, occorre riconsegnare normalità al metodo umano della rivisitazione del proprio vissuto, la violenza non viene mai dal di dentro, ma dal di fuori di noi stessi. Nei riguardi del carcere bisognerà parlare anche in termini umani, di speranza possibile, non solamente con la voce delle emergenze e delle indicibilità moltiplicate all’infinito, riducendo le misure risocializzanti a meccanismi da operetta, farneticando sull’istituto di riordino come dell’indulto. Per la prima volta nella sua storia, l’indulto non ha prodotto o innalzato la recidiva, quanti ne hanno usufruito non sono tornati a delinquere, non sono rientrati in massa in carcere, ma anzi molti dei beneficiari hanno optato per una scelta di vita consona alle leggi del vivere civile. Sul carcere si continuano a perpetrare inesattezze evidenti, che fanno sembrare i detenuti-numeri che non potranno mai imparare a combattere l’abitudine del male, eppure il carcere è una parte di società che ha bisogno di avere strumenti di educazione, di quella pedagogia che disegna momenti in cui è possibile raccontare di sé, e nel farlo crea occasioni di ripensamento, una ripartenza della propria dignità personale. C’è chi è così perduto nel “mondo dell’illiceità”, da risultare primo tra gli ultimi, in un futuro così insopportabile da compiere il passo più terribile del suicidio. Un carcere malato, insostenibile, è un carcere delle ideologie, dei mercanti di esistenze, popolato di persone non più normali, eppure “dal carcere si può essere licenziati con merito o essere detenuti ripetenti “, così dovrebbe essere, così potrebbe essere, così al momento non è. La pena e il carcere stanno a giustizia, a umanità, anche quella ristretta, rinchiusa, dimenticata, pena e carcere per chi ha contravvenuto, per recuperare alla stessa umanità e allo stesso consorzio civile. Una realtà che dovrebbe indurre a chiederci se è giusto e onesto, guardare sempre e solamente al male che circonda il pianeta sconosciuto, se magari non sia possibile muoversi con una ritrovata dignità, proprio tra i guasti e le smemoratezze che costituiscono il lazzaretto disidratato, non solo per renderlo più vivibile e onorevole, ma soprattutto per mettere alla prova i luoghi comuni, per dimostrare che le persone possono diventare migliori, recuperando il valore delle proprie risorse: il tempo recluso può formare al rispetto delle Istituzioni, e queste al rispetto della dignità umana. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #9 inserita:: 12 Ottobre, 2009, 06:25:09 pm » |
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Si fanno sempre raffronti tra chi entra ed esce dal carcere, si addita l’uno o l’altro a seconda del temporale politico in atto, discutendo se sia giusto aiutare il detenuto a ravvedersi, fin’anche mortificando il perdono, sebbene convissuto con reciproca consapevolezza. Ergastolo, "fine pena mai", il dazio da pagare per il male fatto agli altri, una pena che affligge, punisce e separa dalla collettività, che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste. Che non ti assolve. Sbarre appese alla memoria per ricordare; 30 o 35 anni di carcere scontato, decenni di ferro sbattuto sui rimorsi che lasciano un segno, un'apnea che restringe i polmoni e costringe l'uomo a straripare in universi sconosciuti. Un mondo fatto di domani che non ci sono, una negazione che rinvia alla morte di ogni umanità, creatività e fantasia, in carcere da tanti anni e la scena su questo palcoscenico sotterraneo di carne e sangue, é lo specchio di un qualcosa a cui nessuno intende guardare. Nonostante il carcere e questa condanna che scorre circolarmente in un inseguimento a ritroso, occorre ritrovare il senso di una capacità di partecipazione, di accoglienza, in un sentire autentico, e non perché si é disperati, per sfuggire gli attimi in cui ci si sente estranei tra tanti, alienati a tal punto da non capire più nulla. L’uomo come ogni essere vivente è in continua evoluzione, eppure qualcuno si ostina a pensare che esista la persona deviante irrecuperabile, allora la società come deve adoperarsi affinché questa trasformazione possa avverarsi? Espiazione non può essere mera sopportazione di un male imposto, ma riconciliazione con se stessi e gli altri, una trasformazione che coinvolge l’interezza dell’uomo. A volte c'é questo sorprendente incontro con gli altri che ci attende, c'é lo stupore di ritrovarsi al cospetto dell'universo interiore in noi, che ci conduce sul sottile confine che delimita la scelta di rinnovarsi, di cambiare, ricorrendo alle proprie forze, alle proprie energie. In questo carcere che stenta a recuperare alla società, finchè esso stesso non sarà recuperato dalla società, c’è bisogno di accompagnare il dolore con le parole di una giustizia equa, per imparare ad accettarlo come intorno, a colorarlo con il lavoro, la scrittura, la mediazione, i rapporti umani finalmente sbocciati, mantenuti e cresciuti, nel tentativo di modificare questa dimensione disumanizzante in un luogo ancor aperto ad alternative di conoscenza e mutamento interiore. Si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti, il carcere c’è, è là, ma si tende a ignorarlo, non è percepito come un problema sociale, non riguarda la parte buona, che preferisce rimuovere: ma questo atteggiamento produce un distacco profondo tra carcere e società. Ergastolo e carcere, spesso una sofferenza per lo più amministrata, imposta e sempre meno vicina a un dolore "vissuto in due". Ergastolo e nuovi impegni, nuove responsabilità, al di là della gabbia che circonda, mostrando la differenza dell'uomo della condanna, dall'uomo della pena, e convincersi che occorre affidarsi a una pena che sia solo un tragitto di vita, che parta dalla dignità della persona, dalle sue capacità e risorse. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #10 inserita:: 25 Gennaio, 2010, 08:17:54 am » |
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Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo. Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati. Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale. Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro. Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta. Perfino a chi disconosce la funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi professionali, il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale. In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale. E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo. Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità. Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #11 inserita:: 12 Febbraio, 2010, 02:52:03 pm » |
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Ancora uomini a morire, ancora giovani a cadere, numeri che si accatastano in una fossa comune, dove la somma dei cadaveri non crea che qualche fastidio passeggero, usato per non concedere spazio alla pietà. In carcere si muore, è una continua discesa all’inferno, forse non è più praticabile alcuna osservazione e trattamento del recluso, alcun progetto di ricostruzione interiore, se non fosse per l’eroicità di qualche Direttore, Agente, Operatore penitenziario. Mi tornano in mente le parole di un grande poeta: la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. Come è possibile trattare di libertà, di dignità, di diritti e di doveri, in un perimetro relegato a discarica delle speranze, a contenitore muto di invivibilità, come è possibile parlarne quando ogni giorno dal carcere arrivano grida di aiuto e imprecazioni inascoltate. Libertà è partecipazione persino dentro la terra di nessuno, dentro la colpa che non è ancora consentito arretrare, così cantava il Gaber nazionale, e in questo presente di spot elettorali, c’è da svolgere una riflessione, un compito che possiede una sua obbligatorietà; se davvero intendiamo il carcere e la pena e le Istituzioni che ne compongono il senso e lo scopo per una effettiva utilità sociale, un progetto di vita futuro non solo per i detenuti, ma per la collettività intera. Non è possibile aggirare il problema insito in quel “libertà è partecipazione”, non è più plausibile trattare la questione in termini prettamente matematici, di contenitore, di numeri, di somme disumane, di detrazioni inumane. Partecipare significa prendere parte a qualcosa, perchè ne siamo diventati parte, costruire un ponte comune su cui camminare insieme, svolgere un tragitto insieme, fare un pezzo di strada insieme. Partecipare sottende capacità di vista prospettica da parte di chi conduce, ma anche di chi intende ricostruire ciò che rimane, partecipare è lo spirito, è il propulsore di quel percorso di rinnovamento che realizza un giusto equilibrio tra diritti e doveri nei riguardi di chi sconta con dignità ( diritto ) la propria pena, e rispetta con lealtà quel patto sociale ( dovere ) intrapreso con il consorzio civile. Libertà non è solo uno spazio libero che aiuta a uscire dall’angolo costretto dei nascondimenti, il carcere non è perimetro che sarà mai libero, non è facile pensare a una collettività senza più prigioni, filo spinato, ma abbandonare gli errori divenuti analfabetizzanti, questo sì che è possibile. Carcere e partecipazione per rendere meno offensiva la disperazione, quella che deriva dalle morti inaccettabili, ma ugualmente nel menefreghismo meglio congeniato, continuano a imperversare nel panorama penitenziario italiano. Nonostante parlarne appaia sempre più come la ricerca di una elemosina pietistica, di una solidarietà buonista, è utile ostinarsi a farne dibattito, con l’intensità di una partecipazione attenta, accorciando le distanze da un preciso interesse collettivo, rimettere al centro di una riforma urgente e improrogabile, la persona, il detenuto-cittadino, che dovrà fare ritorno in società, a cui consentire di rimettere alla prova la propria prossimità umana, la propria coscienza della libertà.
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Agata Romeo
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« Risposta #12 inserita:: 04 Marzo, 2010, 02:21:43 pm » |
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Tra gli appunti sparsi disordinatamente sulla scrivania ho ritrovato un mio vecchio articolo sulla Giustizia e sul Carcere, facce della stessa medaglia che dovrebbero trasformare al cambiamento di mentalità il colpevole e rendere migliore l’intera società. Le parole su questa pagina ingiallita dagli anni trascorsi, possono ancora essere utili per pensare a quanti vivono nella marginalità, emarginando gli altri, e così facendo si crea una vera “giustizia ingiusta”, che poggia le fondamenta su due basi: il mancato riconoscimento dei diritti altrui, e il fatto di confondere ottusamente l’omertà con la solidarietà. Due atteggiamenti di comodo, dettati da una necessità di sopravvivenza che però si maschera da “giustizia sociale”. Quando si sta ai margini, ogni situazione, ogni limite e distanza, sono usate per giustificare le proprie azioni, la colpa è sempre degli altri che non ascoltano, non aiutano, rimangono indifferenti, eppure anche se povertà e solitudini creano ingiustizie, non sono sufficienti ad assolvere alcuno dalle proprie responsabilità. Quale giustizia e quale pena possono arginare l’illegalità diffusa, la furbizia assunta a valore, la violenza cresciuta professionalmente ed economicamente, se il carcere continua a essere il luogo nel quale più di ogni altro si genera e si rigenera l’esclusione. Sebbene nel suo perimetro chiuso non ci siano eroi, ma unicamente uomini sconfitti, la pratica diventa metodo consolidato, si muore attaccati a una corda, si muore inascoltati da una giustizia che momentaneamente è nella posizione di non potere vedere le sue tante ingiustizie. Forse bisogna di immaginare una giustizia diversa, finalmente condivisa, che non si risolva in una condanna e in una pena meramente da scontare, un debito da pagare senza alcuna consapevolezza di quanto sia difficile tentare una possibile riparazione, partecipando attivamente affinchè il carcere recuperi davvero alla società: e ciò potrà avverarsi quando esso stesso sarà recuperato dal consorzio civile. Per un detenuto, per un operatore, per una società che è comunque e sempre coinvolta nella sua opera di risanamento, dovrebbe significare che il tempo non sia un tragitto che scivola addosso, con poca importanza e nessuna dignità. C’è necessità di partecipare a una buona Giustizia, a un carcere davvero utile, che non renda oltremodo inumana la disumanità. Su questi pilastri della convivenza civile non è sufficiente dire la propria usando toni aspri, dialettiche violente, forse occorrerà partecipare con la forza delle idee, con atteggiamenti che non banalizzano un problema che sta minando la percezione di equità e compassione. La Giustizia è dimensione che ha bisogno di buona volontà per migliorare le cose e le persone, anche dentro una cella, ma per non concorrere a una civiltà che muore, non dobbiamo accontentarci di avere dei numeri, degli oggetti ingombranti, ma uomini da aiutare per diventare a propria volta perni su cui fare girare tanti altri in difficoltà. Parlare di ciò è anche un po’ il pane del perdono, quel segno tangibile di una riconciliazione, un senso ritrovato nell’onore riconquistato, un pane e una dignità meritati sul campo, sul terreno fertile di una giustizia e di una pena a misura di uomo. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #13 inserita:: 26 Marzo, 2010, 12:19:53 pm » |
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Perché il carcere dovrebbe parlare il linguaggio dello sport? Perché questi due mondi apparentemente distanti dovrebbero accorciare le distanze per consentire a chi sta male di stare un po’ meglio? Ricordando di avere fatto parte di un gruppo teatrale carcerario, mi viene in mente il testo teatrale “Il Maratoneta”, un’autoscrittura che prendeva il via dall’opera originale di Alan Sillitoe: La solitudine del maratoneta. Un testo aspro, una ricognizione autentica del proprio vissuto, una maratona interpretata fino alla fine con il cuore in gola, tutta dentro una scelta dura come pietra che dura, un faccia a faccia attraverso il riesame intero del proprio passato, un mutamento interiore senza somme da detrarre, una nuova condotta sociale priva di una comoda ultima fila a nascondersi. La corsa, la maratona, le gambe, le braccia, i muscoli tesi al parossismo, la fatica, il dolore, il sudore, la voglia di mollare, di dare una fine alla sofferenza, e poi ancora l’espulsione delle tossine, il benessere di una scelta di libertà, il desiderio di arrivare, di farcela, di non rimanere nuovamente a terra, di soccombere alla didascalia della prigione, dove non esistono uomini vincenti, ma soltanto uomini sconfitti. A volte lo sport entra in carcere esclusivamente per intrattenere e divertire, come unico obiettivo il gioco, eppure il detenuto corre e suda da quel ”dentro”, che è il frutto di un “fuori”, che non può essere dissolto solo perché segregato e nascosto. Nella differenza che diventa la forza e la magia dello sport in carcere, e si manifesta nel carico di “energie” che viene riversato sulla scena, un condensato di sofferenza e frustrazione, forzatamente compresso e coattato. E’ possibile servire reciprocamente allo sport, in quanto portatori di una umanità modificata dalla restrizione, che ricerca ed esalta le differenze, esprimendo, attraverso il lavoro della fatica una potenza anche maggiore. Quella incredibile espulsione delle tossine offre un doppio sostegno a chi è in una cella a scontare la propria pena, permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri. La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé. Il sacrificio, il sudore della solidarietà, migliora gli uomini e la dimensione in cui vivono, operando con modalità opposte dove è contenuta, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico, anziché di coazione a ripetere. Fare sport in carcere non vuol dire creare false illusioni, l’uso di fantasticherie e sogni per evadere in altri spazi e in altri tempi, o in altri corpi, ma port per crescere, un gioco liberamente vissuto, con la mente e con il corpo, un nuovo linguaggio, socialmente accettato, adeguato, reso produttivo e creativo. Per stabilire dei legami che ti fanno sentire finalmente accettato, per entrare in contatto con gli altri, edificando relazioni importanti, per smetterla di rimanere muti, obbligando gli altri a non parlare. Vincenzo Andraous
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Agata Romeo
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« Risposta #14 inserita:: 26 Aprile, 2010, 03:50:36 pm » |
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Il carcere reclama sacrifici umani, lo fa con inusitata violenza, senza andare troppo per il sottile, in fin dei conti parliamo di materiali difettati, di prodotti cancerogeni, di merce da smaltire in fretta senza fare rumore. Sul carcere non è consentito affermare un bel niente davanti al collasso della giustizia che dovrebbe sostenere il diritto all’equità e alla dignità di una pena da scontare non solamente come castigo fine a se stesso, bensì per ritornare a essere uomini che possono rientrare in seno alla collettività. Dall’inizio dell’anno uno, cinque, dieci, venti corpi avvelenati dall’incuria, con gli occhi spalancati e resi ciechi dal dolore della solitudine. In alcuni istituti monta una follia ingannevolmente liberatoria, si prendono e si danno botte, si sequestrano gli uomini e si disperdono le dignità, all’irresponsabile fragilità del disagio che genera violenza, e che chiaramente non consente giustificazione, si risponde con l’esemplarità dell’ulteriore punizione, eppure manca quella sicurezza e quella pietà che rendono umane le sconfitte più tragiche. Ancora una volta è consigliabile pensare alla galera non come a un contenitore per incapacitare ed espellere definitivamente dal contesto sociale, perché in carcere si va, ma prima o poi si esce, e allora bisognerebbe evitare la pratica dell’induzione a diventare peggiori di quando si entra, per tentare di vincere, da una parte, quell’infantilizzazione galoppante che partorisce tanti uomini bambini, e dall’altra, quella subcultura criminale che trasforma il poveraccio in un uomo bomba. Quei ragazzi appesi a una corda e quegli uomini in procinto di rifare nuovamente del male a se stessi e agli altri, sono il risultato del carcere che non cambia, che, se non può cambiare, neppure intendiamo migliorarlo. Nonostante i segnali d’allarme di quei fastidiosi lamenti, ci limitiamo a osservare il carcere, come se fosse sufficiente a stabilirne le utilità e gli scopi (mai raggiunti), mentre per riappropriarsi delle proprie funzioni di castigo e recupero, esso avrebbe bisogno dello sviluppo di teorie e pratiche interne alla pena, e alternative ad essa. Avrebbe bisogno di una decongestione sistemica del sovraffollamento, della carenza di personale e di fondi, ma sarebbe ingenuo non affiancare a questi problemi endemici, un ripensamento culturale, che sottolinei il valore umano della pena, perché in carcere si va perché puniti, e non per essere puniti. Finchè il carcere sarà inteso come un momento fermato per sempre, esso rappresenterà una fotografia, un’immagine che non svela la vera essenza-assenza di ciò che vi è ritratto. Ecco perché nelle tante parole-valigia che si sprecano sul mondo penitenziario, più che altro per farci stare “dentro” tutto e più di tutto, esse non ci permettono di vedere il tutto nella sua complessità. Non si prende in considerazione l’opportunità di pensare che occorre rivedere qualcosa, che manca qualcosa. L’antidoto non può essere sintetizzato nella sola richiesta di più operatori, piuttosto nella consapevolezza che è in atto un plagio fisiologico operato da chi vuole mantenere il carcere nella sua inutilità e antitesi a ogni riabilitazione, nell’indifferenza che cancella ogni forma di prevenzione e dunque di interesse collettivo. Forse occorrerebbe un po’ di sbalordimento, affinché non ci sentiamo rassicurati e lontani dagli accidenti, relegando all’interno di una prigione tutte le nostre contraddizioni, come se tutto acquistasse un equilibrio normale, dove il calcolo, la corrispondenza e il tornaconto giocano decisamente a discapito di chiunque, innocenti e colpevoli. Vincenzo Andraous
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